Cultura Italiana nel Mondo: Come l’Italia Conquista il Globo
C’è una scena che mi torna in mente ogni volta che provo a misurare la distanza tra come ci vediamo noi italiani e come ci vedono gli altri. Una sala da concerto a Los Angeles, il pubblico in piedi, sul palco un signore mite di Torino che suona pianoforte: Ludovico Einaudi. Gli americani lo applaudono come se fosse Springsteen. E intanto qui da noi, al bar sotto casa, c’è chi storce il naso perché "è troppo facile, troppo ripetitivo". Ecco, il punto, secondo me, è tutto qui: l’Italia esercita un’egemonia culturale che non sa di esercitare, e quando se ne accorge spesso la sottovaluta. Una potenza silenziosa, fatta di vettori nuovi — la serie tv, il piatto lento, il dialetto sottotitolato — che camminano per il mondo mentre noi siamo distratti a lamentarci.
Gramsci, nei *Quaderni del carcere* (Einaudi, Torino, 1948), l’aveva spiegato bene: l’egemonia non è il fucile, è il senso comune che si fa accettare senza imposizione. Quella vera lavora di fino, nei gesti, nei consumi, nei gusti. E noi italiani, oggi, esportiamo senso comune a tonnellate, ma per canali inediti. Non più soltanto le tre F della vecchia retorica — food, fashion, Ferrari — ma una galassia molto più mossa, in cui il pianoforte minimalista di Einaudi convive con il dialetto stretto di *Gomorra*, con il neorealismo riscritto da Sorrentino, con il movimento Slow Food partito da Bra e finito a Berkeley. Una conquista silenziosa, sì, ma piuttosto sistematica. Strano no? Più ci raccontiamo in declino, più gli altri ci copiano.
Prendi Einaudi, appunto. Le sue composizioni minimaliste hanno venduto milioni di copie dall’America al Giappone, riempiono i teatri californiani come se fosse una rockstar. Eppure in Italia, fino a poco fa, era considerato una specie di compositore "da spa". Pensa un po’: vendiamo all’estero un’idea di intimità musicale italiana, e qui la liquidiamo come musica d’ascensore. Lo stesso vale per Paolo Sorrentino. I millennial stranieri lo conoscono meglio di molti coetanei italiani; hanno visto *La Grande Bellezza* e percepiscono Roma attraverso quella lente cinematografica, mentre da noi c’è ancora chi gli rinfaccia di "essere troppo felliniano". Vabbè. Fellini è morto nel ’93 e ancora ci pesa sull’autostima.
Qui scatta quello che chiamerei l’effetto boomerang. Le tradizioni italiane vengono apprezzate fuori più che dentro, e poi ci tornano indietro nobilitate dallo sguardo straniero. Lo Slow Food è il caso da manuale. Carlo Petrini, un piemontese tosto, fonda nel 1986 un movimento per reazione all’apertura di un McDonald’s a Piazza di Spagna a Roma. Non immaginava — credo proprio non lo immaginasse — che le sue idee sarebbero finite nei ristoranti stellati di Parigi e Londra, nei programmi universitari di Davis, nelle conferenze ONU. È stato necessario che la Slow Food diventasse un brand globale perché noi italiani ci ricordassimo che la nonna cucinava bene. Una roba quasi imbarazzante, se ci pensi. Per capirla bene consiglio *Buono, pulito e giusto* di Carlo Petrini, scritto nel 2005 per Einaudi a Torino: è il manifesto, e si legge come un romanzo civile.
Bauman aveva intuito qualcosa di simile parlando della modernità liquida — il riferimento è *Modernità liquida*, scritto nel 2000 per Laterza a Roma-Bari. In una società in cui le identità si sciolgono, le culture "dense", quelle che hanno radici lunghe e racconti riconoscibili, diventano merce rara e preziosa. L’Italia, in questo senso, ha un giacimento sproporzionato rispetto alle sue dimensioni. Le corti italiane — Firenze, Roma, Milano, Venezia — sono state centri di irradiazione capaci di plasmare il gusto europeo per secoli. Quel modello, secondo me, non si è mai davvero spento. Si è solo trasformato in qualcosa di più capillare, meno aristocratico, più pop. Oggi i Medici si chiamano Netflix e Sky, e i mecenati sono gli algoritmi di Spotify.
Sulla lingua, poi, la faccenda è quasi paradossale. Per decenni il napoletano è stato considerato "lingua di emigranti", roba da nascondere se volevi fare carriera a Milano. Adesso Gomorra lo ha trasformato in dialetto di culto: lo studiano i ragazzi di Berlino, lo imitano i rapper francesi. Non più Dante, ma Ciro l’Immortale. Boh, profetico, direi. A me, da meridionalista, fa un certo effetto vedere il dialetto del Sud diventare lingua franca del cool internazionale, mentre per generazioni i nostri nonni — i miei nonni materni di Isola di Capo Rizzuto, Antonio e Teresa, che parlavano calabrese stretto — venivano corretti a scuola come se quella lingua fosse una colpa. Il sociolinguista che mi piace su questi temi è Tullio De Mauro: il suo *Storia linguistica dell’Italia unita*, pubblicato nel 1963 per Laterza a Bari, andrebbe riletto tutti gli anni. E se vuoi un aggiornamento, sul sito accademiadellacrusca.it trovi analisi puntuali su come il lessico italiano oggi viaggi nei menù del mondo.
C’è poi una dimensione che spesso dimentichiamo, ed è quella della diaspora. La stampa italiana all’estero — riviste, giornali, oggi anche newsletter e podcast prodotti dalle comunità italiane fuori dai confini — funziona da decenni come ponte culturale. Non si limita a informare gli emigrati: costruisce un’identità italiana transnazionale, un’italianità che vive di rimando, di nostalgia attiva, di reinvenzione. Benedict Anderson, nel suo *Comunità immaginate*, pubblicato nel 1983 in originale inglese e uscito in edizione italiana per Manifestolibri nel 1996, aveva spiegato come le nazioni siano in fondo costruzioni narrative. Bene: l’Italia "immaginata" dai discendenti degli emigrati a Buenos Aires, a Toronto, a Melbourne è spesso più viva e più presente di quella che viviamo noi nelle nostre città. Un’italianità di seconda generazione che ci rispedisce indietro un’immagine idealizzata, e a volte ci aiuta a non perderla.
Sul versante teorico del soft power, il riferimento d’obbligo resta Joseph Nye con *Soft Power. Un nuovo futuro per l’America*, pubblicato da Einaudi a Torino nel 2005. Nye lo definiva come la capacità di ottenere ciò che vuoi attraverso l’attrazione, non la coercizione. Ecco: l’Italia in questo è una campionessa inconsapevole. Non abbiamo portaerei né big tech, ma abbiamo Brunello Cucinelli che vende cashmere come filosofia umanistica, abbiamo Massimo Bottura che trasforma gli avanzi in arte, abbiamo Roberto Saviano che ha fatto leggere la camorra a un ragazzino di Stoccolma. E pure su questo conviene leggere Charles Taylor, L’età secolare, originale 2007, edizione italiana Feltrinelli, Milano 2009: spiega come, nelle società post-religiose, certe forme estetiche e rituali — il pranzo lento, la passeggiata, la messa in piazza — diventino surrogati di senso. L’Italia esporta proprio questo: liturgie laiche del tempo umano.
Un esempio piccolo, quotidiano. Il paradosso sta quanto nei ristoranti, i clienti tedeschi chiedono di "fare la pausa lunga" come si farebbe in Italia, anche se hanno solo un’ora. Pagano per il rito, non per il piatto. È esattamente il punto: vendiamo modi di stare al mondo. E lo vendiamo bene, anche se non ce ne accorgiamo. Su questo, ne avevo già scritto in Cultura Italiana nel Mondo: Come l’Italia Conquista il Globo (https://giuseppeantoniosauro.com/cultura-italiana-nel-mondo/), e mi sembra che il quadro si stia rafforzando, non sgonfiando.
Attenzione però. C’è un rovescio della medaglia, e qui mi viene in mente Luconi e i suoi studi sull’emigrazione intellettuale dall’Italia fascista: ogni volta che il Paese si chiude su se stesso, perde i suoi vettori migliori. Fermi, Segrè, Modigliani — gli economisti, i fisici, i pittori — sono diventati ambasciatori del genio italiano malgrado l’Italia, non grazie. Il soft power funziona quando lasciamo respirare chi lo produce. Quando invece lo soffochiamo con la burocrazia, con la diffidenza verso il merito, con il provincialismo dei salotti, lo regaliamo agli altri. Eric Hobsbawm in L’invenzione della tradizione, originale inglese del 1983 e traduzione italiana Einaudi del 1987, ricordava che le tradizioni si reinventano di continuo: il rischio è che a reinventare l’italianità siano sempre più gli stranieri, e sempre meno noi.
A conti fatti, la cultura italiana nel mondo non è più museale, non è più "il bel paese dell’arte e della pasta". È diventata viva, contemporanea, desiderabile, e — questo è il vero salto — *replicabile*: chiunque, in qualunque parte del pianeta, può aprire una bottega di slow food, suonare un pezzo di Einaudi, sottotitolare una serie napoletana. L’egemonia silenziosa funziona così, per contagio, non per conquista. Noi però facciamo ancora finta di niente, o peggio ci lamentiamo di non contare nulla. Cu nesci, arrinesci, dicevano dalle mie parti: chi parte, riesce. Forse vale anche per la cultura: quella italiana che esce, vince. E quella che resta? Tocca decidere se accompagnarla fuori con consapevolezza, o continuare a guardarla partire mentre noi restiamo a contare i danni. Su questo, magari, vale la pena leggere anche *Elogio dell’incertezza* (https://giuseppeantoniosauro.com/filosofia-del-dubbio-elogio-incertezza/): perché senza dubbio non c’è egemonia che tenga. Punto.
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