Il potere ha tre volti che i filosofi conoscono bene
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Il potere ha tre volti che i filosofi conoscono bene

La filosofia del potere inizia da una scena che mi torna sempre in mente. Mio nonno, contadino calabrese, mi diceva: “Peppi’, ricordati che il padrone vero non urla mai. Quello che urla è il sottoposto.” Ecco, in quella frase ruvida c’era già tutta la filosofia politica del Novecento. Perché il potere, quello vero, ha imparato da secoli a non mostrarsi. Si traveste, si dissimula, si fa carezza prima di farsi pugno poi. E i filosofi — quelli seri, non i tuttologi da talk show — questa cosa l’hanno capita benissimo . La filosofia del potere ha radici profonde. Hanno individuato tre volti, anzi quattro, forse cinque, che il potere indossa a turno, a seconda della platea. Vale la pena ripercorrerli, perché senza quegli occhiali filosofici oggi sei cieco. Soprattutto adesso, nell’era post-ideologica, dove ti raccontano che le ideologie sono morte mentre ti profilano l’anima ventiquattr’ore su ventiquattro. Partiamo dal volpone fiorentino. Niccolò Machiavelli, nato nel 1469, formato sui classici latini, segretario della seconda Cancelleria fiorentina dal – mi pare – 1498 al 1512 — uno che la politica l’aveva masticata sul campo, non sui libri. Niente da fare. Il Principe, scritto nel 1513-14 durante l’esilio amaro dopo il ritorno dei Medici, nasce proprio da quell’esperienza diplomatica con la “spietatezza dei rapporti internazionali regolati dalla guerra”. E lì dentro c’è una verità che ti scortica: la politica è un territorio percorso dal rischio, dalla fortuna, e la virtù del principe consiste nella capacità di prendere decisioni e cogliere l’occasione. Niente moralismi. Niente prediche.

Machiavelli identifica tre volti del potere — già lui, cinque secoli fa: quello internazionale dominato dalla logica della potenza, quello della fondazione statale, quello del governo interno basato su legge, consenso e libertà. E la regola che fa accapponare la pelle: – ed è un bel problema – “gli uomini si debbano o vezzeggiare o spegnere”. Tertium non datur. Ora pensa a oggi. Ecco. Le democrazie contemporanee si presentano con il sorriso smagliante del talk show, ma le decisioni vere — sai dove si prendono? Nei consigli di amministrazione, nei vertici intergovernativi a porte chiuse, nelle stanze di Bruxelles dove non sei mai entrato…. Machiavelli ti avrebbe detto: “Vedi? Te l’avevo detto io.” E più di un secolo dopo, quel napoletano Torquato Accetto, nel suo Della dissimulazione onesta del 1641, ha messo nero su bianco una cosa magnifica: la dissimulazione è “industria di non far veder le cose come sono”, un velo composto di “tenebre oneste”. Tre tipologie umane secondo Epicteto, che Accetto riprende: lupi, leoni e volpi. E contro le volpi — il consiglio (con le dovute cautele) è geniale — bisogna “tener apparenza di sciocco”. Le porpore, le corone d’oro, gli scettri: i tre poteri (religioso, monarchico, politico) hanno sempre bisogno della maschera. Strano, no? Il potere democratico contemporaneo, che si vanta – per quanto strano – di trasparenza, è il più mascherato di tutti. Ma se Machiavelli e Accetto guardano al potere dall’alto, – mi pare – dal vertice, c’è chi nel Novecento ha rovesciato il cannocchiale. Incredibile. Michel Foucault, in Sorvegliare e punire del 1975, pubblicato da Einaudi a Torino, ha fatto una rivoluzione copernicana: il potere non sta in cima, sta dappertutto. È microfisica. È capillare. Questa nuova filosofia del potere Ti attraversa mentre fai la fila alle poste, mentre compili un modulo INPS, mentre scrolli Instagram alle due di notte. Riccardo Campa, in Biopolitica e biopotere. Biopotere davvero. Da Foucault all’Italian Theory e oltre* (2020, Jagiellonian University Repository), ha mostrato bene come queste nuove forme di controllo biopolitico, ovvero il controllo della vita biologica attraverso meccanismi politici, siano esplose nell’era digitale. A conti fatti. E qui entra in scena Giorgio Agamben, con Homo Sacer: il concetto di “vita nuda“, esistenza biologicamente viva ma politicamente esclusa, è la chiave per capire cosa siamo diventati noi utenti delle piattaforme. Sì sì, esattamente noi. Secondo l’interpretazione delle teorie foucaultiane, il biopotere può essere inteso come l’insieme dei meccanismi, per cui le caratteristiche biologiche fondamentali della specie umana diventano oggetto di strategia politica, sebbene questa formulazione specifica richieda verifica nelle fonti primarie dell’autore. Bene: oggi quei meccanismi si chiamano algoritmi. Ne ho scritto altrove, se ti interessa approfondire ti rimando a Capitalismo della Sorveglianza: Sei il Prodotto degli Algoritmi.

Perché il punto è proprio questo: tu credi di – a voler essere onesti – usare lo smartphone, e invece è lui che usa te. Robert Rowland Smith ha scritto “Breakfast with Socrates” (2009) e “Driving with Plato” (2011), lo dice con un’immagine che resta: lo smartphone è “protesi cognitiva” che filtra la realtà via algoritmi proprietari. Eppure. 2.600 tocchi quotidiani dello schermo secondo lo studio di Dscout Fonte: telefonini.com — un numero che fa venire i brividi — sono micro-decisioni inconsce. Luciano Floridi definisce l’IA come “insieme potentissimo di capacità computazionali in grado di agire nel mondo con efficacia e successo” senza comprensione. Ecco il nuovo volto del potere: efficace – diciamo la verità – senza capire, e proprio per questo terrificante…. Mah, alla fine il Panopticon di Bentham che tanto piaceva a Foucault era artigianato rispetto a TikTok. E qui arriva il terzo volto, quello che secondo me brucia di più. Antonio Gramsci, dal carcere fascista, ha scritto pagine che ancora oggi i sociologi americani saccheggiano senza citarlo…. L’egemonia culturale, cioè il dominio attraverso il controllo delle idee e dei valori,.

Gramsci ha rivoluzionato la filosofia del potere con questo concetto: L’idea, semplice e devastante, che il dominio non si regge sulla forza ma sul consenso, (chissà) e il consenso si costruisce decidendo cosa la gente deve pensare, come, in quali categorie. Difficile a dirsi. Pensa un po’: chi stabilisce oggi cosa è “ragionevole” dire in pubblico? Chi decide quali parole sono accettabili e quali no? Quali idee meritano una cattedra e quali invece la gogna social? Theodor W. Adorno, con Max Horkheimer, aveva già intuito tutto nella Dialettica dell’Illuminismo: l’industria culturale fa sì che “ognuno sia tenuto a comportarsi secondo il level assegnato in anticipo sulla base degli indici statistici”. Categorizzati, profilati, normalizzati. Orwell, in Animal Farm, pubblicato il 17 agosto 1945, l’ha raccontato con un’allegoria che è diventata profezia: ti ricordi Squealer, il maiale propagandista che modifica progressivamente i Sette Comandamenti? “Nessun animale dormirà in un letto” diventa “con lenzuola”. “Nessun animale ucciderà un altro animale” diventa “senza causa”. A conti fatti. E quando le cose vanno male, i tagli – ed è un bel problema – alle razioni vengono chiamati “readjustment” — mai “reduction”. Ti suona familiare? “Quota di solidarietà”, “manovra correttiva”, “razionalizzazione della spesa”: il linguaggio politico contemporaneo è una miniera orwelliana a cielo aperto. La frase finale, “TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ UGUALI DEGLI ALTRI”, andrebbe affissa all’ingresso di ogni redazione, di ogni parlamento, di ogni università. Fabrizio Tarquini, in A proposito di ideologia e post ideologia, riprende benissimo questo passaggio: il potere – forse – post-ideologico non si manifesta più con grandi narrazioni totalizzanti ma con microstrutture diffuse e apparentemente neutrali. Apparentemente. La parola chiave è questa. Qui casca l’asino. Poi c’è il quarto volto, il più scomodo, – forse – quello di cui i benpensanti non vogliono parlare. Carl Schmitt — sì, lo so, il giurista che si è compromesso col nazismo, e infatti per decenni è stato impronunciabile in Italia, salvo poi essere riscoperto da Tronti, da Cacciari, da tutta una sinistra intelligente che aveva capito quanto fosse necessario leggerlo. La sua tesi è una lama: “Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione“. Quando arriva l’emergenza — pandemia, terrorismo, crisi economica, – almeno credo – guerra in Ucraina — le regole si sospendono. Il diritto si fa da parte. E chi decide questa sospensione, chi traccia il confine tra normale ed eccezionale, quello è il vero sovrano. Non chi sta in Parlamento, non chi vota…. Quello che firma il decreto. Eppure. Agamben, riprendendo Schmitt, ha denunciato per anni come lo stato d’eccezione sia diventato paradigma di governo permanente. E ci aveva visto giusto, comunque la pensi sulle sue posizioni più radicali durante il Covid. Vale la pena dirlo: lo stato d’eccezione oggi non si dichiara più con i carri armati per strada. Si dichiara con un algoritmo che ti sospende l’account, con una direttiva europea che bypassa il dibattito parlamentare, con un’inchiesta giudiziaria che spazza via un candidato sgradito. Su questo, se ti va, ho ragionato in Quando i Giudici Decidono Chi Può Governare: il caso Le Pen è scuola, è manuale schmittiano applicato. La sospensione delle regole democratiche in nome della democrazia stessa. Paradosso puro.

A conti fatti. E allora la democrazia deliberativa? Quella corrente teorica che Joshua Cohen, Jürgen Habermas, James Fishkin hanno cercato di costruire come risposta? L’idea è bella: la legittimità democratica come “diritto, capacità e opportunità” per coloro che sono colpiti dalle decisioni collettive di partecipare alla loro formazione…. Habermas la chiama “comunicazione senza soggetto” nella sfera pubblica, Seyla Benhabib la definisce “conversazioni anonime e interconnesse”, John Dryzek parla di “democrazia discorsiva”. Hanno sperimentato giurie cittadine (Ned Crosby), assemblee cittadine in Columbia Britannica, conferenze di consenso del Danish Board of Technology, il celebre bilancio partecipativo di Porto Alegre, i “sondaggi deliberativi” di Fishkin…. Bello tutto. E così sia. Sulla carta, magnifico. Però — e qui Chantal Mouffe ha ragione da vendere, anche se non sono d’accordo praticamente su nient’altro con lei — la democrazia deliberativa rischia di essere utopicamente ingenua in un mondo di relazioni di potere diseguali. Ti metti seduto al tavolo deliberativo con l’amministratore delegato di Meta? Con il commissario europeo? Con chi controlla il flusso informativo? La ricerca del consenso, dicono gli agonisti – e non è poco – come Mouffe, finisce per essere oppressiva delle differenze. Nancy Fraser ha proposto i “contro-pubblici subalterni” delle minoranze oppresse. Iris Young ha sollevato il problema delle voci escluse. Insomma, l’aula della deliberazione razionale habermasiana assomiglia tanto a un seminario di filosofia tedesca degli anni Settanta: bellissimo, ma fuori dalla porta c’è la realtà. Il punto è questo. E la realtà, a conti fatti, è quella che Andrea Giuliodori descrive bene in Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita: il sistema economico-consumistico come “piovra a otto tentacoli” che crea “schiavi convinti di essere liberi”. Bauman lo aveva detto: “Noi che godiamo di sicurezza e comfort senza precedenti, viviamo in uno stato di costante allarme”. È la “Sindrome di Stoccolma esistenziale”: vittime e complici insieme. Il potere contemporaneo non ti incatena, ti convince. Non ti costringe, ti seduce. Non ti vieta, ti suggerisce. Ma andiamo avanti. E allora, quali strumenti restano? Salvatore Veca, in La filosofia politica (Laterza, 2024) — il maestro milanese scomparso nel 2021 — ci dice che la filosofia politica serve proprio a questo: a tenere accesa la lampada quando intorno cala il buio…. Augusto Placanica, nel meraviglioso Il filosofo e la catastrofe. Un terremoto del Settecento (Einaudi, 1985), ha mostrato come i filosofi del XVIII secolo seppero leggere nelle macerie del sisma calabrese del 1783 tre volti del potere — il divino, il politico, il razionale. Lì, in quella Calabria devastata che è terra mia, nacque una consapevolezza nuova. Se vuoi capire come la filosofia possa essere grimaldello e non chiacchiera, leggi anche cosa ho scritto su Politica e cultura: un dialogo necessario. Strumenti? Eccoli, in disordine. Ecco. Primo: smaschera il linguaggio. Quando senti dire “resilienza”, “sostenibilità”, “inclusione”, chiediti (o forse no?) chi ci guadagna davvero da queste parole. Secondo: pratica il dubbio metodico. Non quello sterile dello scettico, ma quello costruttivo di chi cerca la verità. Terzo: coltiva la memoria. Perché chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo. La filosofia politica non è un lusso per intellettuali: è l’antidoto contro la barbaria che sempre minaccia di tornare. Il punto è questo…

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