Spiritualità fai da te moderna con elementi religiosi diversi su scaffale supermercato

Il Sacro Fai-da-Te: Quando Ognuno Si Inventa la Propria Religione

La spiritualità fai da te è ovunque: partiamo da una scena che secondo me dice tutto. L’altro giorno ero al supermercato — quello grosso, sai, di quelli con venti corsie — e mentre cercavo l’olio buono mi è capitato sotto gli occhi uno scaffale che non avevo mai notato prima. C’era di tutto: tisane “ayurvediche” (scritto così, con le virgolette ironiche già di mio), candele profumate “energizzanti”, un libretto sul mindfulness in offerta a 7,90, un mazzetto di salvia bianca per “purificare gli ambienti” e — giuro — un braccialetto con la pietra dell’occhio di tigre che, secondo l’etichetta, “protegge dalle energie negative”. Ecco. Lì ho capito che il discorso che mi gira in testa da mesi non era una mia paranoia: la spiritualità è davvero diventata una merce da scaffale. Anzi no, aspetta, sbaglio: è diventata anche una merce da scaffale, perché poi ovviamente è molto altro. Però quel “anche” pesa parecchio.

Il fenomeno ha un nome tecnico, e suona pure bene in inglese: believing without belonging, ovvero credere senza appartenere a istituzioni religiose. Lo ha coniato una sociologa britannica, Grace Davie, e ti consiglio caldamente di leggerla in Religion in Britain since 1945: Believing without Belonging, scritto nel 1994 per Blackwell a Oxford. Davie, partendo dal contesto britannico del dopoguerra, si è accorta di una cosa apparentemente paradossale: le chiese si svuotavano, sì, ma la gente non smetteva mica di credere. Continuava a pregare, a pensare che ci fosse “qualcosa”, a battezzare i figli più o meno per inerzia, a cercare senso quando arrivava il lutto o la malattia. Solo che lo faceva senza più mettere piede in una parrocchia. Credere senza appartenere, appunto. Una formula che — boh, che dire — è di quelle che ti spiegano in tre parole un cambiamento epocale.

E qui arriviamo al cuore della faccenda. Perché dico “supermercato della spiritualità” non per fare lo spiritoso: è proprio una metafora che gli studiosi usano sul serio. Wade Clark Roof ha scritto due libri fondamentali su questa cosa, A Generation of Seekers, pubblicato nel 1993 per HarperSanFrancisco a San Francisco, e poi — più radicale ancora — Spiritual Marketplace: Baby Boomers and the Remaking of American Religion, uscito nel 1999 per Princeton University Press a Princeton. Roof ha studiato la generazione del baby boom americano, quella nata fra il ’46 e il ’64, ed è arrivato a una conclusione che fa effetto: questi qua hanno trasformato la religione da eredità in scelta di consumo. Cioè, capisci? Non più “sono cattolico perché lo era mia nonna”, ma “in questa fase della vita mi serve un po’ di Zen, l’anno scorso era yoga vinyasa, fra cinque anni magari torno alla messa cantata in latino perché mi piace l’estetica”. Tipo Netflix, ma per l’anima.

Ora, sia chiaro: la cosa non l’ha inventata Davie. L’aveva già intuita un sociologo tedesco, Thomas Luckmann, in quel volumetto piccolo ma micidiale che è La religione invisibile, dove diceva una roba che all’epoca sembrava fantascienza: che la religione moderna si sarebbe sempre più ritirata nella sfera privata, diventando una faccenda intima, individuale, costruita su misura. Profetico, mica male per uno che scriveva negli anni Sessanta.

A proposito, c’è un aneddoto che gira in tutti i manuali di sociologia della religione e che secondo me vale tutto il discorso. Lo trovi in Habits of the Heart: Individualism and Commitment in American Life di Robert N. Bellah, scritto nel 1985 per University of California Press a Berkeley. Bellah e i suoi colleghi intervistano una signora di nome Sheila, infermiera, americana media. Le chiedono qual è la sua religione. E lei risponde, candidamente: la mia religione è il “Sheilaism”. Il Sheilaismo. Cioè un culto di una persona sola, fatto su misura per sé, con un po’ di amore per il prossimo, una vocina interiore, qualche credenza di base. E lì sono rimasti tutti di sasso, perché Bellah ha capito che quello non era il caso isolato di una svitata, era — diciamo — il prototipo di milioni di persone. Oggi, quarant’anni dopo, di Sheila ce ne sono a milioni. Anzi, mi sa che siamo quasi tutti un po’ Sheila, chi più chi meno.

Vabbè, ora però bisogna fare un passo indietro e chiedersi: ma com’è che siamo arrivati qui? Cioè, in due-tre generazioni siamo passati dal paese delle processioni del Corpus Domini con tutto il quartiere in strada al braccialetto dell’occhio di tigre al supermercato. Cos’è successo? La risposta più seria — e anche la più impegnativa — la dà il filosofo canadese Charles Taylor in quel mattone monumentale che è L’età secolare, pubblicato nel 2009 per Feltrinelli a Milano (l’originale è del 2007, ma vabbè). Taylor sostiene che siamo passati da un mondo in cui credere era l’opzione di default — non potevi non credere, era come l’aria — a un mondo in cui credere è una opzione fra tante, e neanche la più ovvia. Questo cambia tutto: anche chi crede oggi crede in modo diverso da come credeva la bisnonna, perché sa che potrebbe non credere, e quindi la sua fede è sempre — come dire — riflessiva, scelta, fragile. È una rivoluzione antropologica, mica una bazzecola.

Senti, ora che ci penso, c’è una cosa che mi ha sempre colpito di questo fenomeno: l’eclettismo non sa di essere eclettismo. Mi spiego. Una mia amica — quella che fa la grafica a Milano — ti dice tranquillamente che lei “non crede in Dio ma crede nell’energia”, che fa reiki il mercoledì, che si è battezzata la figlia “perché sai, è tradizione, fa parte della cultura”, che tiene una statuetta di Ganesh sul comodino “perché è bello”, e che a Natale va a messa di mezzanotte con la nonna “per il magone”. Ora: per lei tutto questo è coerentissimo. Non vede contraddizione. È esattamente quello che il sociologo Enzo Pace — uno dei più bravi che abbiamo in Italia su questi temi — descrive in Il bricolage religioso. Come si costruisce la fede fai-da-te, scritto nel 2013 per Il Mulino a Bologna. Pace usa il concetto antropologico di bricolage, preso in prestito da Lévi-Strauss, per dire che oggi i credenti fanno come quei tipi che in garage assemblano un mobile con quel che trovano: una vite di qua, un’asse di là, un pezzo recuperato dal nonno. La fede contemporanea è esattamente così — un assemblaggio. E non è necessariamente un male, sia chiaro. È una modalità.

Vabbè, ora però bisogna fare una pausa e dire la mia. Perché se da un lato trovo affascinante questa libertà — finalmente uno che si muove, cerca, prova, attraversa territori spirituali diversi senza farsi imporre dogmi da un parroco arcigno o da un imam intransigente — dall’altro mi pare che abbia un costo che spesso si sottovaluta. Mi spiego meglio: quando ti costruisci la spiritualità da solo, prendendo solo i pezzi che ti piacciono, quello che fai in pratica è eliminare tutto ciò che ti sfida. Le tradizioni religiose, con tutti i loro difetti — e mamma mia se ne hanno — avevano almeno il pregio di metterti davanti cose che non avresti scelto da te: il digiuno quando avresti voluto mangiare, il perdono quando avresti voluto la vendetta, la preghiera comunitaria quando avresti preferito starci da solo. Il “fai-da-te” rischia di trasformare la spiritualità in un riflesso narcisistico: scelgo solo ciò che mi conferma. Un cattolicissimo Massimo Introvigne, sociologo delle religioni, ha scritto un libro polemico ma interessante su questo, Dio fai-da-te. La religione naturale dell’uomo moderno, edito nel 2016 da Piemme a Milano, dove insiste — magari un po’ troppo, però il punto è valido — sui rischi del relativismo spirituale.

Ah, e poi c’è tutto il filone “spiritual but not religious”, che in inglese si abbrevia SBNR. Negli Stati Uniti è ormai una categoria sociologica a sé. Linda Mercadante ha fatto uno studio empirico bellissimo su queste persone in Belief without Borders: Inside the Minds of the Spiritual but not Religious, scritto nel 2014 per Oxford University Press a New York. Ha intervistato centinaia di SBNR e ha scoperto che — sorpresa sorpresa — non sono affatto atei o agnostici tiepidi: sono spesso persone con una vita interiore intensissima, che però rifiutano in blocco l’autorità ecclesiastica, la dottrina codificata, la membership formale. Vogliono il misticismo senza il magistero, l’esperienza senza l’istituzione. È una posizione coerente? Mah, dipende. Sostenibile nel tempo? Boh, non lo so. Diffusa? Eccome.

Sul versante più analitico-sociologico, due britannici, Paul Heelas e Linda Woodhead — sì, lei si chiama Linda non David, mi correggo, mi è venuto in mente adesso che lo stavo sbagliando — hanno fatto una ricerca empirica molto rigorosa nella cittadina inglese di Kendal, e ne è venuto fuori The Spiritual Revolution: Why Religion is Giving Way to Spirituality, pubblicato nel 2005 da Blackwell a Oxford. La loro tesi è che stiamo vivendo una vera e propria “rivoluzione spirituale”: misurando empiricamente quante persone frequentavano le chiese tradizionali e quante invece partecipavano al cosiddetto “settore olistico” (yoga, reiki, meditazione, costellazioni familiari, e così via), hanno notato un sorpasso in atto. Le chiese perdono pezzi, l’olistico cresce. Cresce davvero. Heelas, tra l’altro, aveva già scritto un libro pionieristico nel ’96, The New Age Movement: Religion, Culture and Society in the Age of Postmodernity, per Blackwell sempre a Oxford, dove smontava un sacco di stereotipi sul New Age dimostrando che non è una stupidaggine da hippy attempati, ma un fenomeno culturale con una sua coerenza interna — sincretistico, certo, ma non casuale.

Pausa. Ora però voglio dire una cosa che secondo me si tende a non dire. Tutto questo discorso del “supermercato spirituale” rischia di suonare un po’ snob, un po’ apocalittico, come se prima fosse meglio. Ma figurati! Quando vai a guardare la storia vera della religiosità popolare — non quella codificata dei catechismi, quella vissuta nelle case dei contadini siciliani o calabresi o veneti dell’Ottocento — scopri che il sincretismo è sempre esistito. Il santo cristiano sovrapposto al dio pagano, l’amuleto contro il malocchio accanto al rosario, la novena alla Madonna mescolata con la magia della guaritrice del paese: roba così. Quindi attenzione a non idealizzare un passato che non era affatto monolitico. Anzi, su questo ti consiglio, se ti capita, di curiosare su treccani.it alla voce “religiosità popolare”, c’è materiale interessante, oppure su britannica.com nelle voci sui new religious movements, dove trovi una contestualizzazione storica seria.

Detto questo, c’è qualcosa di nuovo nel fenomeno contemporaneo, e non è solo la quantità: è la consapevolezza. La contadina del 1850 non sapeva di essere sincretica, lo era e basta. La mia amica invece sceglie di esserlo, e rivendica questa scelta come segno di apertura mentale. Cambia tutto, antropologicamente. È quello che ti dicevo prima citando Taylor: non è la stessa cosa credere senza alternative e credere sapendo che potresti credere mille altre cose, o nessuna.

Un altro punto che mi sta a cuore. C’è un autore che spesso non viene incluso in questi discorsi e secondo me invece è centralissimo: Martin Buber, il grande filosofo ebreo-austriaco, autore di quel gioiello che è Il cammino dell’uomo, pubblicato nel 1990 da Qiqajon a Magnano — è la traduzione italiana della sua riflessione sulla tradizione chassidica. Perché lo cito? Perché Buber — pur essendo radicato in una tradizione precisa, l’ebraismo chassidico — propone un modello di spiritualità che è personale e relazionale insieme. Non c’è opposizione fra tradizione e cammino individuale: il cammino dell’uomo è dentro la tradizione, ma è il suo cammino, irripetibile. Ecco, secondo me lì sta una via d’uscita interessante dal dualismo “istituzione rigida vs fai-da-te narcisista”. Ma è una via stretta, mica facile.

Sul versante dei dati, se vuoi numeri concreti, vai a vedere il sito del CESNUR, cesnur.org, il Centro Studi sulle Nuove Religioni di Massimo Introvigne, che monitora questi fenomeni da decenni. Oppure su religiondispatches.org, che è una rivista online americana ottima sull’intersezione fra religione e cultura contemporanea. In Italia, anche su corriere.it ogni tanto escono inchieste interessanti sui fenomeni di religiosità alternativa, e su repubblica.it nella sezione cultura ci sono articoli buoni, soprattutto a firma di alcuni vaticanisti che hanno l’occhio lungo. Per chi mastica l’inglese accademico, jstor.org ha un sacco di materiale nelle riviste di sociology of religion.

Ora, prima di chiudere, una riflessione che mi gira da un po’. Il fenomeno del believing without belonging — chiamiamolo così, il termine di Davie regge benissimo trent’anni dopo — pone un problema politico che spesso ignoriamo. Le grandi religioni storiche, con tutti i loro disastri, erano anche fattori di coesione sociale, di solidarietà, di cura del prossimo concreto. Quando la spiritualità si privatizza completamente, diventa un consumo individuale, e — questo è il punto — perde la dimensione comunitaria. Il braccialetto di occhio di tigre non ti chiederà mai di andare alla mensa dei poveri. La meditazione mindfulness scaricata sull’app non ti porta a fare volontariato. C’è un rischio, insomma, di una spiritualità a-comunitaria, terapeutica, autocentrata, che fa stare bene il singolo ma non costruisce niente di collettivo. Su questo, secondo me, le pagine più dure e profetiche le ha scritte ancora Bellah, sempre in Habits of the Heart: la sua tesi era che l’individualismo americano stesse erodendo le basi stesse del legame sociale, e che lo “Sheilaismo” fosse il sintomo religioso di una malattia più ampia.

Però — e qui chiudo, sul serio — non voglio finire con il solito tono apocalittico. Perché c’è anche l’altra faccia. Questa stagione di pellegrinaggio diffuso, di ricerca individuale, di permeabilità fra tradizioni, ha prodotto anche cose magnifiche: ha permesso a un occidentale di leggere il Tao Te Ching, a un buddhista di apprezzare i mistici cristiani, a un cattolico di scoprire la meditazione vipassana e tornare a casa con un cuore più grande. Ha rotto monopoli, smontato dogmatismi, costretto le grandi tradizioni a giustificarsi e a mostrare il meglio di sé. Insomma, non è tutta crisi. È transizione. E come tutte le transizioni — diceva un anziano del mio paese, che di crisi ne aveva viste un bel po’ — il problema non è se finiranno, perché finiranno; il problema è cosa avremo costruito nel frattempo. E lì, mi sa, la palla è in mano a noi. Ognuno di noi. Anche a chi compra l’occhio di tigre al supermercato pensando che sia solo una sciocchezza, e invece — pensa un po’ — è una piccola tessera di una mutazione antropologica che probabilmente i nostri nipoti studieranno sui libri di scuola. Vedremo.

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *