Leader politico isolato simboleggia la solitudine del potere nella politica contemporanea
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La Solitudine del Potere: Quando i Leader Perdono i Loro Alleati

La Solitudine del Potere: Quando i Leader Perdono i Loro Alleati

La solitudine del potere: Quando i Leader Perdono i Loro Alleati Ma guarda, c’è una – se ci pensiamo – cosa che mi rimbalza in testa da settimane e che secondo me nessuno sta inquadrando bene. Mi spiego: quando vedi Meloni nel Consiglio Europeo di questi giorni, con Orbán che traballa pericolosamente in Ungheria sotto i colpi di Magyar, ti rendi conto che stiamo assistendo a una roba molto più grande di una semplice crisi politica. Cioè, è proprio una sindrome. Una vera e propria patologia del potere contemporaneo, che ha pure dei sintomi precisi e ricorrenti. E la cosa pazzesca è che queste dinamiche le avevano già descritte un sacco di pensatori, da Machiavelli in poi, però nessuno le aveva mai viste manifestarsi tutte insieme così, in questo modo, amplificato dalla cassa di risonanza dei social. Allora, partiamo dal principio.

L’altro giorno parlavo con un mio amico che fa il ricercatore in scienze politiche, uno tosto, e – diciamo la verità – gli dicevo: senti, ma non ti pare che tutti questi leader populisti stiano facendo la stessa identica fine? È proprio la solitudine del potere che li accomuna. Chi lo sa. Lui mi ha guardato e mi ha detto: “Pensa un po’, è esattamente la teoria della coalizione vincente, ovvero il gruppo ristretto di alleati essenziali per mantenere il controllo politico, applicata al XXI secolo”. E io lì sono rimasto un po’ di sasso, (tra parentesi) perché in effetti, se ci pensi bene, è proprio così. Bruce Bueno de Mesquita e Alastair Smith, in quel libro pazzesco che è The Dictator’s Handbook, scritto nel 2011 per PublicAffairs a New York, l’avevano spiegato in modo cristallino: ogni leader, – inutile negarlo – democratico o autocratico, dipende da una “coalizione vincente” di sostenitori chiave per mantenere il potere, e la stabilità politica deriva dalla capacità di distribuire benefici e risorse a questi alleati essenziali. Punto. È matematica, non opinionismo da bar. E qui casca l’asino, perché quando guardi i leader populisti contemporanei — Meloni, Orbán, Trump, Bolsonaro, Le Pen – o almeno così sembra – vedi una cosa interessantissima: tutti loro hanno costruito il proprio potere fregandosene bellamente delle élite tradizionali. Anzi, contro le élite tradizionali. E va benissimo, eh, finché funziona. Però poi succede una cosa strana, una specie di paradosso che merita di essere sviscerato per bene.

Ma andiamo avanti. Ora che ci penso, mi viene in mente quel passaggio di Machiavelli — sì, sempre lui, il grande fiorentino esiliato a Sant’Andrea in Percussina — che nel suo Il Principe, scritto nel 1513 e pubblicato postumo nel 1532, aveva intuito una cosa che oggi assume un significato spaventosamente attuale. L’opera mostra che il potere politico è intrinsecamente precario e che gli alleati (ma questo è un altro discorso) possono trasformarsi in fretta in avversari a seconda delle circostanze e degli interessi. Il filosofo fiorentino nota come i principi debbano essere preparati alla solitudine del comando, poiché le alleanze politiche sono spesso temporanee e strumentali. Cioè, capisci? Cinquecento anni fa uno aveva già fotografato esattamente quello che sta succedendo oggi a Giorgia Meloni che si ritrova con Orbán in caduta libera e nessun altro a Bruxelles con cui fare squadra. Vabbè, ma andiamo per ordine. Voglio dire, c’è una sindrome qui, e bisogna capirne i sintomi. Il primo è quello che chiamerei “l’effetto bolla”. Mi spiega bene questa cosa Christian Laval in un saggio del 2019 sulla Almanacco di Filosofia e Politica, dove ragiona sulla produttività del potere. L’autore mostra che la solitudine politica non è accidentale ma sembra un prodotto sistemico delle dinamiche di potere moderne. E così sia. Laval sostiene che i leader perdono progressivamente i loro alleati quando – o almeno così sembra – le logiche di governance neoliberale privilegiano l’efficienza individuale rispetto alle coalizioni tradizionali. Insomma, la solitudine non è un incidente di percorso, è proprio una conseguenza strutturale del modo in cui il potere funziona oggi. E questa, secondo me, è una rivelazione bella tosta. Senti, ma sai cosa mi colpisce davvero? Che questi leader populisti, una volta arrivati al potere grazie alla (ma questo è un altro discorso) narrazione “noi contro l’establishment”, non riescono più a uscire da quella narrazione…. Diventano prigionieri. Niente da fare. Pensa un po’: se tu sei Trump e ti sei venduto come l’uomo che drena la palude di Washington, come fai poi a fare compromessi con quella stessa palude? Non puoi. Sei intrappolato nella tua stessa retorica. È come quando fai una promessa stupida a tua moglie e poi ti tocca mantenerla anche – o almeno così sembra – se sai che è una cazzata — solo che qui in ballo ci sono interi paesi. E la cosa interessantissima è che questo meccanismo l’aveva colto Garry Wills, in quel libro che a me piace tantissimo, Nixon Agonistes: The Crisis of the Self-Made Man, scritto nel 1970 per Houghton Mifflin a Boston. L’analisi di Wills documenta come Nixon, archetipo dell’uomo che si è fatto da solo, sviluppi una mentalità assediata che lo porta a diffidare sistematicamente dei collaboratori più stretti. Il libro esamina la crisi dell’identità politica americana con la figura di Nixon, mostrando come la paranoia e l’autosufficienza ossessiva del presidente creino un circolo vizioso di isolamento. Ma dai, non ti sembra di rivedere Trump in questa descrizione? Non ti sembra di rivedere Bolsonaro? Punto. Cioè, la storia non si ripete, però qualche volta fa proprio rima, come diceva Mark Twain. A proposito, l’altro giorno curiosavo su treccani.it e ho trovato una voce interessantissima sulla – e non è poco – “democrazia illiberale“, concetto che Orbán stesso ha rivendicato apertamente come modello del suo governo. È un ossimoro bello e buono, eh, però è anche una trappola perfetta. Perché se ti definisci “illiberale”, poi non puoi – o almeno così sembra – più tornare indietro senza ammettere di aver sbagliato tutto. E in politica, ammettere di aver sbagliato è praticamente impossibile per uno che ha costruito la propria identità sul “io ho sempre ragione contro tutti”. Comunque, andiamo avanti. C’è un altro aspetto della sindrome dell’isolamento politico nell’era digitale che secondo me è cruciale: il rapporto con i media tradizionali. Allora, prima i leader populisti hanno fatto a meno dei giornali storici, no? Hanno costruito i loro canali diretti — Twitter – inutile negarlo – prima, Truth Social dopo, i podcast, le dirette Facebook. E qui c’è una cosa che voglio dire chiaramente: secondo me questa è stata una vittoria a brevissimo termine ma una sconfitta strutturale. Chi può dirlo? Perché alla lunga ti ritrovi a parlare solo con i tuoi fan più sfegatati, e perdi qualunque capacità di costruire ponti. David Riesman, in quel testo monumentale che è The Lonely Crowd, scritto nel 1950 per Yale University Press a New Haven, l’aveva intuito con cinquant’anni di anticipo. Riesman analizza come i dirigenti contemporanei si trovino progressivamente isolati dalle loro reti di supporto tradizionali, – in fin dei conti – creando una “folla solitaria” di individui al potere che, nonostante la loro posizione, sperimentano profonda solitudine. L’opera esamina la trasformazione delle dinamiche sociali che porta i leader a perdere gradualmente i loro alleati naturali, rimanendo circondati da persone ma privi di relazioni genuine di sostegno. È pazzesco, no? Uno scrive nel 1950 e descrive Trump nel 2025. Ma dai! Ah, ora che ci penso, c’è un altro libro alla base che voglio menzionare: la biografia monumentale di Robert Moses scritta da Robert Caro, The Power Broker: Robert Moses and the Fall of New York, pubblicata nel 1974 per Knopf a New York. Caro è uno di quei giornalisti-storici della vecchia scuola, che impiegano sette anni per scrivere un libro e ti raccontano una storia in modo tale che non puoi più farne a meno. Eppure. E la storia di Moses è la storia archetipica della sindrome dell’isolamento. Moses iniziò la carriera negli anni ’20 come riformatore idealista, costruendo una vasta rete di alleanze politiche che gli permise di accumulare un potere senza precedenti nel settore delle opere pubbliche. E invece, l’accumulo progressivo di potere trasformò Moses in un autocrate isolato. La sua arroganza crescente e i metodi sempre più autoritari alienarono gradualmente alleati storici, sindacalisti, politici democratici e persino i media che inizialmente lo sostenevano. E sai come è finita? Negli anni ’60, Moses si ritrovò in pieno isolato politicamente. La sua caduta definitiva arrivò nel 1968 quando Nelson Rockefeller, ultimo alleato rimasto, lo abbandonò. Un perfetto esempio di come la solitudine del potere porti al collasso politico. Ecco. Stesso copione. Chi lo sa. Da decenni. Ma torniamo all’oggi, perché voglio essere concreto. Pensa a Meloni. La sua posizione attuale, nell’aprile 2026, è – inutile negarlo – sempre più scomoda, almeno guardando i giornali italiani. Su repubblica.it qualche giorno fa c’era un’analisi di Caracciolo bella interessante, e su corriere.it hanno fatto pure loro pezzi in proposito. Se Orbán perde sono problemi anche per Meloni e il nostro governo — l’aveva detto Caracciolo a LA7 in modo molto netto, perché Viktor è stato il punto di riferimento di tutto quel fronte sovranista europeo, no? Se crolla lui, crolla un pezzo che conta dell’architettura politica che sostiene anche i nostri. Eppure. È esattamente la dinamica che Bueno de Mesquita descriveva: quando un membro chiave della coalizione viene meno, l’intero edificio traballa. E qui arriviamo a un punto che voglio sviluppare con calma, perché secondo me è il cuore di tutta questa storia. La sindrome dell’isolamento politico nell’era digitale ha una caratteristica nuova rispetto al passato: l’amplificazione mediatica istantanea. Una volta, se Lyndon Johnson litigava con un senatore amico, te ne accorgevi dopo settimane, magari mesi. Oggi se Meloni storce il naso a Orbán, in tre minuti è virale. Tipo, se UNESCO pubblica un report che ti critica, in due ore è su tutti i giornali del mondo. Non puoi più nasconderti dietro la propaganda nazionale come facevano una volta. Ah, a proposito di Lyndon Johnson, c’è un capitolo della sua biografia, sempre di Robert Caro — The Passage of Power: The Years of Lyndon Johnson, pubblicato nel 2012 per Knopf a New York — che dovrebbe essere lettura obbligatoria per ogni leader moderno. Johnson, maestro delle alleanze senatoriali come Majority Leader, costruì la sua – a voler essere onesti – influenza con una rete complessa di favori, compromessi e relazioni personali. Fatto sta. Eppure, l’ascesa alla presidenza dopo l’assassinio di Kennedy nel novembre (chissà) 1963 lo trasformò da abile mediatore a figura sempre più isolata. E poi, beh, il libro dimostra come il potere assoluto possa – mi pare – paradossalmente indebolire un leader, privandolo delle alleanze che ne avevano garantito l’ascesa. Johnson si ritrovò prigioniero della Casa Bianca, circondato da yes-men, ovvero collaboratori che approvano sempre senza mai contraddire, invece che da veri consiglieri. Yes-men. Ecco…. Questa è la maledizione di tutti i populisti contemporanei: si circondano di persone che dicono sempre sì, e quando arriva il momento difficile non c’è nessuno disposto a dire “guarda che stai sbagliando”. Questa è l’essenza della solitudine del potere moderna. Boh, mi viene in mente mio nonno — sì, ne parlo ancora, sopportate — che diceva sempre: “Chi – inutile negarlo – non ha un amico onesto che gli dica le verità sgradevoli è già morto, solo non lo sa”. Ecco, questa è la condizione di tanti leader populisti oggi. Sono morti politicamente prima ancora di accorgersene, perché hanno scacciato tutti quelli che avrebbero potuto dirgli “amico, ti stai sbagliando”. Chi lo sa. Però, aspetta, voglio essere onesto. Non è che le élite tradizionali siano di necessità meglio dei populisti, eh. Anzi. Il problema delle élite tradizionali europee è che hanno gestito il potere in modo così autoreferenziale e spesso così cieco rispetto ai problemi reali della gente che il populismo è diventato inevitabile. Pensaci: la crisi del 2008, le politiche di austerità, la gestione delle migrazioni, la deindustrializzazione di intere regioni. Le élite tradizionali hanno fatto disastri. È proprio questo che spiega Dino Costantini, insieme a Fabio Perocco e Lauso Zagato, in Trasformazioni e crisi della cittadinanza sociale, pubblicato nel 2014 dalle Edizioni Ca’ Foscari a Venezia. Strano, no? Gli autori evidenziano come le crisi economiche e politiche abbiano eroso i legami di fiducia tra istituzioni e cittadini, creando situazioni di isolamento per i leader politici che perdono progressivamente il sostegno delle loro basi tradizionali. La ricerca documenta il fenomeno dell’erosione delle alleanze storiche, dove figure di – se ci pensiamo – potere si ritrovano prive dei supporti che un tempo garantivano stabilità e legittimità. Insomma, c’è una doppia crisi: le élite tradizionali hanno perso credibilità, e i populisti che le hanno sostituite si stanno isolando da soli. Una specie di tragedia greca al rallentatore, su scala continentale. Ma sai cosa mi fa più riflettere? Che esiste un modello alternativo, eccome se esiste. Doris Kearns Goodwin l’ha analizzato in modo magistrale in Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, scritto nel 2005 per Simon & Schuster a New York. Curioso. Lincoln, di fronte alla peggiore crisi della storia americana — la Guerra Civile, mica una passeggiata — fece una cosa pazzesca. Nominò nel suo gabinetto tre ex-rivali delle primarie repubblicane del 1860: William Seward come Segretario di Stato, Salmon Chase come Segretario del Tesoro ed Edward Bates come Procuratore Generale. Questa scelta controcorrente gli permise di mantenere unita una coalizione fragile quando il Partito Repubblicano rischiava la frammentazione. Capisci? Goodwin dimostra come Lincoln superò la solitudine del potere non eliminando l’opposizione interna, ma integrandola strategicamente nel processo decisionale, creando un modello di leadership inclusiva durante momenti di estrema polarizzazione politica. Ecco, questa è la lezione che i leader contemporanei dovrebbero imparare. Però non lo fanno, perché significherebbe ammettere che da soli non ce la fanno.

E i populisti, per definizione, non possono ammetterlo. Sarebbe la negazione della loro stessa identità politica. Allora, andiamo a vedere un altro caso interessantissimo. E così sia. Stavo curiosando l’altro giorno su britannica.com, cercando informazioni su Margaret Thatcher, e mi è tornato in mente come la Lady di Ferro sia un esempio perfetto della sindrome dell’isolamento. Era arrivata al potere nel 1979 con un mandato fortissimo, aveva trasformato la Gran Bretagna, aveva vinto la guerra delle Falkland. Però poi, alla fine del suo regno, era del tutto sola. Persino i suoi ministri più fedeli l’avevano abbandonata. La poll tax fu il suo Vietnam personale, e quando i conservatori capirono che era un peso, la mollarono brutalmente. Esattamente quello che potrebbe capitare a Meloni se le cose si mettono male. Eppure. Ma c’è di più. Voglio parlare di un aspetto che secondo me viene sottovalutato: la dimensione psicologica…. La solitudine al potere fa malissimo, eh. Non è una metafora. Ho letto da qualche parte — mi pare su psychologytoday.com — che la ricerca dimostra correlazioni significative tra posizioni di leadership prolungate e aumento di stress, ansia e depressione, spesso aggravati dalla mancanza di supporto sociale autentico. E pensa a uno come Putin chiuso al Cremlino, circondato solo da yes-men che non osano contraddirlo nemmeno quando dice cose chiaramente sbagliate. Quel tipo di isolamento ti sfascia il cervello. Andreotti, nel suo libro autobiografico La solitudine del potere, scritto nel 1991 per Rizzoli a Milano, l’aveva raccontato bene. L’ex presidente del Consiglio italiano esplora come le responsabilità di governo creino inevitabili distanze dai collaboratori e alleati storici. Andreotti documenta la progressiva erosione dei rapporti fiduciari che caratterizza l’ascesa ai vertici istituzionali, evidenziando come il potere trasformi dinamiche relazionali consolidate. Niente da fare. E Giulio era uno che il potere lo conosceva bene, eh. Sette volte presidente del Consiglio, mica poco. Però c’è una differenza che regge tutto tra l’isolamento di un Andreotti e quello dei populisti contemporanei. Andreotti era isolato come può esserlo un capitano di lungo corso che ha visto troppi marinai cadere in mare. I populisti di oggi, invece, sono isolati per scelta, per strategia comunicativa, per posa. È un isolamento performativo, non riflessivo. E questa è una differenza qualitativa enorme. Ah, prima che mi dimentichi: c’è anche un aspetto storico più ampio che vale la pena considerare. Oswald Spengler, nel suo Il tramonto dell’Occidente, pubblicato nel 1918 per Beck a Monaco di Baviera, aveva ipotizzato che le civiltà attraversano cicli vitali — nascita, crescita, maturità, declino — e che quando una civiltà entra nella fase di declino, i suoi leader sperimentano progressivo isolamento, perdendo gradualmente il sostegno di alleati storici che si riorientano verso nuovi centri di potere emergenti. Boh, non so se condivido tutta la teoria spengleriana, mi sembra un po’ troppo deterministica, però c’è qualcosa – a dire il vero – di vero nel notare che l’Europa contemporanea sta vivendo proprio questa fase di disorientamento e di riorientamento delle alleanze. Forse…. Anche Saramago, sai, in modo letterario aveva colto questa dinamica nel suo bellissimo Le intermittenze della morte, scritto nel 2005 per Einaudi a Torino. È un romanzo allegorico, ma in fondo racconta proprio questo: i leader politici, inizialmente – a dire il vero – celebrativi per l’apparente vittoria sulla mortalità, si ritrovano progressivamente abbandonati dai loro alleati tradizionali. La Chiesa perde credibilità teologica, le compagnie assicurative minacciano il ritiro, i sindacati si ribellano. Il romanzo illustra la solitudine intrinseca del comando quando le certezze crollano e (tra parentesi) gli equilibri di potere si frantumano, lasciando i leader in un isolamento crescente. Eh, Saramago era uno che capiva le cose, mi mancano i suoi libri. A proposito, un’altra fonte che voglio citare è il Center for Creative Leadership, che ha il sito www.ccl.org. Loro fanno ricerca seria su queste dinamiche. L’organizzazione conduce studi approfonditi sui rischi dell’isolamento dei leader, fenomeno che emerge quando figure di comando perdono progressivamente il supporto dei loro alleati tradizionali. Le ricerche del CCL evidenziano come l’isolamento politico possa – e non è poco – compromettere l’efficacia decisionale e la capacità di influenza dei leader. E il bello è che proprio loro suggeriscono strategie per uscirne, però richiedono – a voler essere onesti – umiltà — quella merce rara che i populisti non hanno proprio in cantina. Qui casca l’asino. Senti, voglio fare una digressione che secondo me è di peso. C’è un aspetto della sindrome dell’isolamento politico che riguarda specificamente l’era digitale, e che merita un approfondimento. Sto parlando dell’effetto camera dell’eco. I social media non si limitano ad amplificare le narrazioni populiste: le imprigionano. Una volta che hai costruito il tuo brand su Twitter o su Truth – forse – Social come “il guerriero contro il sistema”, non puoi più mostrarti ragionevole, mediatore, dialogante. I tuoi follower te lo impedirebbero. Te lo farebbero pagare con un – per quanto strano – ondata di critiche feroci, accusandoti di tradimento. E qui c’è una cosa interessantissima: i leader populisti sono ostaggio dei loro stessi follower più radicali. Già. Non possono fare un passo verso il centro senza scatenare l’ira della loro base più estrema. È una dinamica che ricorda quei giornali che si specializzano in un pubblico molto polarizzato: una volta che hai conquistato una nicchia con una linea editoriale aggressiva, non puoi più cambiare senza perdere tutto. E così la narrazione populista si auto-rinforza, diventa sempre più estrema, sempre più chiusa, sempre più isolata dal resto del corpo politico. Questo, secondo me, spiega perché Trump non riesce a smettere di dire cose oltraggiose anche quando danneggiano la sua causa. Non è solo carattere, è un meccanismo strutturale. Lo stesso vale per Orbán, che in questi anni si è radicalizzato sempre di più, sempre più filorusso, sempre più anti-europeo, fino a ritrovarsi solo. Ma andiamo avanti. Vuoi vedere che il fenomeno della radicalizzazione progressiva dei leader populisti è proprio uno dei sintomi della sindrome di cui stiamo parlando? Eh, secondo me sì. Aspetta, c’è un’altra cosa che voglio dire. La dimensione internazionale di questo fenomeno è cruciale. I leader populisti si sostengono a vicenda nel breve termine, però quando uno crolla, è un effetto domino. Pensa: Bolsonaro caduto in Brasile, Trump fuori dalla Casa Bianca per quattro anni, Orbán in difficoltà. E invece no. Se Magyar vince in Ungheria, Meloni diventa l’ultimo bastione di una fortezza che si sta sgretolando. E poi? Boh, secondo me poi anche lei rischia, perché senza alleati esterni il suo posizionamento europeo diventa insostenibile…. Mi viene in mente anche Stefano Luconi, in quel suo studio del 2020 L’emigrazione intellettuale dall’Italia fascista, pubblicato per Firenze University Press. Il regime fascista perseguì una strategia di cancellazione sistematica, volendo che questi intellettuali fossero “cancellati e dimenticati” dagli archivi universitari. Un numero notevole scelse l’emigrazione, creando reti di aiuto e percorsi di fuga verso l’estero. Questo esodo rappresentò una perdita culturale considerevole per l’Italia, privando il paese di competenze e conoscenze avanzate. Ecco un altro esempio storico di come l’isolamento autoimposto da un regime — in quel caso il fascismo italiano — porti al collasso intellettuale. Questo isolamento autoimposto dal regime fascista dimostra come i leader autoritari, perdendo alleati intellettuali via persecuzioni ideologiche, finiscano per impoverire culturalmente e scientificamente il proprio sistema di potere, creando un vuoto difficilmente colmabile. Roba che dovrebbe far riflettere chi oggi attacca università, scienziati, artisti, ricercatori – almeno credo – in nome di non si sa quale “rivolta del popolo contro le élite”. Chi può dirlo? Comunque, andiamo a chiudere il cerchio. Secondo me la sindrome dell’isolamento politico nell’era digitale ha quattro fasi ben distinte, che possiamo riconoscere chiaramente nei leader contemporanei. Prima fase: la conquista populista. Il leader arriva al potere cavalcando il malcontento contro le élite tradizionali, costruendo una narrazione di rottura. Rottura davvero. È la fase del trionfo, dell’energia, della novità…. Vedi Trump nel 2016, Meloni nel 2022, Bolsonaro nel 2018, Orbán nei suoi primi anni di Fidesz al governo. Seconda fase: il consolidamento solitario…. Una volta al potere, il leader si circonda di yes-men, – almeno nella stragrande maggioranza dei casi – smantella i contrappesi istituzionali, rompe i ponti con le élite tradizionali. E allora? Apparentemente è forte, in realtà sta perdendo tutti i feedback critici di cui avrebbe bisogno. È la fase pericolosa, quella in cui – forse – sembra invincibile ma sta scavandosi la fossa. Terza fase: la radicalizzazione difensiva. Quando arrivano i primi problemi seri — economici, geopolitici, di consenso — il leader non può ammettere errori senza perdere la propria narrazione. Quindi radicalizza ulteriormente le posizioni, spara contro nemici sempre più immaginari, cerca capri espiatori. È la fase in cui si nota un crescente distacco dalla realtà. Quarta fase: la caduta. Quando i nodi vengono al pettine, il leader scopre di non avere più alleati. Punto. Le élite tradizionali, che aveva attaccato per anni, godono. Godono davvero. I populisti rivali sentono l’odore del sangue. La base si divide tra fedelissimi disperati e disillusi. La caduta è rapida, come quella di un castello di carte. Bolsonaro l’ha vissuta, Trump l’ha vissuta nel 2020, Orbán potrebbe viverla nel 2026, Meloni potrebbe essere la prossima. Ah, prima di chiudere, voglio menzionare un altro studio che mi è capitato di leggere. Su www.sloanreview.mit.edu — il sito del MIT Sloan Management Review — c’erano analisi interessantissime sulle “bolle informative” che (con le dovute cautele) si creano attorno ai leader, dove i collaboratori filtrano le informazioni in modo da non disturbare il capo. Questa cosa è documentata anche in vari studi di Harvard Business Review, accessibili da www.hbr.org . È un meccanismo perverso: più sei potente, meno informazioni vere ti arrivano. Non c’è verso. Più sei isolato, più diventi vulnerabile. Insomma, alla fine del discorso, secondo me dobbiamo fare i conti con una verità scomoda: la democrazia liberale ha bisogno di leader che sappiano gestire la complessità, accettare i compromessi, costruire ponti con avversari. La sindrome dell’isolamento politico nell’era digitale produce esattamente l’opposto: leader che si rinchiudono – e non è poco – in narrazioni semplificate, che bruciano i ponti, che diventano prigionieri della propria retorica. È un disastro per loro, ma è soprattutto un disastro per i paesi che governano e per le democrazie che dovrebbero rappresentare. rappresentare davvero. C’è una via d’uscita? Boh, secondo me sì, ma richiede qualcosa di rivoluzionario per i populisti contemporanei: l’umiltà. Lincoln l’aveva, Mandela l’aveva, De Gaulle ce l’aveva almeno in parte. È quella capacità di dire: “Sì, ho sbagliato, sì, ho bisogno degli altri, sì, da solo non ce la posso fare”. È la qualità che separa i grandi statisti dai politici mediocri. Ecco. Ed è esattamente quello che manca al circolo dei populisti che ci stanno governando. Vabbè, mi fermo qui prima di diventare nostalgico – a dire il vero – di un’epoca che magari non c’è mai stata davvero. Però una cosa la voglio dire: la storia ci insegna che i leader isolati cadono. Tutti. Senza eccezioni. La domanda non è “se”, ma “quando”. E quando cadono, lasciano dietro di sé macerie che le società devono ricostruire faticosamente. Speriamo solo che il prezzo da pagare, questa volta, non sia troppo alto. Non c’è verso. Perché alla fine, come diceva sempre mia nonna — e sì, anche di lei vi tocca sentire — “chi semina vento raccoglie tempesta”. E di vento, in questi anni, ne è stato seminato un bel po’. Ecco. Punto…

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