Magistratura politica europea: giudici che decidono chi può governare, caso Le Pen emblematico della deriva autoritaria
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Quando i Giudici Decidono Chi Può Governare: Il Caso Le Pen e la Deriva Autoritaria della Magistratura

C’è una scena, in un piccolo paese del Marchesato, che da bambino mi tornava sempre davanti agli occhi quando sentivo parlare di "giustizia". Il giudice di pace seduto sotto il portico, con la coppola, che ascoltava le parti e decideva. Non scriveva sentenze, non citava codici. Decideva. E quella decisione, per quanto ingiusta potesse sembrare a uno dei due, restava una decisione *dentro* la comunità, non *sopra* di essa. Oggi guardo Parigi, guardo Marine Le Pen interdetta dai pubblici uffici per cinque anni con esecuzione immediata, e mi viene da pensare: il giudice di pace di una volta aveva più legittimità democratica di un tribunale che decide chi può candidarsi all’Eliseo. Strano, no?
Partiamo dal fatto. Il 31 marzo 2025, il Tribunale di Parigi ha condannato Marine Le Pen per appropriazione indebita di fondi del Parlamento Europeo, con ineleggibilità immediata. Non tra dieci anni, non dopo i gradi di appello: subito. Lei, che nei sondaggi era data favorita per il 2027. Coincidenza? Mah. A me viene in mente quel detto del Marchesato che mia madre ripeteva sempre: "Quannu i mulinari s’imbrìganu", quando litigano quelli che sanno macinare, vengono a galla i segreti. E il segreto qui, secondo me, è questo: l’establishment europeo ha smesso di fidarsi delle urne.
E Montesquieu? Nel suo Lo Spirito delle Leggi — Rizzoli BUR, Milano, 1989 — aveva messo in piedi tutta la baracca liberale moderna su una cosa banale: i poteri si guardano in cagnesco perché nessuno è santo. Chi fa le leggi. Chi le applica. Chi le interpreta. Tre cose diverse. Ma il punto è cosa succede quando i giudici decidono chi può fare politica? Beh, salta tutto per aria. E il povero illuminista francese — forse — si gira nel sepolcro come un pollo allo spiedo.
Ora, attenzione: non sto dicendo che Le Pen sia innocente. Boh, non lo so, magari ha davvero distratto quei fondi. Il punto, secondo me, è un altro. È l’esecuzione immediata dell’ineleggibilità. È il timing. È il fatto che c’è un pattern europeo che non si può più ignorare. Berlusconi negli anni Novanta, Salvini con l’Open Arms, Vox perseguitato in Spagna, AfD che in Germania vogliono mettere fuorilegge. Sempre gli stessi obiettivi. Sempre lo stesso metodo.
Qualcuno dirà: ma è solo applicazione della legge. Vabbè, però guarda: in America Latina lo chiamano lawfare da anni. Lula incarcerato proprio quando stava per vincere, poi assolto a giochi fatti. Cristina Kirchner. Evo Morales. Noam Chomsky, nel suo La Fabbrica del Consenso scritto con Edward Herman nel 1988 per Pantheon Books a New York (in italiano è stato pubblicato per la prima volta da Marco Tropea editore nel 1998), aveva già spiegato che le democrazie mature non hanno bisogno della violenza aperta per neutralizzare il dissenso: bastano i meccanismi istituzionali, basta la fabbricazione del consenso. Ecco. La differenza tra il Sud America e l’Europa? Là colpiscono i progressisti, qua i sovranisti. Ma il metodo è identico. Cambia solo l’ortodossia da difendere.
E qui mi tornano in mente le pagine di Carl Schmitt — sì, lo so, è ingombrante, controverso, lo so — nel suo Il custode della Costituzione del 1931, edito in italiano da Giuffrè a Milano nel 1981. Schmitt diceva una cosa terribile e profetica: sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Oggi chi decide quando un partito "esce dall’arco costituzionale"? Chi decide che certe idee sono inammissibili e altre no? I magistrati. Il nuovo sovrano indossa la toga. E lo dico io che ho una formazione cattolica e che sul potere la penso in modo abbastanza diverso da Schmitt — ma sui fatti non si discute.
C’è poi un altro pezzo che mi inquieta. Hannah Arendt, in Le origini del totalitarismo del 1951, edito in italiano da Edizioni di Comunità a Milano nel 1967, spiegava che quando le élite perdono il contatto con il popolo cercano sostituti tecnici della legittimazione. Esperti. Tecnocrati. E sì, giudici. La democrazia rappresentativa diventa una scenografia: si vota, ma le decisioni vere stanno altrove. Su treccani.it, se cerchi la voce "democrazia", trovi una definizione classica che pesa come un macigno: governo del popolo attraverso rappresentanti liberamente scelti. Liberamente scelti. Se i candidati li seleziona un tribunale, di liberamente scelti non c’è più nulla.
Il mio caro amico Gabriele, che di queste cose discute con me nelle telefonate della domenica, mi diceva l’altra settimana: "Ma tu lo sai che il problema vero è la sfiducia?". E aveva ragione. Zygmunt Bauman, nel suo La società dell’incertezza del 1999, pubblicato da il Mulino a Bologna, aveva descritto perfettamente questa fase: la modernità liquida produce istituzioni che non riescono più a contenere il conflitto politico dentro forme legittime, e così lo scaricano sul potere giudiziario. Il quale, per carità, ci sguazza pure volentieri. Perché — diciamocelo — il magistrato che blocca il leader populista finisce sulle copertine, viene invitato nei talk, scrive il libro. Il magistrato che archivia, no.
Anche Ulrich Beck, in La società del rischio del 1986 (edito da Carocci a Roma nel 2000), aveva visto che la legittimazione delle democrazie occidentali si sarebbe spostata dalla rappresentanza alla gestione del rischio. E cosa c’è di più rischioso, per un’élite europea atlantista e mondialista, di un sovranista che vince le elezioni? Niente. Quindi il rischio va neutralizzato. Con la legge, ovviamente. Tutto regolare. Tutto formalmente impeccabile. Solo che il risultato è che oltre 10 milioni di elettori francesi del Rassemblement National si ritrovano senza la candidata che avevano scelto. E qualcuno, da qualche parte, dovrebbe avere il pudore di chiedersi se questo è ancora un sistema democratico o qualcos’altro.
A proposito di Europa: c’è la CEDU, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che dovrebbe vigilare. Se vai su echr.coe.int trovi sentenze su sentenze. Hanno condannato la Turchia per Demirtaş, la Russia per Navalny, l’Azerbaigian per Mammadov. Tutti casi sacrosanti, intendiamoci. Però — e questo è il punto — quando mai la CEDU ha condannato la Francia per un uso politico della magistratura? Quando mai la Germania? Quando mai l’Italia per come si è trattato Berlusconi negli anni d’oro di Mani Pulite? Mai. C’è una geografia morale della giustizia europea che è sospetta. I "cattivi" sono sempre fuori dai confini. Dentro, tutto bene.
Su corriere.it e su repubblica.it ho letto editoriali entusiasti per la condanna a Le Pen: la legge è uguale per tutti, finalmente la giustizia funziona. Su lefigaro.fr, invece, toni diversi più cauti. E sul sito di Le Monde — lemonde.fr — qualche giurista ha osato dire che l’esecuzione immediata di una pena di ineleggibilità prima dei gradi d’appello pone problemi seri di compatibilità con la Convenzione europea. Bingo. Ma l’eco mediatica è stata zero. Strano, no?
Poi c’è questo libro — che chi scribacchia sui giornali dovrebbe leggersi: Christopher Lasch, La ribellione delle élite, del 1995. Feltrinelli l’ha pubblicato nel 1995. Lasch ci aveva visto lungo: non è la gente comune che ha rotto con i pezzi grossi. No. Sono i pezzi grossi che hanno rotto con la gente. Si sono chiusi nei loro quartieri fighi, nelle loro università, nei loro tribunali. E da lì decidono cosa possiamo votare e cosa no. Profetico? Direi di sì. Aggiungo Pierre RosanvallonLa controdemocrazia, 2006, Castelvecchi Roma 2017: il potere di controllare, bloccare e giudicare ha stracciato quello di scegliere. Fatto sta che processare conta più di votare.
E noi italiani, con la nostra storia, dovremmo essere i primi a vederlo. Paolo Mieli, in vari interventi raccolti in Le verità nascoste. Trenta casi di manipolazione della storia (Rizzoli, Milano, 2019), ha ricostruito quanto la magistratura abbia inciso sulla nostra Repubblica dalla fine della Prima Repubblica in poi. Eppure facciamo finta di niente. Su focus.it spiegano la separazione dei poteri ai ragazzi delle medie come fosse Lego: questo blocco con questo, quello con quello. Ma nella realtà i blocchi si sono fusi.
Allora chiudo come ho aperto. Quel giudice di pace sotto il portico, con la coppola, aveva una cosa che oggi manca: il consenso della comunità su cui esercitava il potere. Era uno di loro. I tribunali europei di oggi, invece, non rispondono a nessuno. Non sono eletti, non sono revocabili, non sono nemmeno sempre prevedibili. Decidono. E la loro decisione, sempre più spesso, riguarda il cuore stesso della democrazia: chi può candidarsi.
Il punto, secondo me, è questo: non si tratta di difendere Le Pen, Salvini, Trump o chiunque altro. Si tratta di difendere il principio per cui chi vota deve poter scegliere davvero. Se la scelta è già stata fatta in un’aula di giustizia, quella che andiamo a infilare nell’urna è solo carta. "Aria netta non avi paura i trona", dicevano i vecchi: chi ha la coscienza pulita non teme i tuoni. E allora io chiedo: l’Europa che processa i suoi oppositori ce l’ha, la coscienza pulita?
Boh. Ho i miei dubbi.

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