Letteratura meridionale risorgimentale: manoscritto storico del Sud Italia nell'Ottocento
 |  | 

Il Sud scrisse prima di essere cancellato

La letteratura meridionale risorgimentale ha prodotto opere straordinarie che quasi nessuno ha letto. C’è un libro, mille e passa pagine, che ne è il simbolo perfetto. Si chiama Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, lo scrisse un signore di Moliterno, Giacomo Racioppi, e uscì nel 1889…. Ma non lasciarti ingannare dalla data. Quel libro è il sedimento di decenni di lavoro cominciato molto prima, quando il Regno delle Due Sicilie esisteva ancora e la casa paterna di Racioppi era sorvegliata dalla polizia borbonica, per via del padre liberale e carbonaro, tanto che Giacomo fu allontanato da quella casa proprio per proteggerlo. Ecco da dove voglio partire. Non da Dante, non da De Sanctis in cattedra, ma da questo lucano dimenticato che fa una cosa rivoluzionaria: prova a raccontare il Sud come soggetto della propria storia, non come oggetto da spiegare a qualcun altro. È uno dei contributi più originali della letteratura meridionale risorgimentale, spesso ignorato dai manuali scolastici. Pensa alla roba che si porta dietro, questo Racioppi. Suo padre era un insegnante — liberale, carbonaro, uno di quelli che nel 1820 ci misero la faccia — e la polizia borbonica la casa di famiglia la teneva d’occhio come si tiene d’occhio un fuoco che non si è del tutto spento. Non c’è verso. Nel 1833 Racioppi fu affidato allo zio abate Antonio per ricevere istruzione e per tenerlo lontano dalla casa paterna posta sotto sorveglianza borbonica. Cacciato via, di fatto. E poi il carcere. Arrestato il 22 febbraio 1849 e rinchiuso a Santa Maria Apparente; nel luglio 1852 fu trasferito alle carceri di Potenza, e rilasciato il 7 giugno 1853. Quattro anni. Ma la verità è che lui quel periodo lo chiamò «fruttuoso». Fruttuoso

. Perché in galera incontrò i cervelli che contavano, seguì le lezioni di economia politica di Antonio Scialoja…. E così sia. Viene da chiedersi: ma stiamo parlando di un carcere borbonico o di un corso di laurea? La galera borbonica come università. Ci torneremo, perché è un filo che lega tutti questi uomini. Negli anni del domicilio coatto a Moliterno, ovvero la misura di polizia che obbligava il soggetto a risiedere in un luogo prestabilito sotto sorveglianza,, fino al 1860, elaborò un metodo storiografico rigoroso: critica delle fonti, demolizione della storia romanzata e dell’agiografia patriottica, centralità del documento come monumento. Sotto lo pseudonimo Homunculus dichiarò la sua repulsione per la storia retorica che andava di moda a Napoli. E nella sua opera maggiore ricostruisce in oltre mille pagine la stratificazione etnica e culturale della regione — Osci, Greci, Enotri, Goti, Longobardi, Normanni, Arabi, Albanesi — con fonti latine e greche. Difficile a dirsi. Ti chiedo: questa è “letteratura del Regno”? E qui la domanda si fa scomoda. Perché se per letteratura intendiamo solo i sonetti e i romanzi — come ci hanno insegnato — allora Racioppi resta fuori…. Ma se intendiamo l’elaborazione di una coscienza, allora lui ci sta dentro fino al collo. La sua opera, prodotta a ridosso dell’unificazione, testimonia l’urgenza meridionale di documentare identità complesse prima che venissero marginalizzate dal nuovo Stato. Documentare prima di perdere. Tieni a mente questo termine: prima. Ma facciamo un passo indietro e guardiamo il paesaggio. Perché uno come Racioppi non nasce dal nulla. E così sia. Nasce in un mondo. E che mondo era il Regno tra Restaurazione e Quarantotto? Mah, qui bisogna sfatare un mito che la scuola ci ha ficcato in testa: il Sud arretrato, muto, dispotico, in attesa che qualcuno da Torino venisse a svegliarlo. svegliarlo davvero. Falso, o meglio, falsissimo nella parte culturale. Napoli era una capitale europea. Il Regno contava circa 9 milioni di abitanti, con Napoli che aveva circa 447.

000 abitanti ed era la più popolosa d’Italia, ma la seconda in Europa dopo Parigi. E aveva alle spalle la stagione bruciante del 1799, quella Repubblica Napoletana) nata dalle congiure giacobine e dalla tradizione riformista illuminata del Sud, da una borghesia intellettuale formatasi con la scuola illuminista napoletana e la Massoneria. Niente da fare. Finita male, malissimo, nel sangue: la repressione sanguinosa ordinata da Ferdinando IV, con (ma questo è un altro discorso) il concorso di Nelson che violò la capitolazione, 124 giustiziati, inclusi Pimentel, Cirillo, Pagano.

Quella ferita non si rimargina. La corte borbonica vuole ordine — Ferdinando II, soprannominato “Re Bomba” per (ma questo è un altro discorso) la repressione dei moti siciliani del 1848 — ma l’intellighenzia vuole movimento. È la tensione di fondo di tutto il trentennio. E bada: la repressione, paradossalmente, non spegne. Accende. La censura sistematica, la repressione poliziesca, la sorveglianza politica, in modo speciale dopo i moti del 1848, costrinsero molti intellettuali alla clandestinità, all’esilio o al carcere; paradossalmente questa pressione non soffocò la produzione culturale, ma la intensificò: la scrittura divenne atto di sopravvivenza.

Qui casca l’asino. Sopra tutto, l’ombra lunga di Vico. Il pensiero di Giambattista Vico, napoletano, forniva una cornice per pensare la storia come processo ciclico di formazione e dissoluzione delle civiltà — prospettiva che assumeva un significato particolare per chi viveva la fine di un mondo…. Capisci perché Vico qui non è citazione da manuale? È bussola viva. Lo dico da uomo del Sud: Pitagora a Crotone, Vico a Napoli — il Mezzogiorno ha sempre avuto i suoi filosofi, mica li ha importati. Ora veniamo alle facce. Tre uomini, tre registri diversi della stessa partitura. Tre voci fondamentali della letteratura meridionale risorgimentale che il canone nazionale ha assorbito, trasformato o dimenticato. Il primo è Luigi Settembrini. Nato a Napoli nel 1813, scrisse le Ricordanze della mia vita durante (con le dovute cautele) la prigionia e la deportazione, un documento letterario e politico di primaria importanza. Ma la cosa che mi commuove davvero è un’altra: Settembrini tradusse Luciano di Samosata durante la detenzione, dimostrando una padronanza filologica e umanistica che collocava la cultura napoletana nel solco della grande tradizione classica europea. Il punto è questo. Fermati un secondo. Sei in cella, condannato — fu condannato a morte, – mi pare – pena poi commutata in ergastolo — e cosa fai? Traduci un greco del II secolo. Qui, secondo me, il punto è questo: non è solo politica. È individuazione, direbbe Jung. È l’Io che si tiene insieme costruendo senso mentre il fuori lo vuole dissolto. La prosa come atto di resistenza interiore, prima che civile. E sai cosa scatenò la sua Protesta del popolo delle Due Sicilie del 1847? Non c’è verso. Una cosa minuscola, quotidiana. L’impulso nacque da un episodio concreto: assistere alla cacciata brutale di una mendicante da parte del ministro dell’Interno Del Carretto. Una mendicante. Da lì un pamphlet che — bada — si ispirava – mi pare – esplicitamente a Degli ultimi casi di Romagna di Massimo d’Azeglio. Settembrini descrive il Regno come la regione più fertile d’Italia ridotta alle peggiori condizioni a causa del dispotismo borbonico, e da insegnante denuncia il sistematico abbandono dell’istruzione popolare come strumento di mantenimento della tirannia. Vedi? Incredibile. Non era un nostalgico dei Borboni. Borboni davvero. Era un meridionale che diceva la verità sul proprio re. Roba che la vulgata neoborbonica di oggi fatica a digerire, e quella risorgimentale pure. Sta in mezzo, scomodo. Come tutte le cose vere. Il secondo è Nicola Sole, il poeta di Senise

. Nato il 30 marzo 1821, morì a soli trentotto anni nel 1859, lasciando una produzione lirica che intrecciava romanticismo civile e coscienza meridionale, irriducibile ai modelli settentrionali del tempo. E qui un dettaglio che fa stringere il cuore: morì tre anni prima dell’Unità, senza vedere la trasformazione che avrebbe cancellato il contesto in cui aveva operato. Le sue poesie non erano semplici esercizi estetici, ma atti di resistenza simbolica contro un ordine destinato a dissolversi. Ecco il nodo. Il dialetto, per uno come Sole, non è resa, non è folklore: è scelta, è territorio. La lingua come ultima trincea dell’identità. Mia nonna, in calabrese, diceva cose che in italiano semplicemente non esistono. Ecco, Sole lo sapeva. E poi il terzo, il gigante: Francesco De Sanctis. Nato a Morra Irpina nel 1817, durante la prigionia a Castel dell’Ovo (1850-1853) approfondì lo studio di Hegel e del tedesco, e trasformò la detenzione in un laboratorio intellettuale. Di nuovo il carcere come fucina. Per De Sanctis il Mezzogiorno non era periferia culturale, ma luogo di elaborazione autonoma del pensiero moderno. E allora? E nella sua Storia fece una cosa precisa: incluse non solo poeti ma filosofi come Bruno e Campanella, storiografi come Giannone, pensatori come Vico — tutte figure del Sud — quasi a riscattare la dignità intellettuale di un’Italia che, scrisse, «si trastullava ne’ romanzi e nelle novelle». Qui arriva il paradosso che dà il titolo a tutto questo ragionamento. ragionamento davvero. Perché di questi tre, l’Italia unita ne ha adottato uno solo. De Sanctis. Lo ha fatto padre fondatore della critica nazionale. Il nuovo Stato assorbì De Sanctis, Settembrini e Sole nel canone nazionale, neutralizzando così la specificità della letteratura meridionale risorgimentale ma lo fece neutralizzandone la specificità meridionale, trasformando intellettuali del Sud in precursori di un’Italia che aveva già deciso la propria geografia culturale con centro al Nord. La Storia della letteratura italiana divenne testo fondativo, ma la sua genesi carceraria nel Mezzogiorno borbonico, la sua radice in una tradizione filosofica napoletana, vennero progressivamente oscurate. E qui devo essere ruvido, perché la cosa è grossa. La letteratura italiana che studi al liceo non è una sedimentazione naturale di secoli. Vale la pena dirlo. È un’invenzione ottocentesca. Secondo Raul Mordenti in L’altra critica. La nuova critica della letteratura tra studi culturali, didattica e informatica (2013, Editori Riuniti University Press), la letteratura italiana (con le dovute cautele) così come la conosciamo fu letteralmente inventata da De Sanctis con la sua Storia, scritta esplicitamente «ad uso de’ Licei». De Sanctis non ricostruì una storia preesistente, ma la fondò, su un modello di derivazione tedesca, schlegeliana,, ovvero ispirata al pensiero di August Wilhelm Schlegel che legava letteratura e identità nazionale, che collegava letteratura e spirito nazionale in chiave idealistica ed hegeliana.

E ogni costruzione comporta esclusioni: fece coincidere la letteratura italiana con la sola lingua italiana, eliminando la letteratura dialettale, la vastissima produzione in latino, quella in francese, e riducendo il concetto stesso di letteratura a poesia lirica e narrativa, marginalizzando prosa di pensiero e teatro. Bruno, Campanella, Vico — quelli del Sud — diventano tappe di una «linea di ripresa» dello spirito nazionale che passa per Machiavelli, Campanella, Bruno, Galilei, Parini, Alfieri, Leopardi e Manzoni. E invece no. Mattoni. Funzionali…. Belli e svuotati. Ne ho scritto anche a proposito della Città del Sole su «Disconnessioni – per quanto strano – Mentali» (https://giuseppeantoniosauro.com/citta-del-sole-campanella-utopia-rivoluzione/): Campanella ridotto a precursore quando era un cosmo a sé. Il bello è che pure i meridionali entrati – o almeno così sembra – nel palazzo finirono per fare i muratori della cancellazione. Pensa a Ruggero Bonghi, napoletano. Punto. Pur meridionale, operava come vettore dell’ideologia linguistica fiorentino-centrica destinata a cancellare le culture locali del Sud. Il suo Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia, le cui lettere erano apparse sullo Spettatore nel 1855 e pubblicato in volume nel – mi pare – 1856, coglieva benissimo il problema strutturale — individuava nelle condizioni sociopolitiche, l’assenza di autonomia, la mancanza di un nucleo culturale centralizzato, la causa dell’arretratezza letteraria. Eppure, da ministro, intellettuali meridionali come Bonghi divennero strumenti attivi della cancellazione culturale del Sud, costruendo dizionari, curricula, biblioteche nazionali che standardizzavano, relegando la produzione preunitaria del Mezzogiorno a margine. A conti fatti, il canone salva il pensiero e cancella la provenienza. Settembrini resta nei libri come martire politico, non come prosatore. Sole è quasi scomparso. Punto. E così sia. Allora cosa ci dice davvero, oggi, questa roba? Il punto, secondo me, è questo: il tema che attraversa tutti loro — l’identità sotto pressione, la memoria come sopravvivenza, la lingua come territorio — è junghiano prima che politico. politico davvero. È la lotta dell’Io contro una dissoluzione imposta da fuori. Questi uomini hanno scritto un’individuazione collettiva meridionale. E non è finita lì: dagli anni Settanta la questione meridionale ha subito un graduale ridimensionamento nel dibattito intellettuale, sopravvivendo grazie ad autori spesso isolati.

Oggi qualcuno prova a rimettere insieme la mappa — penso al progetto MeMo, coordinato da Bernardo De Luca della Federico II, finanziato dal PRIN PNRR, che costruisce una mappa letteraria del Sud e valorizza archivi ancora poco indagati criticamente. E sì, c’è anche il rovescio rumoroso della medaglia, quello da maneggiare con cura. Nell’ultimo trentennio si è sviluppato un processo di recupero identitario che mette in discussione la narrazione risorgimentale; il Movimento Neoborbonico, fondato a Napoli il 7 settembre 1993 da Gennaro De Crescenzo e Riccardo Pazzaglia, con l’obiettivo dichiarato non di nostalgia ma di ricostruire radici «dimenticate, ignorate o criminalizzate». Il punto di svolta popolare fu Terroni di Pino Aprile (2010). Anche storici come Carmine Pinto e Salvatore Lupo hanno – forse – offerto strumenti per comprendere le radici del divario Nord-Sud. Qui casca l’asino. Bene. Ma attenzione: le iniziative più mature usano la consapevolezza storica come leva per un riscatto civico, non come semplice celebrazione del passato. «Cu pocu si campa e cu nenti si mori», dicevano dalle mie parti — elogio della misura. Vale anche qui. Perché non si tratta di riabilitare i Borboni, né di opporre un canone meridionale a quello nazionale. Sarebbe solo ribaltare lo stesso schema ideologico. Si tratta di restituire complessità a una stagione che fu, nelle sue contraddizioni, più ricca di quanto la semplificazione risorgimentale abbia voluto ammettere. Settembrini che attacca il suo re e cita d’Azeglio. De Sanctis hegeliano e vichiano insieme…. Racioppi che demolisce l’agiografia patriottica. Curioso. Gente che non sta nelle caselle…. E forse è proprio per questo che il canone, fatto di caselle, li ha dovuti limare…. Il Sud scrisse. Lo fece con urgenza, in carcere, in esilio, (con le dovute cautele) morendo giovane, sapendo che il mondo stava per finire. Scrisse prima. Prima di essere riscritto da altri, per – mi pare – i licei di uno Stato costruito a tavolino. La domanda che mi porto dietro, e che lascio aperta a te: quando una cultura viene riassunta da qualcun altro, cosa resta del nome originale? Chi può dirlo? Mordenti, spietato, risponde che tra la letteratura italiana definita dal canone desanctisiano-crociano e i testi che oggi conosciamo «resta poco più che il nome»…. Ecco. E i nomi, lo sappiamo, sono l’ultima cosa che si cancella. O la prima.

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *