Il silenzio di Dio nella letteratura moderna - crisi di fede e assenza divina
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Il Silenzio di Dio: Quando la Fede Diventa Assenza

Il silenzio di Dio emerge prepotentemente in una scena che mi ha sempre fatto venire i brividi. Siamo nel Giappone del Seicento, un missionario gesuita portoghese, padre Rodrigues, sta – inutile – per quanto strano – negarlo – guardando dei contadini cristiani torturati nel mare, legati a delle croci, e prega. Prega come un disperato. E Dio? Dio non risponde. Punto.

Ecco, è da qui che secondo me bisogna partire per capire una delle ossessioni più potenti del Novecento letterario: il romanzo di Shūsaku Endō, uscito nel 1966 per Garzanti, racconta proprio la crisi di fede di un missionario gesuita nel Giappone del XVII secolo che non percepisce più la voce divina, esplorando il tema dell’assenza di Dio. Il silenzio di Dio diventa così il protagonista invisibile del romanzo, passando per l’esperienza di un religioso che affronta il silenzio divino in un contesto di persecuzione religiosa. È un’esperienza che ti spacca dentro. E qui, a dire il vero, succede una cosa interessante. A conti fatti. Punto. A conti fatti. Endō non inventa nulla, nel senso che il silenzio di Dio come categoria spirituale c’era già da secoli — ma lui lo trasforma in qualcosa di radicalmente nuovo, in una questione narrativa…. Cioè: prima era un problema mistico, (ma questo è un altro discorso) dopo Endō diventa un problema letterario universale. Il silenzio di Dio diventa così il filo conduttore di una nuova sensibilità spirituale.

Pensa un po’ a san Giovanni della Croce. Mistico carmelitano spagnolo del Cinquecento, scrive La notte oscura dell’anima mentre era praticamente in galera a Toledo. Curioso. E lì già si parla di Dio che tace. Il santo carmelitano del XVI secolo teorizza questo fenomeno come fase necessaria della purificazione spirituale, dove Dio sembra ritirarsi – forse – per permettere una crescita più profonda dell’anima, identificando due tipi di “notte”: quella dei sensi e quella dello spirito. Forse…. Eppure. Eppure davvero. Per san Giovanni il silenzio è pedagogico, è funzionale. funzionale davvero.

Il mistico spagnolo dice che questa apparente assenza divina non indica abbandono reale, – a dire il vero – ma diventa un metodo pedagogico di Dio per liberare l’anima dalle dipendenze spirituali infantili. In pratica Dio sta zitto perché ti vuole bene. Nel Novecento, invece, questa cornice consolatoria salta. E qui entra in gioco il vero shock culturale: Auschwitz. E invece no. Elie Wiesel, ne La notte, pubblicato nel 1958 per Giuntina, fa una cosa che sconvolge: prende la tradizione mistica ebraica, quella del – inutile negarlo – Dio nascosto, dell’hester panim, ovvero il volto nascosto di Dio nella tradizione ebraica,, ovvero il volto nascosto di Dio nella tradizione ebraica, e la mette davanti al filo spinato di Birkenau. E così sia.

L’opera è una testimonianza autobiografica dell’Olocausto che documenta la progressiva erosione della fede religiosa nei campi di concentramento, descrivendo come l’esperienza (o forse no?) della deportazione e dello sterminio nazista abbia provocato una profonda crisi spirituale, caratterizzata dal silenzio percepito di Dio di fronte alle atrocità. Ecco, Wiesel guarda. E ci costringe a guardare. C’è una scena, nel libro, dell’impiccagione di un bambino, in cui qualcuno chiede “dov’è Dio adesso?” e una voce dentro Wiesel risponde che Dio è lì, appeso a quella forca. A conti fatti. Ora, questa risposta è ambigua, ed è proprio questa ambiguità che fonda la letteratura del silenzio: l’opera illustra il passaggio dalla fede tradizionale ebraica all’interrogazione radicale sull’esistenza e la giustizia divina, rappresentando un caso paradigmatico di come eventi traumatici possano trasformare il rapporto con il sacro in assenza e indifferenza religiosa. Qui casca l’asino…. Non è ateismo militante, no…. Incredibile. È un Dio che c’è ma non parla, oppure parla ma non lo capiamo più…. Salvatore Natoli, in Il silenzio di Dio, scritto nel 2007 per Feltrinelli a Milano, ha fatto – diciamo la verità – un lavoro che — secondo me — è ancora oggi insuperato sulla questione dell’assenza divina nella modernità. E poi c’è Franco Volpi con Dio è morto. Nietzsche e l’ombra del nichilismo, sempre del 2007 per Laterza a Bari, che ti spiega come quella famosa frasetta – mi pare – di Nietzsche del folle che corre nella piazza con la lanterna abbia generato tutta una progenie di scritture novecentesche. Margherita Guidacci, poetessa fiorentina meravigliosa, – in fin dei conti – ha attraversato esattamente lo stesso percorso. La sua opera testimonia il passaggio da una fede tradizionale verso un’esperienza di progressivo silenzio divino e irrilevanza religiosa. Curioso. E pensa che in “Giorno dei Santi” del 1957 emerge il tema dell’indifferenza divina tramite il mare, simbolo (con le dovute cautele) ambivalente che diventa vastità e contraddizioni delle sollecitazioni della vita; il mare dialoga costantemente con l’uomo ma rimane incomprensibile…. Niente da fare. Non c’è verso. Sara Lombardi ha curato le sue Lettere a Mladen Machiedo, pubblicate nel 2015 per (o forse no?) Firenze University Press a Firenze, dove c’è un carteggio che documenta proprio questa lenta erosione. “Come vorrei trovare infine l’ultimo sipario, sollevarlo e vedere quel che c’è da vedere, tanto atteso: il volto del mio Dio o l’indicibile vuoto!”. Questa è la condizione novecentesca in dodici parole. Non più la certezza mistica di San Giovanni, non più – a voler essere onesti – la pedagogia divina, ma proprio l’oscillazione brutale tra volto e vuoto. E allora? Se vai su vaticannews.va trovi un sacco di riflessioni ufficiali su questo tema, Però la verità è che la letteratura ha fatto un lavoro che la teologia non poteva fare. Esplorando il silenzio di Dio attraverso la narrazione, gli scrittori hanno universalizzato un’esperienza mistica. Prendiamo Carlo Maria Martini, gesuita, – o almeno così sembra – cardinale di Milano, intellettuale finissimo. In Dio dov’eri? La fede e il male, scritto nel 2005 per Rizzoli a Milano, il cardinale affronta la questione del silenzio divino davanti al male e alla sofferenza umana, esaminando la crisi della fede quando Dio sembra assente nei momenti di dolore. Endō invece ti fa sentire il piede di Rodrigues sopra il fumie, ovvero le immagini sacre che i cristiani erano costretti a calpestare per abiurare la fede,, ovvero le immagini sacre che i cristiani erano costretti a calpestare per abiurare la fede, che deve calpestare per salvare i contadini. Tutt’altro. Una prospettiva più contemporanea e quasi pastorale la dà Barbara Brown – inutile – a dire il vero – negarlo – Taylor in Quando Dio tace, scritto nel 2014 per Queriniana a Brescia…. L’autrice esplora teologicamente i momenti in cui Dio sembra tacere, analizzando – a voler essere onesti – come questa percezione di silenzio divino influenzi l’esperienza di fede moderna. Ora, il punto vero, secondo me, è questo: gli scrittori (tra parentesi) del Novecento hanno preso una categoria mistica medievale e l’hanno universalizzata. Strano, no? Hanno tolto il presupposto di fede e hanno lasciato l’esperienza. Emmanuel Levinas, in Totalità e infinito, scritto nel 1961 per Jaca Book – forse – a Milano, ha proposto un’etica dell’Altro che funziona proprio dentro questo silenzio. Non più un Dio che parla dall’alto, ma una traccia che si manifesta nel volto del prossimo. Charles Taylor, nel suo monumentale L’età secolare, scritto nel 2007 per Feltrinelli a Milano, ha mappato con precisione clinica le condizioni culturali che rendono possibile questa esperienza diffusa. E invece no. Chi lo sa.

Grace Davie nel saggio Religious Indifference: A Conceptual Analysis del 2002 sul Journal of Contemporary Religion ha definito teoricamente il fenomeno dell’indifferenza, che è poi il punto di arrivo di tutto questo discorso. Fatto sta. Il silenzio divino non è più un problema (con le dovute cautele) di fede, è diventato la condizione esistenziale dell’uomo moderno. Il silenzio di Dio moderno non è più pedagogico come per i mistici medievali. Quando Endō fa calpestare il fumie a Rodrigues, non sta raccontando solo la crisi di un missionario: sta fotografando la nostra epoca. Quella in cui Dio, se c’è, ha smesso di essere evidente. E qui sta il paradosso più inquietante: il silenzio di Dio genera più letteratura della sua presenza. Come se l’assenza fosse più narrativa della pienezza…. Wiesel, Guidacci, Endō – tutti scrivono dal vuoto, non dalla certezza. È questo che rende la loro scrittura così potente: non spiegano, testimoniano. Qui casca l’asino…. Vale la pena dirlo. E così sia. Forse è proprio questo il lascito del Novecento: averci lasciato in mano una categoria spirituale e averci tolto la fede. Il silenzio di Dio moderno non offre più consolazione mistica, che la rendeva sopportabile. I mistici del Cinquecento avevano il silenzio – mi pare – di Dio dentro un orizzonte di senso. Sapevano dove portava. A conti fatti. Wiesel no. Endō no. Qui casca l’asino. Guidacci no. Loro hanno il silenzio senza la promessa dell’alba. Hanno la notte e basta. E devono comunque scrivere…. Devono comunque dire qualcosa davvero. Niente da fare. Fatto sta…. E così sia…. È questo lo sforzo titanico, secondo me, della letteratura novecentesca sul sacro: continuare a a dire il vero parlare quando non si è più sicuri che dall’altra parte ci sia qualcuno che ascolta…. Perché il silenzio di Dio del Novecento era ancora un silenzio drammatico. Era la mancanza di una risposta a una domanda che si continuava a fare. Rodrigues prega disperatamente. Wiesel grida. Fatto sta. Guidacci scava nei suoi versi. C’è ancora una tensione, un’attesa, un dolore. Qui casca l’asino. Adesso invece — guardati intorno — la maggior parte – ed è un bel problema – delle persone ha smesso proprio di fare la domanda. E allora? Non è che Dio tace: è che nessuno gli parla più. La differenza è enorme. Grace Davie l’aveva intuito già nel 2002 con la – o almeno così sembra – categoria dell’indifferenza, ma adesso è proprio il paesaggio normale. E questo è il salto che il Novecento non aveva ancora fatto…. Il punto è questo. Wiesel sta dentro un confronto con Dio anche quando lo accusa…. accusa davvero. Ecco il nodo. Endō scrive un romanzo cattolico anche – forse – quando mette in crisi tutto il cattolicesimo…. C’è ancora un avversario, un interlocutore, un buco a forma di Dio. Adesso il buco si è riempito d’altro. Si è riempito di rumore. Ecco. Forse il vero silenzio del nostro tempo non è quello di Dio: è quello dell’uomo che ha smesso di chiedere. Ma andiamo avanti. c’è ancora chi scrive da quel vuoto. C’è ancora chi prova…. Cormac McCarthy con La strada del 2006 racconta un mondo dove Dio se – diciamo la verità – n’è andato e resta solo l’amore di un padre per un figlio dentro l’apocalisse. Già. Ma andiamo avanti. Marilynne Robinson con il ciclo di Gilead riprende la teologia calvinista con una delicatezza che fa sospettare che il silenzio sia anche grazia. E in Italia continua a scrivere, in modo sotterraneo ma persistente, una letteratura che fa i conti con questa eredità — penso ad alcuni (ma questo è un altro discorso) libri di Erri De Luca, a certe pagine di Antonio Spadaro, a poesie di Mariangela Gualtieri che mi fanno tornare in mente proprio Guidacci. Allora forse il silenzio di Dio non è morto col Novecento…. Si è solo nascosto meglio. Tutt’altro. Ed è diventato la materia prima di chi continua a scrivere, oggi, sapendo che dall’altra parte forse non c’è nessuno — ma scrivendo lo stesso. Perché alla fine la differenza fra la fede e la disperazione, (tra parentesi) in letteratura, è proprio questa: la fede risponde, la disperazione si rassegna. Vale la pena dirlo. La scrittura invece continua a chiedere. E finché qualcuno chiede, il silenzio di Dio – a voler – mi pare – essere onesti – rimane una domanda aperta nella letteratura contemporanea, qualcosa resta. Chi può dirlo? Magari è poco…. Qui casca l’asino. Ma è quello che ci hanno lasciato.

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