Quando l’AI Scrive le Notizie (E Tu Non Te Ne Accorgi)
L’intelligenza artificiale nel giornalismo ha raggiunto un punto di svolta nel marzo 2024, con una scena che dovrebbe averci fatto rizzare i capelli e invece è passata sotto silenzio come tante cose in questo Paese distratto. Claudio Cerasa, direttore del Foglio, decide di fare un esperimento che ha il sapore della provocazione filosofica più che dello stunt editoriale: per un mese intero, quattro pagine al giorno scritte interamente dall’intelligenza artificiale. Editoriali, cronache, perfino le battute. Ai giornalisti, il ruolo dell’intervistatore. Alla macchina, la voce. E sai qual è la parte che mi inquieta? Che ha funzionato. Ecco il nodo. Funzionava davvero. Ora, io leggo i giornali da quando avevo quindici anni — quando andavo a trovare mio padre a Isola di Capo Rizzuto, lui comprava sempre il Quotidiano della Calabria e me lo faceva leggere mentre prendevamo il caffè insieme — e ti dico una cosa: se mi avessero dato in mano quelle pagine senza dirmi nulla, boh, mi sa che ci sarei cascato anch’io. Ed è proprio questo il punto. Il problema non è che l’AI scriva. È che scrive bene abbastanza da non farsi notare. notare davvero.
Strano, no? Cerasa, comunque, una frase intelligente l’ha detta: "Quello che un giornalista ha e che l’AI non potrà mai avere è la tensione personale verso un’interpretazione del mondo". Vero. Tutt’altro. Verissimo. Però — e qui il paradosso ci spunta come un’erbaccia tra le mattonelle — quanti dei nostri pennivendoli quotidiani questa tensione ce l’hanno ancora? Quanti, dico, non si limitano a impastare comunicati stampa di Palazzo Chigi col copia-incolla? A conti fatti, l’AI non sta sostituendo i grandi giornalisti. Sta sostituendo i mediocri. Questo è il vero impatto dell’intelligenza artificiale giornalismo: non elimina i talenti, ma espone le mediocrità. Che è una cosa molto più democratica e molto più spaventosa. Vale la pena fare un passo indietro. Marshall McLuhan, quel canadese geniale che in Gli strumenti del comunicare, scritto nel 1964 per il Saggiatore a Milano, sosteneva che "il medium – mi pare – è il messaggio", aveva già capito tutto sessant’anni fa: non conta cosa ti dice il giornale, conta che sia un giornale a dirtelo. Ecco. Adesso il medium ha imparato a generarsi da solo. Vale la pena dirlo. Pensa un po’ che salto antropologico.
E noi qui a discutere se il congiuntivo dell’algoritmo è corretto. La cosa che pochi sanno è che il Foglio non (con le dovute cautele) è certo un caso isolato, anzi è arrivato tardi alla festa. La BBC usa l’AI per trascrivere centinaia di commenti radiofonici e individuare i momenti chiave delle partite di calcio. L’Associated Press — quella di tutta la cronaca finanziaria mondiale, eh, mica bruscolini – a dire il vero – — ha lanciato programmi per insegnare alle piccole redazioni come maneggiare questi strumenti. Il Financial Times personalizza i contenuti per ogni singolo lettore. Qui casca l’asino. Praticamente: tu e il tuo vicino di pianerottolo non state più leggendo lo stesso giornale, anche se la testata è identica. Ti rendi conto? Mia nonna, che era di Isola di Capo Rizzuto e di mestiere faceva la casalinga e rammentava e faceva vestiti, diceva sempre che "ogni cliente vuole il vestito cucito addosso". Bene, l’editoria digitale ha preso questa saggezza contadina e l’ha trasformata in un’arma. Solo che il vestito, qui, è la realtà stessa. Eli Pariser nel suo Il Filtro, scritto nel 2011 per il Saggiatore a Milano, l’aveva chiamata "filter bubble", ovvero la personalizzazione estrema dei contenuti che isola gli utenti in bolle informative, — la bolla del filtro. Quindici anni dopo siamo passati dalla bolla al sarcofago. Su questo, se ti interessa scavare più a fondo, ho scritto un pezzo che si intitola "Capitalismo della Sorveglianza: Sei il Prodotto degli Algoritmi" (https://giuseppeantoniosauro.com/capitalismo-della-sorveglianza-sei-tu-il-prodotto/) — perché la personalizzazione, lo sai, non è mai gratis. Ma torniamo al nocciolo. Ecco. Il problema serio, quello che ti tiene sveglio la notte se hai un minimo di onestà intellettuale, è un altro. L’AI scrive benissimo, ma ogni tanto si inventa le cose. Le chiamano "allucinazioni", ovvero errori in cui l’AI genera informazioni false presentandole come vere,, un termine che fa quasi tenerezza, (o forse no?) come se la macchina avesse preso un colpo di sole. Solo che se Repubblica titola che Tizio ha detto X, e Tizio quel X non l’ha mai detto perché se l’è inventato GPT-7, beh, abbiamo un piccolo problema con la democrazia. Hannah Arendt — sì, la cito sempre, lo so, ma quella signora aveva visto cose che noi umani — in Le origini del totalitarismo, scritto nel 1951 e ristampato da Einaudi a Torino, spiegava che il regime totalitario non vuole farti credere alle menzogne, vuole proprio distruggere la tua capacità di distinguere vero e falso. Mah. suona familiare? Ah, e poi c’è la questione spinosa del copyright. Il New York Times nel dicembre 2023 ha trascinato OpenAI in tribunale perché — diciamocelo schiettamente — usare decenni di articoli pagati profumatamente a giornalisti veri per addestrare una macchina che poi ti fa concorrenza sul tuo stesso terreno è una mossa che ha tutto il sapore della furberia da bar dello sport. Su treccani.it, se vai a cercare "diritto d’autore intelligenza artificiale", trovi pagine intere di giuristi che si grattano la testa. Già…. E nemmeno loro sanno bene come uscirne. Senti questa che è interessante: secondo i dati di Pew Research, circa il 50% degli americani crede che l’AI avrà un impatto negativo sulle notizie nei prossimi vent’anni. Metà popolazione. Ma — e qui sta la beffa — la stessa metà continua a leggere – e non è poco – senza sapere quando un articolo è scritto da un umano e quando da una macchina. È come temere il lupo e poi dormire con la porta aperta. boh. Walter Lippmann, nel mitico Opinione pubblica, scritto nel 1922 per Donzelli a Roma (l’edizione italiana, intendo), diceva una cosa che adesso suona profetica: tra noi e il mondo reale c’è sempre uno "pseudo-ambiente", una rappresentazione mediata.
Chi lo sa. Ecco, oggi quello pseudo-ambiente non lo costruiscono più i caporedattori col sigaro acceso in sala stampa, ma reti neurali addestrate su miliardi di parole. La differenza è che il caporedattore col sigaro, almeno, lo potevi guardare in faccia. L’algoritmo no. C’è anche un aspetto che gli entusiasti tendono a nascondere sotto il tappeto: i bias. Gli algoritmi non sono neutri, mai. Sono lo specchio fedele — e amplificato — dei dati su cui li addestri. Cathy O’Neil in Armi di distruzione matematica, scritto nel 2016 per Bompiani a Milano, l’ha dimostrato con esempi che ti fanno venire i brividi. Se i dati di partenza sono sbilanciati, le notizie che leggerai saranno sbilanciate. Non c’è verso. Punto. Anche su questo ho ragionato a lungo nel pezzo "Gli Algoritmi Sono Razzisti? Il Problema della Discriminazione nell’IA" (https://giuseppeantoniosauro.com/algoritmi-razzisti-discriminazione-ai/), se vuoi farti un’idea più strutturata. E qui mi viene da fare una considerazione meridionale, perché – inutile negarlo – — fatto sta — uno scrive sempre da dove sta. Le grandi aziende che addestrano questi modelli stanno a San Francisco, Seattle, qualche oasi cinese. I dati di partenza sono in inglese, prevalentemente americani, prevalentemente urbani, prevalentemente progressisti in quel modo molto californiano che a noi mediterranei suona sempre un po’ fasullo. Quando un’AI ti racconta la Calabria, il Salento, la Sicilia — cosa ti racconta? La ‘ndrangheta, la pizza, il sole. Stereotipi a chilometri zero. Su corriere.it qualche mese fa c’era un’analisi interessante su quanto i modelli linguistici siano "culturalmente miopi". Chi lo sa. Pensaci la prossima volta che chiedi a ChatGPT di scriverti qualcosa sul Sud. Eppure — eccoci al ribaltamento — non sono apocalittico. Mai stato. Umberto Eco, in Apocalittici e integrati, scritto nel 1964 per Bompiani a Milano, ci aveva già messo in guardia da entrambe le tentazioni: né il rifiuto sdegnoso né l’abbraccio acritico. La via è terza, sempre. L’AI può fare il lavoro sporco e ripetitivo — trascrivere conferenze stampa, controllare i refusi, sbobinare ore di audio, riassumere bilanci comunali di trecento pagine — liberando i giornalisti veri per quello che solo loro sanno fare L’intelligenza artificiale giornalismo può diventare un alleato prezioso in questo processo di ottimizzazione delle risorse umane.: andare sul posto, parlare con la gente, sentire l’odore delle cose. Ryszard Kapuściński in Autoritratto di un reporter, scritto nel 2003 per Feltrinelli a Milano, ripeteva ossessivamente che il giornalismo si fa con le suole consumate. Le suole, capisci? Tutt’altro. Non con i prompt. Su focus.it qualche tempo fa spiegavano bene come funzionano questi modelli generativi, e su accademiadellacrusca.it ci sono interventi preziosi sull’impoverimento lessicale che l’AI rischia di produrre quando tutti scriviamo con lo stesso strumento. Perché — vale la pena dirlo — se la macchina ti suggerisce sempre la frase più probabile, statisticamente media, alla fine la lingua si appiattisce come una pizza sotto il mattarello. Addio sfumature, addio dialetti, addio quel "ce ne avemo da fa’" che a Roma dice tutto e in italiano standard non dice niente. Ti lascio con una domanda, perché le risposte facili non le sopporto. Se domani scoprissi che la metà degli articoli che hai letto quest’anno l’ha scritti una macchina — e nessuno te l’aveva detto — cambierebbe il tuo modo di leggere? O semplicemente continueresti a scorrere, come fai adesso, perché tanto la realtà ormai è quella cosa che ti compare sullo schermo mentre aspetti il caffè? Eraclito, il mio amato presocratico, diceva che la natura ama nascondersi. E invece no. Oggi ad amare nascondersi, però, sono gli algoritmi. E noi, povere bestie distratte, li lasciamo fare. Strano, no?






