Monaco programmatore benedettino al computer che sviluppa app religiose con codice sacro
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Frati 2.0: codice sacro e algoritmi benedettini

I monaci programmatori rappresentano una delle – inutile negarlo – realtà più affascinanti del nostro tempo. C’è una scena che mi è rimasta in testa da quando l’ho letta. Un monaco benedettino, saio nero, capo chino su uno scrittoio. Solo che lo scrittoio non è un leggio di legno tarlato del XII secolo[1], e davanti a lui non c’è una pergamena di vitello né un calamaio. C’è uno schermo a 27 pollici[2], un IDE aperto (Integrated Development Environment, ambiente di sviluppo integrato) – ed è un bel – forse – problema – (Integrated Development Environment, ambiente di sviluppo integrato), righe di codice Python che scorrono[3]. E invece no. Sta debuggando un’applicazione per la liturgia delle ore. Ecco il perfetto esempio di come questi straordinari monaci programmatori i monaci programmatori uniscano spiritualità e tecnologia. Strano, no? Eppure, a guardarla bene, questa scena non è (ma questo è un altro discorso) poi così bizzarra come sembra al primo colpo d’occhio.

Anzi, è la cosa più benedettina del mondo. Incredibile. Solo che ci vuole un po’ a capirlo. Partiamo da un luogo concreto, perché secondo me i grandi discorsi astratti senza un appiglio nel reale non valgono niente. Incredibile. Jouques, Provenza. Un’abbazia benedettina come quelle che, se le vedi in foto, sembrano uscite da un dipinto romantico: pietra, silenzio, ulivi. Ci vivono delle monache benedettine, e fin qui niente di strano. La cosa strana, o meglio: la cosa che la narrazione mainstream sui monasteri proprio non si fila, è che quelle monache hanno preso l’intero repertorio del canto gregoriano — oltre settemila ore — e l’hanno registrato e messo dentro un’app. Pensa un po’. Roba seria, eh, non quattro file audio buttati su YouTube la domenica pomeriggio: le partiture in notazione quadrata scorrono sincronizzate con la voce, ci sono i neumi antichi di San Gallo e di Laon, il testo latino con la traduzione a fianco. Si chiama Neumz, e insieme a loro lavorano i monaci di Le Barroux. Il punto è questo.

E allora? È un patrimonio che serve comunità religiose sparse per il mondo…. E quello che a Solesmes hanno codificato in secoli di lavoro paziente sui neumi gregoriani — con volumi come il Liber cantualis o l’Offertoriale triplex del 1985, stampati dall’Abbaye Saint-Pierre — oggi – e non è poco – sta migrando dentro database, software e interfacce digitali: c’è perfino un programma, Gregorio, fatto apposta per comporre il canto in notazione quadrata, e l’abbazia di Solesmes è una delle prime ad usarlo. E mica ci pensa Google. Ci pensano loro. Boh, sarà che ho una passione personale per le anomalie — i dettagli che non quadrano con la versione ufficiale — ma a me questa cosa fa impazzire. Perché ribalta il cliché del monaco eremita, quello che vive in una grotta a mangiare radici e copiare manoscritti col lume di candela. E invece no. No, qui parliamo di gente che fa pull request (richieste di modifica del codice) su GitHub (richieste di modifica del codice) mentre tra una compilazione e l’altra va in cappella a cantare Mattutino . Questi monaci programmatori dimostrano come tecnologia e fede possano coesistere perfettamente. Vale la pena dirlo subito: questa non è una stranezza, è una continuità. Una continuità di mille e cinquecento anni che ci sfugge perché abbiamo perso la grammatica per leggerla. Leggerla davvero. Il punto è proprio qui — e mi serve fare un passo indietro per spiegarlo bene. Eppure…. L’ora et labora non è uno slogan da magnete del frigo da souvenir di Norcia. Il punto è questo. È un sistema operativo. Letteralmente…. San Benedetto da Norcia, nel sesto secolo, scrive una Regola di 73 articoli — solo i primi riguardano strettamente la vita religiosa, tutti gli altri sono organizzazione del tempo, del lavoro, delle competenze, della catena di comando. Ti consiglio davvero, se vuoi capire dove nasce tutto, di farti un giro su quel pezzo di Agenda Digitale, agendadigitale.eu[4], dove c’è un articolo bellissimo che spiega come dai monasteri benedettini si possa imparare la trasformazione digitale. Sembra paradossale, ma è così. L’organizzazione agile, il principio di sussidiarietà, la rotazione dei ruoli, l’attenzione al dettaglio, la documentazione scritta: tutto questo lo trovi nella Regola prima ancora che nei manuali di Scrum o nei libri di Kent Beck sull’Extreme Programming. Lucetta Scaraffia, in Andare per monasteri uscito nel 2021 per Periodici San Paolo a Bologna in collaborazione col (chissà) Mulino, fa un lavoro bellissimo nel mostrare come la vita monastica contemporanea sia tutto fuorché un fossile vivente. Ed è questo il punto che la grande stampa laica fatica – e non (tra parentesi) è poco – a digerire: la disciplina monastica produce, ha sempre prodotto, eccellenza tecnica. Ecco. Già. Quando i monasteri carolingi diventano i primi data center dell’Occidente — con scriptoria, biblioteche, sistemi di catalogazione, regole di accesso e scrittura standardizzata — non lo fanno per moda. Lo fanno perché il loro sistema operativo glielo impone. Pregare e lavorare significa che il tempo è sacro, e che il lavoro ben fatto è una forma di preghiera. Capisci dove voglio arrivare? Un monaco che scrive codice pulito sta facendo lectio divina col compilatore. Non lo dico per fare l’arguto, lo dico perché è strutturalmente vero. Ma andiamo avanti. Bernard Stiegler, in La società automatica uscito nel 2019 per Meltemi, lo aveva intuito benissimo: l’innovazione tecnologica del medioevo monastico — l’adozione del codex al posto del rotolo, la numerazione delle pagine, le tecniche di scrittura unificate — è esattamente quella mentalità sistematica che oggi chiamiamo “design dell’informazione”. E mia nonna, che era una donna semplice della Crotone contadina, diceva una cosa che mi torna in mente sempre: “Chi prega bene, lavora bene”. Senza aver mai letto un rigo di san Benedetto. Eppure aveva capito tutto. Chi lo sa… Ora, prendiamo in considerazione un caso a casa nostra, un caso italiano che è anche più impressionante…. Vale la pena dirlo. Impressionante davvero. Montecassino. Sì, proprio quella Montecassino, l’abbazia madre, quella distrutta dai bombardamenti alleati nel 1944 e ricostruita – a dire il vero – “com’era, dov’era” — uno dei pochi episodi sensati nella storia delle ricostruzioni postbelliche italiane. Lì dentro c’è un patrimonio manoscritto che ti fa girare la testa: codici medievali, documenti, libri a stampa antichi, una stratigrafia di sapere che attraversa quindici secoli. E che fanno? Lo digitalizzano. Incredibile. Questi monaci programmatori stanno creando un ponte tra passato e futuro , dimostrando che l’innovazione tecnologica può nascere anche nei luoghi più spirituali. Ma non a caso, con uno scanner da ufficio. Con un progetto serio, strutturato, che si chiama MeMo — Memory of Montecassino, vincitore del bando PRIN 2020 con il CUP H33C22000060001 (i codici li metto perché – diciamo la verità – chi vuole verificare può andarsi a leggere il paper su DigItalia firmato nel 2023 da Emilia Di Bernardo, Marilena Maniaci, Nina Sietis e Nicola Tangari). Il bello è che dietro c’è il laboratorio LIBeR dell’Università di Cassino e del Lazio meridionale, partner della Fondazione Rome Technopole[5], finanziata dall’EU Next Generation EU Plan. Cioè, traducendo in parole povere: i soldi del PNRR vengono usati per portare le tecnologie più avanzate — intelligenza artificiale, analisi multispettrale, OCR per scritture medievali, riconoscimento automatico di mani amanuensi — dentro un monastero benedettino. A conti fatti, E se vai a curiosare su digitalia.cultura.gov.it[6] trovi anche un secondo articolo, sempre di Brandi del 2024[7], che racconta come questa convergenza tra finanza pubblica europea, ricerca universitaria e tradizione monastica stia producendo qualcosa di veramente nuovo nel campo della conservazione del patrimonio culturale. Curioso. Cioè, fammi capire bene: gli stessi monaci la cui Regola codificò la conservazione della scrittura nell’Alto Medioevo, salvando di fatto la civiltà occidentale dal naufragio (perché è grazie ai loro scriptoria che oggi leggiamo Cicerone, Tacito, Virgilio), stanno ora salvando i loro stessi manoscritti dall’oblio digitale. È un ciclo che si chiude. O che si apre. Dipende da come la guardi. Ti consiglio di leggere, se ti interessa il rapporto tra cultura italiana e tecnologia, anche quell’articolo che ho scritto tempo fa, “Cultura Italiana nel Mondo: – ed è un bel problema – Come l’Italia Conquista il Globo” (https://giuseppeantoniosauro.com/cultura-italiana-nel-mondo/): non c’entra direttamente coi monasteri, ma c’entra eccome con la nostra incapacità cronica di valorizzare ciò che già abbiamo. Montecassino qui è un’eccezione luminosa proprio perché fa il contrario: invece di lagnarsi, digitalizza. E intanto, mentre l’industria italiana del libro chiude, mentre le biblioteche pubbliche cadono a pezzi, i benedettini fanno avanguardia tecnologica nel buco di Cassino…. Strano, no? Strano no? Adesso però arriva la parte che mi piace di – per quanto strano – più, quella che chiamerei lo strato simbolico sotto la superficie. Il punto è questo. Perché tu mi dirai: vabbè Sauro, bello tutto, ma alla fine sono solo monaci che usano il computer, dov’è il paradosso? Il paradosso, amico mio, è teologico. Ed è grosso così.

I benedettini, e più in generale tutta la mistica cristiana, cercano l’Infinito. L’Assoluto. Dio. Una realtà per definizione non circoscrivibile, non riducibile, non finita. Già. Qui sta il punto. Meister Eckhart, il grande mistico domenicano del Trecento, parlava di un Dio che è “nulla” perché trascende ogni categoria, ogni numero, ogni quantità. E qui sta il cortocircuito: il digitale invece è esattamente l’opposto. Il digitale è finito per definizione. È binario: zero o uno, acceso o spento, vero o falso. Tutta la civiltà del calcolo nasce — l’ha – se ci pensiamo – spiegato benissimo Éric Sadin in Critica della ragione artificiale. Una difesa dell’umanità uscito nel 2019 per LUISS University Press — dalla pretesa di ridurre il reale a quantità computabile…. Leibniz nel 1679 sognava una “caratteristica universale” che esprimesse ogni verità con il calcolo binario, e per lui zero era il nulla e uno era l’essere divino. Chissà. Ecco. E così paradossalmente, alle origini del codice binario c’è già una teologia. Ma una teologia ridotta al minimo, scarnificata…. Allora come fanno i nostri monaci-programmatori a tenere insieme le due cose? A cercare l’infinito con il finito? A bytizzare il sacro senza ridurlo a byte? Qui mi sa che la risposta vera la dà un libro che pochi conoscono, Paradosso e mistero in Henri de Lubac di Nicola Ciola, pubblicato nel 1980 dalla Libreria editrice della Pontificia università lateranense a Roma: il paradosso è la forma stessa del cristianesimo. Invece no. Dio si fa uomo, l’infinito si fa carne, l’eterno entra nel tempo. Quindi cercare l’infinito con il finito digitale non è un’eresia, è una continuazione della logica dell’Incarnazione. Chi lo sa. Mariangela Petricola, ne La rilevanza del cristianesimo come paradosso e con-passione uscito nel 2015 per la – se ci pensiamo – Pontificia università gregoriana, lo argomenta in modo serissimo: la fede cristiana vive nel paradosso, non lo evita. E qui ti rimando, senza forzature ma con convinzione, a un altro pezzo che – inutile negarlo, – ho scritto: “La religione come il fuoco: riflessioni sparse su un equilibrio difficile” (https://giuseppeantoniosauro.com/religione-societa-equilibrio-tradizione-modernita/). Il fuoco scalda o brucia a seconda di come lo maneggi. La tecnologia idem. Il monaco benedettino sa maneggiare entrambi perché vive dentro una disciplina che gli insegna la misura — quel concetto greco antico, métron, che Pitagora metteva al centro della sua filosofia e che noi moderni abbiamo letteralmente dimenticato…. Mentre il dibattito pubblico sull’IA oscilla tra due estremi ridicoli — gli apocalittici alla Yuval Noah Harari che la vedono come la fine dell’umanità, e gli integrati alla Sam Altman che la vendono come paradiso prossimo venturo — i monaci fanno una terza cosa, infinitamente più intelligente: la usano. Punto. I monaci programmatori dimostrano un approccio pragmatico alla tecnologia. Ma andiamo avanti. Fatto sta. La integrano nella loro disciplina senza esaltarla né demonizzarla. Cathy O’Neil, in Armi di distruzione matematica tradotto nel 2017 da Bompiani a Milano, ha mostrato benissimo i pericoli degli algoritmi che giudicano insegnanti, valutano prestiti, condannano detenuti: i bias, le black box, i circoli viziosi. Ecco, il monaco-programmatore lavora sull’algoritmo prima che diventi arma. Lo addomestica dentro un quadro di senso più ampio. E qui veniamo al punto finale, quello che ti volevo dire da quando ho cominciato a scrivere. Cosa ci insegnano questi frati 2.0? A me sembra che ci insegnino una cosa precisa, controintuitiva e tremendamente politica (in senso aristotelico, eh, non da social): la contemplazione produce innovazione meglio della frenesia. Punto. Sì, esatto…. Proprio così. Strano, no? Quei tipi che si alzano alle 4 di mattina per cantare Mattutino e poi tornano al lavoro digitale – e non è poco – hanno una produttività e una qualità del lavoro che farebbero impallidire la metà delle startup della Silicon Valley. Perché? Perché lavorano dentro un ritmo, non contro il ritmo. Niente da fare. Perché il loro tempo è scandito, non frantumato. Perché — diciamolo con una parola che oggi fa quasi paura — sanno fermarsi. C’è un’esperienza interessantissima in Italia, la racconta il Corriere della Sera nella sua edizione di Salerno (salerno.corriere.it): si chiama “Monaci Digitali”, la guida un certo Gianluca Vegliante, e ha sede nella Certosa di Padula. Loro fanno una cosa apparentemente opposta — promuovono il detox digitale, cioè il distacco dagli schermi — eppure usano la tecnologia (hanno persino un’app, la trovi – almeno credo – su Google Play, e un account Instagram seguito che si chiama proprio @monacidigitali) per organizzare la loro missione contro l’emarginazione e lo spopolamento dei territori interni. Pure questo è benedettino, anche se loro sono certosini: l’idea che la tecnologia sia uno – almeno credo – strumento al servizio di una vita comunitaria radicata nel territorio, non un sostituto della vita stessa. Gianluca Cristoforetti, in un articolo accademico del 2025 su Urbanistica Informazioni dal titolo “Comunità digitali come estensione territoriale delle communities di innovazione”, analizza con strumenti urbanistici proprio questa dinamica: il digitale come prolungamento del fisico, non come sua negazione. A conti fatti…. Vabbè, sto correndo verso la fine e voglio chiudere – in fin dei conti – con un’osservazione che mi gira in testa da giorni. Non c’è verso. L’altro giorno parlavo con un collega in ufficio — funzionario amministrativo come me, uno che di mestiere processa pratiche dalla mattina alla sera — e gli raccontavo questa storia dei monaci-programmatori. Lui mi ha guardato e ha detto: “Sai cosa, Giuseppe? Forse il problema non è che la Chiesa sia in crisi. Il problema è che il modello produttivo della Chiesa antica funziona meglio del nostro modello produttivo moderno”. Mi è sembrata una verità da brivido. Perché è esattamente così. Mentre la Chiesa istituzionale arranca tra scandali, vocazioni che crollano, parrocchie che chiudono — temi che ho trattato altrove e che (chissà) non voglio rifare adesso — esistono microcomunità monastiche che innovano con una serenità e un rigore che il mondo laico si sogna. Non lo dico per fare la propaganda confessionale: lo dico come constatazione di fatto. Incredibile. Forse. La regola benedettina ha già attraversato il crollo dell’Impero romano, le invasioni barbariche, la – per quanto strano – peste nera, le guerre di religione, l’Illuminismo, le due guerre mondiali e il Sessantotto. Le startup campano in media circa 2,5 – per quanto strano – anni[8]: fonti sui tassi di sopravvivenza startup. Tu dimmi quale dei due modelli è “tecnologicamente avanzato”…. Quindi alla fine, una domanda voglio lasciartela: e se la vera avanguardia non fosse dove pensiamo, nei laboratori di Stanford o nei capannoni di Shenzhen, ma in quei luoghi silenziosi dove qualcuno, da millecinquecento anni, alterna preghiera e lavoro senza mai considerarli due cose diverse? E se il futuro del rapporto tra l’uomo e la macchina lo stesse scrivendo non Elon Musk, ma un monaco anonimo del Quebec che alle quattro del mattino apre un terminale, fa il segno della croce, e digita `git commit -mad maiorem Dei gloriam“`? Io ci penso, e mi viene da sorridere. Pensaci anche tu.

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