Storia come specchio: quando il passato riflette il presente
C’è una scena, in un libretto del 1918, che mi torna in mente ogni volta che leggo le cronache di questi anni. Un professore tedesco di mezza età, sconosciuto ai più, consegna alle stampe un volume enorme, denso, profetico. Si chiama Oswald Spengler, il libro è *Il tramonto dell’Occidente* (Der Untergang des Abendlandes), e nel giro di pochi mesi diventa il caso editoriale dell’Europa stremata dalla Grande Guerra. Pensa un po’: un manoscritto concepito nel 1911, quando ancora nessuno immaginava le trincee, esce fresco di stampa mentre i reduci tornano dal fronte con gli occhi spenti. Profetico, direi.
Quel libro l’avevo preso in mano la prima volta in una libreria di Pisa, anni Novanta, edizione Longanesi[KV1.1]. Mi sembrava un mattone. Lo era. Ma è uno di quei mattoni che ti restano addosso, perché Spengler — al netto di tutte le critiche che gli si possono muovere, e ne ha collezionate parecchie — ha avuto un’intuizione che continua a tormentarci: la storia non è una linea retta che va dal peggio al meglio, è un cerchio. Anzi, è una serie di cerchi, ciascuno corrispondente a una civiltà che nasce, cresce, matura, marcisce. E muore.
Il punto, secondo me, è questo: noi italiani — e gli europei in generale — un secolo dopo Verdun e il Carso continuiamo a leggere il presente con la sua lente, anche quando non lo sappiamo. Quando senti dire "l’Europa è finita", "non facciamo più figli", "le nostre città sono vuote di senso", stai citando Spengler senza saperlo. Lui aveva già scritto tutto, con una precisione che oggi ci sembra quasi indecente. Sviluppò la sua opera in undici anni, dal 1911 al 1922, concependo il titolo già nel 1911 per designare una fase della storia mondiale che abbraccia diversi secoli, attingendo a Goethe per il metodo e a Nietzsche per l’impostazione dei problemi. Non un dilettante, insomma. Un uomo che voleva fare per la storia quello che Copernico aveva fatto per l’astronomia: spostare l’Occidente dal centro dell’universo.
Ed è qui che si capisce perché ci ossessiona ancora. Spengler distingueva tra *Kultur* e *Zivilisation*: la prima è la fase creativa, spirituale, vitale di una civiltà; la seconda è la sua fase terminale, fatta di tecnica raffinata, denaro, metropoli sterili. Thomas Mann — che del resto era amico-nemico di Spengler — definiva la civilizzazione come spirito della ragione[KV2.1], dell’urbanità, del dubbio, dell’illuminismo e della disgregazione, contrapposta alla cultura come principio che alimenta la vita. Vabbè, fermati un attimo e guardati attorno: le nostre città da dieci-venti milioni di abitanti (Spengler le aveva previste per il Duemila[KV3.1], ci ha azzeccato), la sterilità demografica, il cosmopolitismo svuotato, il potere del denaro che ha mangiato tutto il resto. L’uomo della metropoli che Spengler descriveva come "parassita, irreligioso, intelligente, infecondo"[KV4.1] — guardalo in metropolitana a Milano, a Parigi, a Berlino. È lui. Siamo noi.
Mia sorella, quando facciamo le nostre consuete passeggiate del pomeriggio qui a Lecce, mi dice sempre che i bambini al parco sono pochi, sempre meno. Lei lo dice come constatazione spicciola, da donna che osserva la vita. Spengler lo aveva trasformato in legge storica. E il bello — o il brutto — è che funziona. Se vai sulla Treccani e cerchi la voce dedicata, vedrai che lo definiscono uno dei pensatori più discussi del Novecento; controverso, sì, ma irrinunciabile.
Ora, attenzione. Non sto dicendo che Spengler avesse ragione su tutto. Anzi. Benedetto Croce, dall’altra sponda, gli rispondeva con *La storia come pensiero e come azione*, pubblicato tra il 1938 e il 1939 per Laterza a Bari[KV5.1] — opera che molti considerano il maggior libro della sua maturità[KV6.1]. Croce sosteneva che la storia è sempre "storia contemporanea", perché nasce da problemi del presente che interrogano il passato. Niente cicli biologici deterministici, niente fatalismo cosmico: la storia come liberazione, come libertà. Due visioni opposte, ma entrambe — e qui sta il paradosso — finiscono per dire la stessa cosa: il passato è uno specchio del presente. Solo che per Spengler lo specchio è una condanna, per Croce è una possibilità.
A me viene da pensare che la verità stia in mezzo. O meglio, da una parte diversa. Edgar Morin, nelle sue *Le lezioni della storia* edite da Garzanti a Milano nel 2025, ricorda che la razionalità della storia spesso è soltanto una razionalizzazione a posteriori. Cioè: noi guardiamo agli eventi del passato — la Grande Guerra, la caduta dell’Impero romano, la peste nera — e ci costruiamo sopra una narrazione coerente. Ma sul momento nessuno capiva niente. Il maestro di Morin, Georges Lefebvre, gli insegnava già nel 1940 alla Sorbona che il risultato di un’azione può essere contrario alla sua prima intenzione: la nobiltà francese, convocando gli stati generali nel 1789 per recuperare autorevolezza, scatenò involontariamente la Rivoluzione che la distrusse. Strano no?
E qui i pattern ricorrenti tornano a galla, perché — pure se Morin ha ragione sull’imprevedibilità — certe dinamiche umane si ripetono con una puntualità sconcertante. Barbara Tuchman, nei *Cannoni di agosto* del 1962 (in Italia Einaudi, Torino)[KV7.1], raccontava come Kennedy avesse passato il libro a Macmillan[KV8.1], dicendogli più o meno: leggilo, sennò rifacciamo l’agosto 1914. La Tuchman ricostruiva quel funerale di Edoardo VII del maggio 1910[KV9.1], ultimo raduno della monarchia della vecchia Europa, con nove sovrani a cavallo e il Times che salutava Guglielmo II come il più eminente degli stranieri[KV10.1]. Pochi anni dopo si scannavano nelle trincee. Il sole del vecchio mondo stava tramontando — frase che potrebbe stare uguale identica in Spengler.
E pensa che oggi, con Putin, Trump, la guerra in Ucraina, la Cina che spinge, gli equilibri che saltano: chi può dire che non siamo nel 1910 senza saperlo? Carlo Ginzburg ne *Il formaggio e i vermi* (Einaudi, Torino, 1976) mostrava come il mugnaio cinquecentesco Menocchio avesse idee identiche ai post Facebook di oggi. Le reazioni alla peste nera del Trecento — xenofobia, complottismo, capri espiatori — sono le stesse del Covid, come Barbara W. Tuchman documenta in *Uno specchio lontano* (Mondadori, Milano, 1979). Ho scritto qualcosa di simile sul blog, se ti interessa, in "Quando la politica diventa un grande casino globale (e noi a guardare)" (https://giuseppeantoniosauro.com/crisi-politica-globale-casino-mondiale/): il déjà-vu storico è permanente.
Ma — e qui arriva il punto sporco — la storia non è solo specchio innocente. È anche arma. Eric Hobsbawm (a cura di) in L’invenzione della tradizione, edito da Einaudi a Torino nel 1987, spiegava come noi inventiamo continuamente tradizioni "antiche" per legittimare il presente. Il kilt scozzese, le cerimonie della monarchia britannica, i nostri stessi miti risorgimentali. Denis Mack Smith nella sua *Storia d’Italia* (Laterza, Bari, 1959) rivelava che il Risorgimento fu più guerra civile che liberazione nazionale — cosa che da meridionale, perdonami, mi cuoce ancora. Spengler stesso, va detto, finì per essere usato e abusato: i nazisti lo amarono e poi lo odiarono, perché lui — borghese tedesco di destra — non si piegò del tutto al delirio razziale. Boh, ironie della storia.
L’uso politico del passato è un’arte vecchia come Erodoto. Yuval Noah Harari in *Sapiens. Da animali a dèi* (Bompiani, Milano, 2014) lo dice in modo brutale: cooperiamo grazie ai miti condivisi — religioni, nazioni, denaro — e questi miti vengono continuamente riscritti. Se leggi certi editoriali storici o sfogli la voce "historiography" della Britannica, trovi conferme a ogni riga: la storia è sempre racconto situato, mai cronaca neutra.
E veniamo alle crisi istituzionali, perché lì Spengler aveva visto giusto e male insieme. Lui diceva: ogni civiltà finisce nel cesarismo, in un imperialismo cesareo guidato da uomini forti. Profetico sui populismi di oggi? Forse. Riduttivo? Sicuramente. Le democrazie scricchiolano — come mostrano molti articoli recenti sulla crisi dell’Occidente — ma scricchiolano per ragioni complesse, non per fatalità biologica. Le chiese pure: il silenzio di Dio nelle nostre cattedrali vuote è un tema che mi sta a cuore, ne ho scritto in "Il Silenzio di Dio: Quando la Fede Diventa Assenza" (https://giuseppeantoniosauro.com/silenzio-di-dio-fede-assenza-letteratura/), perché credo che Spengler — pur ateo militante — quella desertificazione spirituale l’avesse fotografata bene.
Allora arriviamo al punto vero. Perché Spengler ci ossessiona ancora, un secolo dopo? Perché ci ha messo davanti uno specchio scomodo. Non quello consolatorio del progresso lineare ("domani sarà meglio di ieri"), né quello complottista del passato dorato ("una volta sì che si stava bene"). Uno specchio brutale: le civiltà sono organismi mortali, e l’Europa è in una fase tarda della sua vita. Puoi non crederci. Puoi pensare, con Croce, che la libertà rinasca sempre. Puoi pensare, con Morin, che l’imprevedibile possa salvarci. Ma la domanda di Spengler resta inchiodata al muro: e se avesse ragione?
Forse la risposta vera è quella che diceva mia nonna Teresa, a Isola di Capo Rizzuto: "Dui su’ i putenti, cu avi assai e cu non avi nenti". Le civiltà muoiono quando smettono di accontentarsi del poco essenziale e iniziano a credere di poter avere tutto. Spengler l’aveva capito. Noi, un secolo dopo, ancora facciamo finta di niente. E intanto lo specchio continua a riflettere — non il passato, non il futuro, ma esattamente noi, adesso, mentre fingiamo di non guardarci.
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