Il greco che non abbiamo smesso di pregare
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Il greco che non abbiamo smesso di pregare

Il rito greco nel Salento nasconde un dettaglio che quasi nessuno nota: sopravvive da oltre 2500 anni, impigliato nei gesti, nelle parole e nei lamenti delle campagne salentine. Il Venerdì Santo, in certi paesi della Grecìa salentina, sono le donne a piangere il morto. Non un pianto qualsiasi: un lamento corale, mimico, responsoriale, con gesti precisi — strapparsi i capelli, battersi il petto. Tu lo guardi e pensi: folklore contadino, retaggio di miseria. E invece no. Quel gesto viene da lontano. Anzi: da lontanissimo…. Curioso. Carmine Catenacci, in un saggio uscito nel 1996 sui Quaderni Urbinati di Cultura Classica, lo dimostra con un rigore che toglie il fiato. La concezione dell’aldilà nei canti salentini rispecchia quella omerica ed esiodea: il mondo dei morti è desolato e inconsistente, contrapposto alla luce dei vivi, esattamente come nel celebre passo dell’Odissea (XI, 488-491) in cui Achille dichiara che preferirebbe essere bracciante di un uomo povero, sopra la terra vivendo, piuttosto che regnare su tutta la turba dei morti.

Pensa un po’: una contadina salentina che intona un lamento e, senza saperlo, recita la stessa teologia della morte di Omero…. I canti testimoniano una continuità di circa 2500 anni nelle strutture rituali, tematiche e linguistiche. Duemilacinquecento anni. Punto. E qui sta la porta laterale di tutto il discorso. Perché il rito greco nel Salento non è mai stato solo liturgia: è stato lingua, identità, memoria collettiva. Perché la gente prega in latino, certo, oggi celebra la messa romana come tutti — ma il gesto, il tono, la forma arcaica del lutto, quelli vengono da un’altra parte. Il termine stesso che usano è rivelatore: il termine morológia (letteralmente «discorso sul destino», da moîra, destino, e lógos, parola) (“discorso sul destino”, da moîra e lógos) attesta la grecità del dialetto, e parole come sôma conservano il significato omerico originario di “corpo senza vita”. Vale la pena dirlo: questa non è erudizione da salotto. Ma andiamo avanti. È un fossile vivente che cammina, piange e canta nelle nostre campagne. Lo stesso vale, risalendo lo Stivale, in Calabria. A Bova, la Domenica delle Palme si svolge la processione delle “Persefoni” (o Pupazze): figure femminili antropomorfe realizzate intrecciando rami d’ulivo su canne, non personaggi in costume..

.. Il rito è incluso tra i beni culturali immateriali della Regione Calabria, con riferimento esplicito al mito greco di Persefone, la fanciulla discesa agli inferi il cui ritorno simboleggia la rinascita della natura. Il parroco le benedice, le incensa, le fa cristiane. Ma il parroco accoglie queste figure in chiesa, le asperge con acqua santa e le consacra con l’incenso, trasformandole simbolicamente in creature cristiane: la struttura profonda è ellenica, la forma esteriore è cattolica. Ecco. Lo schema è sempre quello: dentro Bisanzio o la Grecia arcaica, fuori Roma. Difficile a dirsi.

Ma come ci siamo arrivati? Bisogna fare un passo indietro — anzi, parecchi. Prima di essere uno spazio politico, la Magna Graecia fu uno spazio liturgico greco. E nel Medioevo quel greco non morì: lo tennero in vita i monaci. I basiliani, i seguaci di San Basilio Magno. Il Cammino Basiliano in Calabria segue le tracce dei monaci greci seguaci di San Basilio Magno (ca. 330-379), eremiti anacoreti che crearono abitati rupestri, laure scavate nella roccia (comunità monastiche rupestri di tradizione orientale) e monumenti d’arte italo-orientale come la Cattolica di Stilo, il Monastero di San Giovanni Thearistis a Bivongi e il Pathirion di Rossano. Ecco.

… Rossano: tienila a mente, questa città. Il Codex Purpureus Rossanensis, conservato a Corigliano-Rossano, è un antico Vangelo iscritto nel registro UNESCO “Memory of the World”, che collega Oriente e Occidente mediterraneo. mediterraneo davvero. Un Vangelo greco, purpureo, miniato, custodito in un angolo di Calabria che la geografia ufficiale considera “periferia”…. Periferia di cosa, scusa? Di Roma. Mai di Costantinopoli. Poi arrivarono i Normanni, e dopo gli Angioini. Vale la pena dirlo…. La storia la conosciamo: latinizzazione progressiva. Però — e qui c’è la finezza — Roma assorbì senza cancellare del tutto. Come l’acqua che s’infila sotto la calce e resta lì, umida, per secoli.

«U si camìna ‘nta farina», dicevano i vecchi del Marchesato: ogni azione lascia traccia. La latinizzazione lasciò la sua, sì, ma non riuscì a coprire l’altra. Il caso-limite è il Salento, e qui i numeri parlano da soli. Mauro Cassoni, in uno studio pubblicato a puntate negli anni Trenta su Rinascenza Salentina, ricostruì la cosa scavando negli archivi…. Per tutto il Quattrocento nel Salento era diffusissimo il rito greco, a conferma che il rito greco nel Salento aveva radici profonde e una diffusione capillare ben documentata. e ai tempi del Galateo — Antonio de Ferraris, 1444-1517 — – almeno credo – ben 14 centri abitati nella sola diocesi di Nardò praticavano il rito greco; un secolo prima, nel 1373-74, se ne contavano addirittura 30. Trenta paesi in una sola diocesi.

… E non in clandestinità: il Catalogo del 1577 attesta la compresenza di preti greci e latini nelle stesse comunità, segno di una coabitazione liturgica prolungata nel tempo. Chi può dirlo? Preti greci e preti latini, fianco a fianco, nello stesso paese. Strano, no? E c’era una particolarità tutta orientale che spiega tanto: in molte comunità salentine il sacerdozio era tramandato di padre in figlio — una pratica tipica della tradizione orientale che prevedeva il matrimonio del clero — e queste famiglie sacerdotali fungevano da custodi della tradizione liturgica e linguistica. Dinastie di preti.

La fede come mestiere di famiglia, trasmessa col sangue e con la lingua. Poi venne la mannaia. Il punto di svolta, secondo gli studiosi, fu il Concilio di Trento: dopo le sue deliberazioni la Chiesa latina riuscì a imporre la propria liturgia su questi territori, soppiantando il rito greco-ortodosso locale. E allora? E attenzione, perché qui c’è il nodo: la conseguenza fu duplice e inscindibile — con la scomparsa – a voler essere onesti – del rito liturgico greco scomparve progressivamente anche la lingua griko come lingua viva della preghiera e del culto. Cioè: ti tolgono il rito, ti tolgono la lingua. La lingua era il veicolo della liturgia, e la liturgia era il cuore pulsante dell’identità collettiva. Cassoni lo dice chiaro: il “tramonto” non fu un’estinzione naturale, ma il risultato di pressioni istituzionali, politiche ed ecclesiastiche su comunità che avrebbero voluto continuare a pregare in greco. Non sono morti. Li hanno fatti morire. «’Cca sutta non chjova», il torto subìto non si dimentica. Ecco il nodo. Ora, qui scatta la domanda che mi tormenta…. Perché è sopravvissuto qualcosa? Se la dottrina è cambiata, se la lingua è stata soffocata, perché quella contadina – mi pare – salentina continua a piangere il morto con i gesti di Ecuba sulle mura di Troia? La risposta, secondo me, è quella che Jung chiamava inconscio collettivo. Non è scelta consapevole — nessuna di quelle donne – e non è poco – sa di star recitando Omero — è forma archetipica sedimentata. Il rito è la memoria che resiste alla dottrina. La teologia ufficiale può cambiare cento volte, ma il gesto del lutto, l’icona, il modo di stare davanti alla morte, quelli restano impigliati negli strati profondi. Lo si vede nelle figure femminili. Centrale è il ruolo della donna, depositaria della vita e della morte, protagonista del lamento corale, mimico e responsoriale. Punto…. La Mater Dolorosa che piange il Cristo morto è, in fondo, la stessa madre che da tremila anni piange il figlio sul campo di battaglia. E Catenacci spiega anche il perché della sopravvivenza: questa straordinaria continuità si spiega con la resistenza delle tradizioni orali nelle aree periferiche, dove il rituale legato alla morte resta bloccato da paure, superstizioni, tabù. La marginalità — la nostra famosa “arretratezza” meridionale — si rivela un congelatore. Ha conservato ciò che il progresso altrove ha sciolto. Mah, chi l’avrebbe detto. E veniamo all’oggi, perché c’è un paradosso finale che è quasi comico. Il rito greco, soffocato tra i salentini “originari”, sopravvive vivissimo grazie a chi greco non era affatto: gli albanesi. Gli arbëreshë, fuggiti dai Balcani dopo che Costantinopoli cadde. Profughi, sì — ma con la testa dritta e il rito in mano. Qui casca l’asino. Fatto sta che mentre tante altre comunità orientali, nel giro di qualche secolo, finirono per cedere a Roma e farsi latinizzare, loro no. Tennero il rito greco.

E diventarono — quasi per caso, quasi per ostinazione — i – in fin dei conti – custodi più seri che la tradizione liturgica bizantina abbia avuto in Italia. Poi arrivò persino il riconoscimento ufficiale: l’Eparchia di (con le dovute cautele) Lungro, in Calabria, la istituì Benedetto XV nel 1919. Prima eparchia cattolica di rito – se ci pensiamo – bizantino per gli italo-albanesi del continente. Poi, nel 1937, fu istituita l’Eparchia di Piana dei Greci (oggi Piana – e non è poco – degli Albanesi), in Sicilia, con la bolla “Apostolica Sedes” di papa Pio XI. Due presidi. Due atti di sopravvivenza istituzionalizzata. Ecco il nodo. Come segnalava un’analisi su Democrazia Futura, pubblicata su Key4biz nel 2022, queste Eparchie costituiscono un presidio culturale e spirituale alla base, resistendo all’omologazione latina e conservando liturgie, canti, iconografia e calendario propri della tradizione orientale. Mario Pietro Tamburi, in un saggio dedicato proprio al rito greco-bizantino come elemento costitutivo delle comunità arbëreshe di Calabria, insiste su un punto che a me sta a cuore: non è retaggio folklorico o museale, ma struttura viva e costitutiva dell’identità comunitaria. Vivissima al punto che la liturgia, ancora oggi, è quella di sempre: la Divina Liturgia dura circa un’ora e mezza, ha una forte componente cantata, e si celebra ordinariamente quella di San Giovanni Crisostomo; quella di San Basilio si celebra nelle domeniche di Quaresima, nelle vigilie di Natale e dell’Epifania, il Giovedì e il Sabato Santo, e il 1° gennaio. E le chiese conservano l’elemento più riconoscibile: l’iconostasi, (parete sacra tipica delle chiese di rito orientale) una parete divisoria di pietra, legno o metallo posta tra la navata e il santuario (dove si trova l’altare), decorata con icone di Cristo, della Vergine, dei santi e di scene liturgiche; la sua apertura centrale, la Porta Regale, è attraversata solo dal sacerdote. Una Porta Regale a Lungro, in provincia di Cosenza. Non a Salonicco. A Cosenza. E invece no. Il punto, secondo me, è questo. Il Mezzogiorno è stato convinto, dal Risorgimento in poi, di essere periferia arretrata di un centro che sta a Nord. E invece, liturgicamente, è più vicino a Salonicco che a Milano. La sua Europa non è solo quella carolingia: è quella adriatica e mediterranea. Ne ho scritto altrove, ragionando su come il passato continui a parlarci (“Storia come specchio: quando il passato riflette il presente“, https://giuseppeantoniosauro.com/storia-come-specchio/), e qui il passato urla. Ho persino un’eco familiare: i miei nonni materni erano di Isola di Capo Rizzuto, sullo Ionio, lo stesso mare che guarda a Oriente. Boh, forse è suggestione. Resta la domanda aperta. Curioso. Curioso davvero. se una nonna del Salento piangesse ancora con la voce di Ecuba, e un fedele di Lungro varca la Porta Regale come a Bisanzio — il Sud sa chi è davvero? E se lo sapesse, cambierebbe qualcosa nel modo in cui si racconta? Io credo di sì. Perché riconoscere quella grecità non è nostalgia: è restituire al Mezzogiorno uno strato di sé che gli hanno tolto senza chiedere il permesso. Il greco non l’abbiamo mai smesso di pregare…. L’abbiamo solo dimenticato di stare pregando. È proprio rito greco Salento il filo conduttore di questo ragionamento.

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