Persona che pratica indifferenza filosofica moderna davanti al telefono
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Il peso dell’indifferenza nell’era del coinvolgimento totale

L’indifferenza filosofica moderna emerge da una scena che ti resta addosso. Mio cugino, l’altro giorno a Lecce, davanti a un caffè in piazza Sant’Oronzo, mentre scrollava il telefono con quella faccia neutra di chi non sta più guardando niente, mi fa: “Ma tu lo sai che non sento più niente? Vedo le guerre, i bambini, le alluvioni, e niente.” Poi rilancia: “Sarò un mostro?” No, gli ho risposto. Sei un sopravvissuto. E forse è da qui che bisogna partire, da questa confessione sussurrata davanti a un espresso tiepido, per capire una cosa che nessuno vuole dire a voce alta: l’indifferenza, oggi, non è più un peccato. È un’arte. L’indifferenza filosofica moderna rappresenta infatti una delle ultime forme autentiche di resistenza intellettuale. Anzi, è diventata una delle ultime forme di resistenza filosofica che ci restano in un’epoca che pretende — pretende, sì — il nostro coinvolgimento emotivo a comando, ventiquattr’ore al giorno. Sembra una bestemmia, lo so…. Difficile a dirsi. Ci hanno insegnato il contrario fin dai banchi di scuola, con Gramsci e quel suo “odio gli indifferenti” stampato a caratteri cubitali sulle bacheche delle aule. Però guarda, prima di gridare allo scandalo, fammi tornare indietro. Molto indietro. Perché l’indifferenza, come categoria filosofica seria, ha un pedigree che la modernità ha quasi cancellato. Epitteto, lo schiavo frigio che diventò maestro di stoicismo, nel suo Manuale — quello che Leopardi tradusse e che puoi ancora trovare in mille edizioni, ti consiglio quella di Einaudi a Torino, curata da Pierre Hadot — distingueva tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende. E rispetto a tutto il resto, predicava l’apátheia, ovvero l’assenza di passioni disturbanti secondo la filosofia stoica,, una forma alta di indifferenza meditata. Non gelo del cuore: lucidità. Saper distinguere il fuoco che scalda dal fuoco che brucia inutilmente. Poi, salto di duemila anni, arriva Georg Simmel, sociologo berlinese di inizio Novecento, e nel suo – se ci pensiamo – saggio Le metropoli e la vita dello spirito del 1903 conia il concetto di Blasiertheit, termine tedesco che indica l’atteggiamento di indifferenza urbana, l’atteggiamento blasé. Cioè: l’uomo della grande città, sommerso da stimoli, sviluppa per forza una corazza di indifferenza non perché sia cattivo, intendiamoci. Perché se no impazzisce. Strano, no? Già allora, con i tram a cavalli e i primi telefoni, Simmel intuiva quello che noi viviamo oggi all’ennesima potenza. E in mezzo, sempre rimosso, sempre nascosto sotto il tappeto, c’è un altro personaggio che vale la pena ripescare: Torquato Accetto, segretario napoletano del Seicento, che nel – almeno credo – suo Della dissimulazione onesta — testo brevissimo, fulminante, che trovi pubblicato da Einaudi nella collana dei tascabili — teorizzava la dissimulazione come “velo composto di tenebre oneste“. Accetto distingue: simulare è fingere ciò che non è, brutto, condannabile; dissimulare è nascondere ciò che è, e diventa “industria di non far veder le cose come sono” quando il mondo è ostile. Curioso. Pensaci un attimo. Non è esattamente quello che facciamo noi quando spegniamo le notifiche, quando “mettiamo in muto” un gruppo WhatsApp, quando smettiamo di rispondere a quel collega petulante? Stiamo praticando, senza saperlo, una (o forse no?) forma raffinatissima di filosofia barocca meridionale. Fatto sta che la tradizione c’è, è solida, – ed è un bel problema – e abbiamo fatto finta di niente per troppo tempo. Ora arriviamo al paradosso, quello vero, quello che ci squarcia ogni mattina alle sette quando suona la sveglia. Mai come oggi siamo bombardati di stimoli — push, reels, breaking news, storie, sondaggi, dirette, appelli, raccolte (con le dovute cautele) firme, sdegni collettivi a ciclo continuo — e mai come oggi il coinvolgimento autentico è così basso. Bernard Stiegler, il filosofo francese che ci ha lasciati troppo presto, nel suo Conoscenza o barbarie uscito per Meltemi a Milano nel 2017, lo dice in modo chirurgico: l’iperstimolazione produce anestesia. Non può essere diversamente. Crea quella che lui chiama “disindividuazione” collettiva, una “sincronizzazione delle coscienze” che azzera la diversità interiore…. Non è che siamo coinvolti tanto: siamo sincronizzati, che è una cosa diversissima. Sentiamo tutti la stessa cosa nello stesso istante, e – ed è un bel problema – proprio per questo non sentiamo più niente di nostro. Su stultiferanavis.it, in un articolo che ho letto qualche mese fa, c’era questa frase che mi è rimasta: la libertà di non scegliere è diventata sospetta. Pensa che roba. Non scegliere — cioè, in fondo, restare indifferenti — è ormai un atto eversivo. Niente da fare. E qui entra in scena il terzo movimento, quello psicologico. L’attenzione selettiva, ce lo spiegano bene su stateofmind.it e in tanti manuali di psicologia cognitiva, è un meccanismo evolutivo. Il cervello satura. Il sistema attivatore reticolare, quella struttura antichissima nel tronco encefalico, fa da buttafuori: decide chi entra e chi resta fuori dalla coscienza. Senza questo filtro, saremmo morti già da bambini, sopraffatti dal rumore del mondo. Brenda K. Wiederhold, nel suo Cyberpsychology: an introduction uscito per Academic Press nel 2017, mostra come la mente umana — quei novanta e passa (o forse no?) miliardi di neuroni che ci portiamo in testa — non sia mai stata progettata per processare i flussi informativi a cui la sottoponiamo. Gli impulsi nervosi possono viaggiare fino a circa 120 metri al secondo, i processori a gigahertz: è una gara persa in partenza. Allora cosa fa la psiche? Incredibile. Si difende. Spegne. Diventa selettivamente indifferente. E secondo me — qui mi sbilancio — chi oggi resiste a questo meccanismo, chi pretende di sentire tutto, di indignarsi per tutto, di partecipare a tutto, non è più empatico degli altri…. È solo più fragile, più esposto al collasso. Mia nonna, che era una signora calabrese tutta nera e poche parole, diceva: “Figghiu, u cori s’ha mu si rispetta“, il cuore si deve rispettare. Chi può dirlo? Tradotto: non si dà a chiunque, non si consuma in ogni rivolo. Era una filosofa, e nemmeno lo sapeva. C’è poi il libro di Raffaele Morelli, Abbiamo perso l’anima, pubblicato da Mondadori nel 2025, dove torna l’idea di una interiorità smarrita e di un disagio che non si lascia spiegare soltanto con le categorie della prestazione o dell’efficienza. E intanto i dati, quelli veri, fanno venire i brividi: nel 2021 erano circa 270mila i ragazzi tra i 15 e i 19 anni che avevano assunto almeno una volta psicofarmaci senza prescrizione; nel 2024 il dato sale a circa 510mila, con 180mila nella fascia 15-17 anni nell’ultimo anno. Non serve inventarsi slogan apocalittici: basta guardare questi numeri per capire quanto profonda sia la solitudine contemporanea. E come ci difendiamo da questa solitudine di massa? Con l’indifferenza protettiva. Eppure. È un guscio, non un’armatura offensiva. È la psyché greca che si ritira nel guscio prima di morire dissanguata. A questo punto ti devi chiedere: e l’Italia? Perché qui, amico mio, abbiamo una variante tutta nostra, e bisogna dirla. Noi italiani siamo maestri di un’indifferenza particolare, che mescola il “tengo famiglia” gattopardesco, il menefreghismo mussoliniano poi rovesciato di segno, e una rassegnazione antica che viene dai borboni, dagli spagnoli, dai bizantini, da chiunque sia passato di qua a comandarci. L’apatia politica italiana — quel cinquanta e passa per cento che non va più a – mi pare – votare, e ai referendum si arriva pure a percentuali da prefisso telefonico — non è pigrizia. È una forma estrema di giudizio. La gente non si è disinteressata: si è ritirata. Fatto sta. È un’altra cosa. Su treccani.it, se vai a vedere la voce sull’astensionismo, – a voler essere onesti – capisci che è un fenomeno strutturale, non un incidente.

E adesso questa apatia politica si è travasata nell’indifferenza digitale. Lo scrolling infinito è l’equivalente contemporaneo dell’uomo qualunque di Guglielmo Giannini, solo (chissà) che invece del bar c’è il divano e invece del giornale c’è TikTok. Stesso meccanismo, stessa diagnosi. Fabrizio Tarquini, in A proposito di ideologia e post ideologia uscito per Gruppo Albatros Il Filo nel 2021, parla giustamente di una “zuppa” indistinta in cui pubblico e privato si sono fusi. Vent’anni fa c’era un muro spesso così tra le due sfere, oggi è tutto un’unica polenta. E in questa polenta, l’unico modo per riconoscere ancora il sapore dei propri pensieri è alzare paratie selettive. È quello che ho cercato di raccontare anche nell’articolo La religione come il fuoco: riflessioni sparse su un equilibrio difficile (https://giuseppeantoniosauro.com/religione-societa-equilibrio-tradizione-modernita/), dove provavo a dire che certe cose vanno tenute a distanza per non bruciarsi. Ma vale per tutto. Difficile a dirsi. Giorgio Agamben, su questo, è stato chirurgico. La sua analisi dell’indifferenza filosofica moderna come ‘passione dell’indifferenza‘ ribalta completamente la prospettiva tradizionale. Lui parla apertamente di “passione dell’indifferenza” — per orientarti sul suo pensiero, puoi partire dai testi e dalle pubblicazioni di Giorgio Agamben raccolti da Quodlibet — come strategia di resistenza critica. Non apatia, attenzione. Passione. È un ossimoro perfetto, di quelli che solo Agamben sa coniare: l’indifferenza diventa qualcosa di acceso, di scelto, di militante. Una postura. E pure Franco Cambi, pedagogista fiorentino che trovi su OAPEN Library, distingue tra indifferenza – ed è un bel problema – teoretica e critica filosofica, mostrando che le due cose, paradossalmente, possono convivere nello stesso individuo. Anzi, devono. Strano, no? Perché la critica senza distanza è solo reazione, e l’indifferenza senza pensiero è solo vuoto. Ora chiudiamo il cerchio, e qui ti chiedo di seguirmi su un crinale stretto. Stretto davvero. Riabilitare il disinteresse non significa diventare cinici. Non significa cantare Lo Straniero di Camus — romanzo uscito in Francia nel 1942 e pubblicato in Italia da Bompiani nel 1947 — dove Meursault non piange al funerale della madre e uccide un arabo sulla spiaggia con la stessa noia con cui accende una sigaretta. No, quello è il fallimento dell’indifferenza, la sua deriva patologica. Riabilitare il disinteresse, invece, significa rivendicare il diritto a non rispondere, a non firmare, a non condividere, a non indignarsi a comando. Significa quello che ho provato a dire nell’articolo L’essenza umana nell’era dell’intelligenza artificiale: un dialogo sulla coscienza (https://giuseppeantoniosauro.com/lessenza-umana-nellera-dellintelligenza-artificiale-un-dialogo-sulla-coscienza/): che resta umano solo chi sa ancora dire no, chi sa ancora sottrarsi.

Augusto Placanica, storico calabrese — uno dei nostri grandi, troppo dimenticato – o almeno così sembra – nel suo Il filosofo e la catastrofe. Ecco il nodo. Un terremoto del Settecento edito da Einaudi a Torino nel 1985, mostrava come gli illuministi, – e non è poco – davanti al terremoto di Lisbona del 1755, attivarono meccanismi di distanziamento razionale per non esserne travolti. La differenza con noi è che – a dire il vero – il loro distanziamento era meditato, lento, selettivo. Il nostro è automatico, generalizzato, ottuso. E qui sta il punto. Non possiamo abolire l’indifferenza, sarebbe come pretendere di abolire le palpebre. Ma possiamo educarla…. Possiamo trasformarla da meccanismo passivo in scelta consapevole. Da reazione in postura. Da sintomo in metodo. Sul sito accademiadellacrusca.it si può trovare un’analisi etimologica interessante: indifferenza viene dal latino in-differens, “non distinguente”. Ma andiamo avanti. Ecco, il punto è proprio questo, e ribalta tutto. L’indifferente moderno, quello cattivo, è chi non distingue più nulla: tutto gli pare uguale. Ma c’è un’altra indifferenza, quella alta, quella di Epitteto, di Accetto, di Agamben: è l’indifferenza di chi distingue talmente bene da decidere a cosa concedersi e a cosa no. Boh, ma allora forse il vero coinvolto è proprio lui, l’indifferente filosofico. Perché ha scelto. Mentre l’iperattivo digitale, quello che reagisce a ogni stimolo, è solo trascinato, agito dagli algoritmi, non agente. Fatto sta. Simone Perotti, in Adesso basta — libro uscito per Chiarelettere nel 2009 e ripubblicato da Mondadori nel 2019 — parlava di downshifting, dell’abbandonare carriere insoddisfacenti come gesto filosofico. È un’altra forma della stessa cosa. Su focus.it qualche tempo fa c’era un articolo sulla digital detox che andava nella stessa direzione, e sul sito ufficiale di Umberto Galimberti e nelle sue opere recenti torna spesso l’idea che il troppo stimolo ci sottragga silenzio, vuoto e capacità di pensare. Tutti segnali convergenti. Allora, vedi un po’ tu. Tuo cugino che davanti al caffè confessa di non sentire più niente forse non è un mostro: è uno che è arrivato — magari senza saperlo, magari per pura sopravvivenza — a una soglia filosofica antica. Il problema non è il suo non sentire. Il problema è cosa decide di farne. Ecco. Se quell’indifferenza diventa il guscio dentro cui – almeno credo – ricostruire un’attenzione vera, scelta, profonda, allora è salvezza. Se invece diventa la nebbia in cui sparire definitivamente, allora è la fine. Mah, mi viene da dire che siamo tutti, oggi, davanti a questo bivio. E forse l’unica domanda che vale la pena farsi, all’alba, prima di accendere il telefono, è una sola: a chi, oggi, decido davvero di concedermi? Tutto il resto, vale la pena dirlo, può anche aspettare. Per sempre, se serve. Difficile a dirsi.

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