Mappa delle guerre Gaza Ucraina con zone di conflitto e domicidio su scala globale
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Mondo in Fiamme: Gaza, Ucraina e il Silenzio Assordante dell’Occidente

C’è una parola che mi è entrata in testa (ma questo è un altro discorso) come una scheggia e non vuole più uscire: domicidio. L’ho incontrata su Leggo.it, in un pezzo che metteva in – a voler essere onesti – fila Gaza, Ucraina, Sudan e Myanmar come vittime di «domicidio». E mi sono fermato, come davanti a una di – a voler essere onesti – quelle parole che dovevamo già avere e invece non avevamo. Strano, no? Abbiamo coniato “genocidio” nel 1944, “ecocidio” negli anni Settanta, e solo adesso ci accorgiamo che mancava il verbo per dire la cosa più semplice e più atroce: distruggere il dove della gente, non solo il chi. Parto da qui, perché secondo me è da questa porta laterale — una parola nuova — che si entra nel cuore della domanda. Esiste ancora una categoria concettuale capace di tenere insieme le guerre di oggi senza ridurle a – in fin dei conti – brusio di sottofondo, a notifica che scorri tra una foto del pranzo e un reel di gattini? Boh. Proviamo a vedere. Pensa a cosa significa davvero il domicidio. Curioso. Quando una bomba abbatte un palazzo non polverizza solo cemento armato. Si porta via le fotografie alle pareti, i libri sugli scaffali, il segno a matita sullo stipite della porta che misurava quanto era cresciuto il bambino. Si porta via la panetteria all’angolo, la scuola, la rete di sguardi e di abitudini che una comunità ha tessuto in decenni. E quando questo accade su scala industriale — Gaza City, Mariupol, Khartoum — non parli più di danno collaterale. Parli del tentativo di cancellare un popolo dalla sua geografia, che è il primo passo per cancellarlo dalla sua storia…. Mi è tornato in mente Primo Levi. Sì, lo so, è un riferimento che pesa una tonnellata, ma seguimi. Chi lo sa. In Se questo è un uomo (Primo Levi, Torino, Francesco De Silva, 1947) Levi descrive un meccanismo che non si limitava a uccidere: prima smontava l’uomo. Il numero al posto del nome, la fame, il sonno negato, la dignità tolta a pezzi. Si voleva che la vittima non fosse più percepita come persona, né dagli altri né da sé stessa. Ecco, il domicidio lavora con la stessa logica, solo che parte dallo spazio: prima ti tolgo il luogo, poi tu non hai più un luogo da cui venire, e se non hai più un luogo da cui vieni — dimmi tu — chi sei? E questo è il punto, secondo me. Il domicidio non è una categoria giuridica — non ancora, non esiste alcuna convenzione internazionale che lo definisca — ma è una categoria fenomenologica, esistenziale. Veniamo al dunque. E proprio per questo riesce a fare quello che le categorie giuridiche faticano a fare: tiene insieme cose che sembrano lontanissime. Perché la casa rasa al suolo a Khan Younis e il palazzo sventrato a Bakhmut, sotto il profilo del dove vissuto, sono lo stesso gesto. E qui entra in scena la seconda scheggia, quella del grano rubato. Su Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa ho letto questa storia intricata — grano ucraino trafugato, armi negate da Israele a Kyiv, la Flotilla per Gaza — che a prima vista sembra un groviglio di vicende slegate. E invece no. La questione, in soldoni, è che Israele per anni ha tenuto un piede in due staffe sull’Ucraina: solidarietà a parole, aiuti umanitari, ma niente sistemi di difesa aerea. Il motivo era geopolitico e brutale nella sua semplicità: prima della caduta di Assad (dicembre 2024), la Russia controllava lo spazio aereo siriano e Israele conduceva comunque operazioni in Siria contro – almeno credo – le forze iraniane, mantenendo un delicato equilibrio con Mosca; dopo dicembre 2024, il controllo russo dello spazio aereo siriano è venuto meno e Israele opera ora in Siria con ancora più libertà. Irritare il Cremlino non conveniva…. Poi, sul grano, c’è questa catena di responsabilità lunga e torbida — milioni di tonnellate di cereali ucraini sottratti, che dovevano sfamare Paesi già al limite, e finiti chissà dove via rotte opache. Ecco. Non sto dicendo che Tel Aviv fosse complice, sia chiaro. Dico che il silenzio, in queste faccende, è già una posizione. Vedi cosa succede? Il grano è il punto in cui il domicidio incontra l’economia globale e la tua spesa al supermercato. Lo dice bene quel pezzo di Studenti.it, “Ucraina e Gaza: due guerre che stanno decidendo il nostro domani. Noi cosa rischiamo?”, che affrontava senza giri di parole cosa rischiamo noi da queste due guerre. E invece no. Beh, lo scontrino. Quando ti chiedi perché il pane o l’olio costino il doppio di due anni fa, una fetta della risposta sta a Kharkiv, un’altra nel Mar Rosso bloccato dagli Houthi, un’altra ancora nei campi minati attorno a Khan Younis. La guerra non resta mai dentro i suoi confini. È come l’acqua: trova sempre la crepa. E poi c’è il clima, che a prima vista sembra il convitato di pietra, fuori tema. Invece su esgnews.it ho trovato un’analisi che mi ha fatto fare un salto: i conflitti in Ucraina e Gaza stanno accelerando la crisi climatica. Mi sono chiesto: ma come, esattamente? La risposta è più strutturale di quanto pensassi. Non è solo questione di foreste che bruciano – a voler essere onesti – o di fabbriche di armi che vomitano CO₂. Curioso. È che la guerra azzera le priorità. priorità davvero. L’Ucraina, prima del 2022, aveva piani seri (chissà) di transizione energetica, accordi europei, investimenti nelle rinnovabili. La guerra ha cancellato tutto. E la ricostruzione, quando verrà, sarà dominata dalla logica della rapidità e del costo — che nella storia dell’edilizia non hanno mai fatto rima con “verde”. A Gaza il dramma è ancora più immediato: impianti idrici e fognari distrutti, suolo avvelenato dai residui bellici, aria carica di particolato. Una catastrofe ambientale che, paradossalmente, comincia a fare danni proprio quando il conflitto finisce. L’ISPI ha documentato bene questa bidirezionalità: la guerra accelera il cambiamento climatico, e il cambiamento climatico — scarsità d’acqua, siccità, migrazioni forzate — alimenta nuovi conflitti. Incredibile. Un cane che si morde la coda. E qui torna utile la lente di Naomi Klein in La dottrina dello shock (BUR Rizzoli, Milano, 2007): – mi pare – le catastrofi, naturali o costruite, diventano l’occasione per smantellare l’esistente e rifarlo secondo logiche di mercato o di controllo. Non so se la Klein userebbe la parola domicidio, ma il guanto le calza. Veniamo al nocciolo. La domanda di partenza era se esista ancora un concetto capace di tenere insieme tutto questo. La mia risposta — provvisoria, perché su queste cose chi è troppo sicuro mi fa paura — è che sì, esiste, ma non è una sola parola. È la combinazione di un gesto (il domicidio: la distruzione (con le dovute cautele) del luogo vissuto) e di una condizione (la simultaneità sistemica). Perché c’è un momento in cui la quantità diventa qualità. E così sia. Quando Gaza, Ucraina, Sudan, Myanmar, Iran, Venezuela si sovrappongono e si intersecano, smetti di parlare di crisi separate e cominci a parlare di qualcosa di sistemico. Il Mulino l’ha formulato in modo elegante con quella domanda-specchio: «L’Europa allo specchio: Israele o Ucraina?». Non è retorica. È una domanda sull’anima dell’Europa, costruita dopo il 1945 su tre pilastri — diritto internazionale, diritti umani, multilateralismo — tutti e tre oggi sotto attacco contemporaneo. La Russia ha violato il diritto invadendo l’Ucraina. Israele ha violato norme di diritto umanitario a Gaza, come hanno rilevato organismi internazionali fino alla Corte penale internazionale. E il multilateralismo lo erodono tutti, da Washington a Pechino a Mosca, perché preferiscono un mondo di sfere d’influenza a un mondo di regole condivise. Il punto debole europeo lo aveva colto Robert Kagan nel Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale (Mondadori, Milano, 2003): gli americani operano in un mondo hobbesiano dove conta la forza militare, gli europei in un paradiso kantiano post-storico di pace e regole internazionali. Veniamo al dunque. Schematico, certo. Ma credere nel diritto senza la forza per farlo rispettare è una posizione fragile — e l’Europa lo sta imparando nel modo più duro. Aggiungici Graham Allison e la sua trappola di Tucidide in Destinati alla guerra (Fazi, Roma, 2018): su sedici transizioni di potere negli ultimi cinquecento anni, dodici sono finite in guerra. Non è una profezia. È un campanello…. Ma sai qual è la cosa che mi inquieta di più? Non la mancanza di informazione. Mai come oggi sappiamo tutto di tutte le crisi. A conti fatti. È la mancanza di elaborazione. È la “carta da parati del mondo“: le immagini del dolore ripetute all’infinito diventano sfondo, smettono di scuoterci. L’aveva visto Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri (Mondadori, Milano, 2003): la fotografia di guerra non produce automaticamente empatia, anzi può generare anestesia, saturazione, distanza. Un servizio su Gaza, poi la pubblicità, poi il meteo. Tutto sullo stesso piano emotivo. Ed è esattamente qui che torna Hannah Arendt. In Le origini del totalitarismo (Einaudi, Torino, 2004) lei intuisce che il male radicale non scaturisce dalla cattiveria dei – mi pare – singoli, ma dalla routine, dall’abitudine a non pensare — quella che anni dopo, sul caso Eichmann, chiamerà “*banal*ità del male”. Curiosità etimologica che fa pensare: “banale” deriva dal francese banal, a sua volta da ban (bando del signore feudale), e indicava ciò che apparteneva al signore ed era messo a disposizione comune del villaggio (mulino banale, forno banale, ecc.); l’uso era spesso obbligatorio e a pagamento, ma il termine banalité indica la struttura di uso comune, non specificamente il diritto di obbligare; solo poi il significato è slittato verso “comune a tutto il villaggio” e infine “ordinario, privo di originalità”. Il male banale è il male diventato condiviso, normale, di uso quotidiano. Ecco la vera minaccia del domicidio: non solo la distruzione delle case, ma la banalizzazione di quella distruzione. Veniamo al dunque. L’ONU lo dice con tre parole secche — «non normalizziamo l’illegalità» — e dice molto più di quanto sembri. Ne ho scritto in altri termini ragionando sull’indifferenza nell’era del coinvolgimento totale (qui), perché è un paradosso che mi tormenta: più siamo connessi, più diventiamo sordi. E allora la categoria che cerchiamo, a conti fatti, forse non è uno strumento da giuristi. È un atto di resistenza percettiva. È rifiutarsi di lasciare che Gaza, Mariupol e Khartoum scivolino nel “rumore di fondo”. Anche perché il rischio più rimosso resta lì, in fondo: il nucleare. Jonathan Schell, nel Destino della terra (Mondadori, Milano, 1982), descriveva con precisione quasi clinica cosa sarebbe uno scambio nucleare anche “limitato”. È un libro vecchio di oltre quarant’anni che mette ancora i brividi, e che torna attuale (con le dovute cautele) proprio mentre l’Iran si avvicina alla soglia atomica e qualcuno torna a parlare di attacchi preventivi. preventivi davvero. C’è chi mi dice — un collega, l’altro giorno — «ma a noi cosa cambia, le guerre sono lontane»…. Gli ho risposto male, lo ammetto. ammetto davvero. Il punto è questo. Perché no: nel 2026 le guerre non sono lontane. Te le porti nel carrello della spesa, nella bolletta, nel telegiornale prima della pubblicità, nell’aria che respireremo tra dieci anni. Mia nonna diceva che nei momenti di crisi vera si vede chi è chi. Aveva ragione, e non nel senso banale del coraggio. Nel senso che le cose vere — la parola giusta come domicidio, il medico del CRIMEDIM che parte per Gaza, il Papa che su Vatican News chiede il cessate il fuoco immediato, la liberazione degli ostaggi e aiuti umanitari per Gaza — emergono proprio quando tutto il resto fa rumore. La miglior parola è quella che si dice. E domicidio, finalmente, qualcuno l’ha detta. Strano, no? Come ammoniva quel vecchio Romain Rolland — ripreso e – almeno credo – reso celebre da Gramsci —: pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà. Capire senza illusioni, e poi agire lo stesso. Forse è facile dirlo da qui, dal mio – inutile negarlo – bar con le sedie di plastica arancione che cigolano. Ma non dirlo sarebbe peggio.

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