Dio non aspetta che tu chiuda gli occhi
C’è una domanda che i teologi medievali si posero con una serietà quasi ossessiva, e che oggi suona quasi comica per quanto sia ostica: se battezzi un neonato mentre dorme — o peggio, un adulto svenuto, privo di sensi — quel battesimo vale? Tommaso d’Aquino ci si arrovella nella Summa Theologiae. Perché il problema, sotto, è enorme: Dio ha bisogno che tu sia sveglio per agire su di te? La scolastica rispose con una distinzione tecnica, di quelle che sembrano capziose ma sono lame affilate. Da una parte l’opus operatum, dall’altra l’opus operantis. Traduco per chi non mastica il latino ecclesiastico: l’opus operatum afferma che l’efficacia del rito non dipende dalla *sa*ntità o dallo stato morale del ministro, ma dall’atto rituale stesso – e non è poco – correttamente compiuto; tuttavia, per il ricevente adulto è richiesta almeno una disposizione minima (assenza di ostacolo): la grazia non è conferita automaticamente a prescindere da qualsiasi disposizione del soggetto. Insomma: se il prete fa quello che la Chiesa fa, con l’intenzione minima di farlo, Dio si impegna. Forse. Punto. L’opus operantis, invece, è l’altra faccia: la grazia che dipende dall’intenzione e dalla devozione personale del celebrante o del fedele. E qui c’è una cosa che non tutti sanno, e che trovo ogni volta un po’ straniante. La formula non è roba antica come sembra. L’ex opere operato — quella dicitura che suona quasi magica — la troviamo per la prima volta in Pietro di Poitiers, un teologo parigino di fine Duecento, cancelliere dell’Università, uno di quei personaggi che la storia ha sepolto sotto tre metri di polvere. Da lì la riprendono i grandi della scolastica — Innocenzo III, Guglielmo d’Auxerre, poi Tommaso — e – in fin dei conti – alla fine arriva Trento, Sessione VII del 1547, canone 8, DH 1608, se volete i numeri precisi. Ma il punto è che Trento non la codifica per eleganza dottrinale. La codifica contro qualcuno. Contro i riformati protestanti, che negavano valore ai sacramenti fatti da un prete in peccato mortale — come se la grazia dipendesse dalla pulizia morale del postino. Ecco. Ecco il nocciolo controriformista: la grazia non è un premio alla tua bravura interiore, è un dono che passa per il tubo del rito. E già Pietro di Poitiers (c…. 1130–1205), teologo e cancelliere parigino, fu tra i primi a distinguere l’atto del battezzare — l’opus operans — dal battesimo in quanto tale, l’opus operatum, che agisce oggettivamente. Ora, attenzione, perché qui la faccenda si fa sottile. La teologia non dice che la tua interiorità non conti nulla. Dice un’altra cosa. Non c’è verso. L’obex sacramenti (o obex del sacramento) è la mancanza di qualsiasi requisito essenziale (materia, forma, intenzione, ministro abilitato) che rende il sacramento nullo. L’obex gratiae è l’indisposizione morale del ricevente che impedisce l’infusione della grazia pur lasciando valido il sacramento. Cioè: il sacramento c’è, è reale, è avvenuto. Sei tu che magari gli chiudi la porta in faccia. Strano no? Il rito funziona anche mentre tu lo saboti. Ecco. E qui c’è il paradosso che mi interessa smontare oggi, perché la modernità religiosa si è capovolta esattamente su questo punto. Abbiamo fatto dell’autenticità interiore un idolo. Ci hanno convinto che Dio possa agire solo dove c’è piena consapevolezza, sincerità, sentimento vero — come se la grazia fosse un applauso alla nostra performance emotiva. Il Vaticano II, con la Dignitatis humanae del 1965, ha alzato il tiro sulla libertà: l’atto di fede deve essere sempre volontario e libero, perché Dio stesso non impone la verità con la forza, ma la propone; «la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore». Verissimo, e liberante. Ma tra il “Dio non ti costringe” e il “Dio agisce solo se tu sei perfettamente cosciente” c’è un abisso. Vale la pena dirlo. E noi ci siamo caduti dentro. Ti faccio un esempio che mi porto dietro da un articolo di qualche mese fa. C’è una contadina salentina — l’ho raccontata in “Il greco che non abbiamo smesso di pregare” — che intona un lamento funebre, la moirología, e senza saperlo recita la stessa teologia della morte di Omero. Duemilacinquecento anni di continuità che le passano con la bocca mentre lei non ne ha la minima idea. Ecco la domanda vera: quel lamento è preghiera? E se sì, a chi? Ecco il nodo. Perché il contesto è vertiginoso. La Grecìa Salentina era un’area della Terra d’Otranto in cui sopravvivevano comunità di parlanti griko e pratiche religiose di rito greco. Il punto di svolta decisivo fu il Concilio di Trento (chiuso nel 1563): dopo di esso la Chiesa latina intensificò, su questi territori, un processo di latinizzazione liturgica già in atto, culminato tra XVII e XIX secolo — per l’area italo-greca, l’atto emblematico fu la Perbrevis Instructio di Clemente VIII (1596) —, soppiantando il rito greco-cattolico locale passando per sinodi locali e pressioni della curia romana tra la fine del XVI e il XVII secolo…. Guarda che ironia: lo stesso Concilio che canonizza l’ex (o forse no?) opere operato è quello che cancella un rito millenario. Con la scomparsa del rito greco venne meno il sostegno ecclesiastico e il prestigio della lingua greca, retrocessa da lingua di culto a idioma soltanto popolare: un colpo grave per il griko, che pure sopravvisse come lingua parlata e in forme devozionali popolari fino al Novecento. Oggi i parlanti griko sono ridotti a una minoranza esigua: le stime variano tra le poche migliaia di parlanti fluenti — in gran parte anziani — e i circa [X].000 con competenza almeno parziale, e l’UNESCO classifica la lingua come “gravemente in pericolo”; anche nei paesi della Grecìa Salentina la trasmissione alle nuove generazioni è ormai interrotta, testimonianza di un processo di latinizzazione che ha marginalizzato una presenza greco-ortodossa plurisecolare, spesso ignorata dalla storiografia cattolica ufficiale. Eppure il rito bizantino non è morto del tutto nel Meridione. Sopravvive passando per la Chiesa cattolica italo-albanese, nelle eparchie di Lungro in Calabria — la mia terra —, di Piana degli Albanesi in Sicilia e nell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Lazio, comunità discese dagli esuli albanesi, gli arbëreshët, che dal XV secolo si rifugiarono nel Meridione portando con sé una liturgia di tradizione greca che non hanno mai abbandonato. Lungro, dico. A un paio d’ore da dove sono nato. Ma torniamo alla contadina. La sua moirología svuotata del referente dogmatico — è ancora atto religioso o è diventata pura forma antropologica, un fossile che si muove ancora ma non sa più perché? Qui ci soccorre un concetto tagliente, quello di religione implicita di Edward Bailey: il sacro che agisce sotto la soglia dell’appartenenza dichiarata, nelle pratiche che nessuno chiamerebbe più “fede” eppure svolgono la funzione della fede. E c’è di più, sul piano della psiche. La continuità rituale inconsapevole si spiega col meccanismo della memoria implicita: quella forma di memoria automatica e non consapevole, una memoria che lavora su due piani: da un lato custodisce le abilità che eseguiamo senza pensarci — i gesti, gli automatismi appresi; dall’altro conserva la traccia affettiva delle prime relazioni. Ciò che abbiamo vissuto da piccolissimi, il modo in cui siamo stati tenuti, guardati, risposti, resta inscritto lì: agisce in noi, ma non possiamo richiamarlo alla coscienza. La contadina che riproduce strutture omeriche – ed è un bel problema – agisce passando per memoria implicita culturalmente trasmessa. Non lo sa. Ma lo fa. E lo fa bene. Veniamo al dunque. Vale la pena di notare che questo non è un capriccio folklorico. È una struttura universale. È ciò che i giuristi chiamano “reato culturalmente motivato”: comportamenti che violano la legge italiana ma non nascono da una scelta di trasgredire, bensì da strutture culturali e religiose interiorizzate (cfr. Basile 2010) così profondamente da risultare invisibili all’agente stesso. Pensa al sikh condannato nel 2017 per aver portato il kirpan in pubblico: il (o forse no?) gesto aveva per lui un significato religioso strutturale, non una scelta deliberata di sfida (Cass. pen., Sez. I, 15 maggio 2017, n. 24084). Dentro il rito funebre salentino e dentro quel pugnale rituale agiscono strutture culturali e religiose che non attendono la consapevolezza del soggetto per manifestarsi. Non aspettano che tu chiuda gli occhi e ti concentri. Chi lo sa. Sono già lì, a lavorare. E qui devo tirare fuori Jung. Carl Gustav Jung — il mio autore-bussola, quello con – per quanto strano – cui litigo da trent’anni e a cui torno sempre. In Psicologia e religione (1938/1940) e poi, con più peso, ne Gli archetipi e – se ci pensiamo – l’inconscio collettivo (Opere, Bollati Boringhieri), dice una roba che sembra scritta per questo problema. Gli archetipi: immagini primordiali, strutture psichiche che non hai scelto di avere — te le sei ritrovate dentro, ereditate, collettive, presenti in ogni essere umano che abbia mai vissuto, e che vengono a galla in miti, sogni, simboli. Già. E l’inconscio collettivo? È lo strato più in fondo — distinto dall’inconscio personale, quello delle tue nevrosi private — e contiene schemi primordiali che saltano fuori da soli, in sogni, visioni religiose, psicosi, in ogni angolo di ogni civiltà. Curioso. Il punto è che Jung sostiene di aver trovato questi mitologemi in pazienti che non avevano la minima conoscenza culturale di ciò che producevano — «reviviscenze autoctone, indipendenti da ogni tradizione» (Opere 9/1, § 259), scrive…. Però — e bisogna dirlo — il valore probatorio di certi suoi casi clinici, a partire dal famoso «uomo dal fallo solare», è oggi messo in discussione, e non da gente di poco conto. Ci arrivi da solo, no? Se dentro di noi c’è un livello che “prega” senza che noi lo comandiamo — Jung lo chiama il Sé, e lo legge come imago Dei non riconosciuta — allora la contadina non sta recitando un guscio vuoto. Sta attingendo a una falda. Il rito, in questa lettura, è il canale che lascia scorrere ciò che sta sotto. Non lo produci tu con la tua sincerità: tu al massimo gli apri il rubinetto. Ma — e qui devo essere onesto, perché il dubbio è il mio mestiere — questa risposta soddisfa il teologo cattolico? Mah…. Punto. Non del tutto…. Perché per Jung il rito lavora sulla psiche, resta un fatto psicologico; per la teologia c’è quell’obex gratiae di cui parlavamo, l’ostacolo interiore che blocca la grazia pur senza annullare il sacramento. La domanda resta aperta: il rito che agisce sulla mia psiche mi sta anche salvando, o mi sta solo consolando? Boh. Jung stesso, ci pensavo, lascia un avvertimento che vale come una frustata: «la mitologia di una tribù è la sua religione viva, la cui perdita è sempre e ovunque, anche presso i civilizzati, una catastrofe morale» (Psicologia dell’archetipo del Fanciullo, Opere 9/1, § 261). Ignorare le immagini archetipiche non le elimina — le rende più potenti nell’ombra. A conti fatti. Ecco la nostra secolarizzazione: crediamo di aver spento il sacro e invece l’abbiamo solo mandato in cantina, dove picchia più forte. C’è un caso storico che chiude il cerchio meglio di qualsiasi argomento. I kakure kirishitan, i “cristiani nascosti” del Giappone. Fermati un attimo su questa storia, perché è pazzesca. La missione cattolica in Giappone aveva raggiunto, intorno al 1600, circa trecentomila fedeli secondo le stime correnti della storiografia (C.R. Boxer, The Christian Century in Japan, 1951). Poi la mannaia. Il 5 febbraio 1597, sul colle Nishizaka di Nagasaki, furono crocifisse ventisei persone: sei missionari francescani stranieri (quattro spagnoli, un messicano e un indo-portoghese), tre gesuiti giapponesi e diciassette terziari francescani giapponesi; prima dell’esecuzione furono mutilati dell’orecchio sinistro e trascinati in parata come criminali…. Fu solo l’inizio. Il cattolicesimo fu bandito su scala nazionale e spinto nella clandestinità nel 1614 con l’editto di espulsione voluto da Tokugawa Ieyasu (redatto da Konchiin Sūden e promulgato sotto lo shogunato del figlio Hidetada), che estendeva il divieto già imposto nel 1612 ai domini shogunali. E qui viene il punto che mi lascia ogni volta di sasso. Quelle comunità conservarono riti cristiani per due secoli e mezzo senza preti (gli ultimi furono giustiziati entro il 1644), senza Bibbia, affidando la fede a (con le dovute cautele) preghiere tramandate oralmente il cui senso si era in parte perduto — e al ritorno dei missionari nel XIX secolo si scoprirono ancora riconoscibilmente cristiane. Duecentocinquant’anni. Dieci generazioni che si tramandano formule che non capivano più, gesti di cui avevano perso il senso, preghiere storpiate dal tempo e dal segreto…. Eppure, quando il prete francese aprì la chiesa di Nagasaki, c’era chi si avvicinò e sussurrò: siamo dei vostri. È il caso limite assoluto: la forma – per quanto strano – ha custodito la sostanza meglio della coscienza. Non sapevano più, ma erano. Jung, guarda caso, aveva già l’archetipo pronto per leggerlo. Jung interpreta la leggenda dei dormienti nella caverna — nella versione della Sura 18 del Corano, gemella della leggenda cristiana dei Sette Dormienti di Efeso (giovani rifugiati in una caverna durante la persecuzione di Decio del 250 d.C. e risvegliati sotto Teodosio II) — come simbolo di morte e rinascita (Sulla rinascita, Opere 9/1, §§ 240 ss.). Curioso. Il parallelismo coi cristiani nascosti è strutturale: comunità – diciamo la verità – che “dormono” nella clandestinità e si risvegliano riconoscibilmente cristiane. Un archetipo che si incarna nella storia, letteralmente. E dal punto di vista di Dio? Qui prendo in prestito una voce che non è cattolica ma che dice cose giuste: Lidia Maggi, pastora battista, in Dio vede e provvede? Ripensare la Provvidenza con la Bibbia (Edizioni Messaggero Padova, 2025). Il Dio biblico non è un deus ex machina che interviene risolutivamente, ma una presenza che argina il male senza eliminarlo; per chi muore per la fede, il silenzio divino non è abbandono, ma la logica stessa di una provvidenza che abita la sofferenza senza sopprimerla. Ecco. E soprattutto: la provvidenza è tale solo se abbraccia tutte e tutti, senza alcuna eccezione; anche i martiri dimenticati dall’Occidente — come i contadini cristiani giapponesi evocati da Endō — rientrano pienamente in questo orizzonte di cura divina, indipendentemente dal riconoscimento storico o ecclesiastico della loro morte. Sul Golgota Gesù grida l’abbandono di Dio, il contrario esatto della provvidenza; eppure la risurrezione non cancella quella morte: il Risorto mostra ancora i segni dei chiodi. Il silenzio di Dio davanti al martirio non è assenza — è la stessa logica della croce. Sui martiri dimenticati, del resto, ho già scritto altrove (“Morti per fede: il martirio che l’Occidente ha dimenticato“, https://giuseppeantoniosauro.com/martiri-cristiani-storia-occidente-dimenticato/), e ci torno sempre come si torna su una ferita…. Adesso, chiudo tirando le fila, ma senza fingere di avere la risposta in tasca. Perché il problema non è affatto antiquario…. Anzi, è cronaca quotidiana. Guardati intorno: milioni di persone – o almeno così sembra – compiono gesti rituali senza intentio conscia. Battezzano i figli “per inerzia”, perché così – a dire il vero – fan tutti, perché lo faceva la nonna. Chi lo sa. Pregano solo nei momenti di crisi, quando la diagnosi arriva o l’aereo balla…. Sono dentro o fuori dalla fede? Ne ho scritto in “Il Sacro Fai-da-Te” (https://giuseppeantoniosauro.com/fede-ieri-e-oggi-tradizione-e-modernita/), e la sociologia mi dà le parole per dirlo. Robert Bellah e i suoi collaboratori, in Habits of the Heart (1985), introducono il concetto di Sheilaism: il neologismo deriva dal caso di una donna di nome Sheila, che aveva sviluppato la propria filosofia spirituale personale combinando elementi di diverse tradizioni; è diventato un termine di riferimento per la religiosità postmoderna caratterizzata dalla personalizzazione estrema del sacro e dal rifiuto delle ortodossie tradizionali. Ognuno la sua chiesetta privata. E la sociologia della religione contemporanea descrive gli individui delle società tardo-moderne come bricoleur spirituali, che assemblano componenti religiosi secondo le proprie esigenze (Hervieu-Léger, Le pèlerin – se ci pensiamo – et le converti, 1999; Wuthnow, After Heaven, 1998); e non lo legge di necessità come perdita di sacralità, ma come trasformazione delle modalità di ricerca del divino. A questo si aggiunge il believing without belonging di Grace Davie: credere senza appartenere. Ma attenzione, e qui rovescio il tavolo. Se la misura di tutto è l’uomo cosciente e sincero, allora questi gesti non valgono nulla: sono guscio, abitudine, superstizione. Se invece esiste un universale che ci precede — chiamalo opus operatum, chiamalo inconscio collettivo, chiamalo grazia — allora quel battesimo “per inerzia” potrebbe custodire una verità che chi lo compie non sospetta nemmeno. Punto. Come i cristiani nascosti. Come la contadina di Otranto. La vecchia teologia scolastica, quella che sembrava così fredda e burocratica, aveva in mano una libertà che noi abbiamo perso: Dio non chiede il tuo permesso emotivo per agire. Ti lascio un ultimo dettaglio, di quelli che dicono tutto. Dio è morto fu censurata dalla Rai come blasfema per il titolo e il contenuto; a trasmetterla fu, paradossalmente, – o almeno così sembra – Radio Vaticana — e pare che lo stesso Paolo VI ne apprezzasse il messaggio di speranza e rinascita spirituale. Le istituzioni, vedi, non capiscono quasi mai dove si nasconde il sacro. Lo cercano dove c’è consapevolezza, dichiarazione, ortodossia — e lo perdono. Mentre lui, il sacro, se ne va a lavorare nei sottoscala, nei lamenti funebri di una vecchia che non sa il greco, nelle formule storpiate di contadini giapponesi, in una canzone che voleva negarlo. Dalle mie parti, in Calabria, si dice: «chi ha la coscienza pulita non teme i tuoni». Ecco, forse il punto, secondo me, è questo: la teologia cattolica non ha ancora sciolto il nodo, e fa bene a non scioglierlo…. Difficile a dirsi. Perché la risposta non è né apologetica né liquidatoria. È la domanda stessa che conta. Dio agisce solo dove c’è piena consapevolezza? O agisce soprattutto lì dove nessuno lo sta guardando, mentre facciamo un gesto di cui abbiamo dimenticato il perché? Dio non aspetta che tu chiuda gli occhi. Mai l’ha fatto. Fatto sta. Semmai siamo noi che, a furia di volerlo capire per intero, abbiamo smesso di lasciarlo passare.






