La Morale Privata: Quando l’Etica Diventa Questione Domestica
L’etica social media ha rivoluzionato il modo in cui viviamo la moralità quotidiana. Partiamo da una scena che secondo me dice tutto. L’altro giorno ero al bar, e c’era una ragazza al tavolo accanto che – a dire il vero – stava letteralmente piangendo al telefono con un’amica per una cosa successa al lavoro. Roba personalissima, eh E intanto, sullo schermo del suo telefono appoggiato sul tavolino, vedevo scorrere le notifiche di Instagram dove lei, mezz’ora prima, aveva postato una storia tipo “vita meravigliosa, aperitivo coi colleghi”. Ecco. Questa è la cifra del nostro tempo, secondo me. Cioè, viviamo costantemente con un piede in due mondi che fino a vent’anni fa erano separati da un muro spesso così,, e adesso invece… beh, è tutto un’unica zuppa. Ma sai che la cosa interessante è che il confine tra pubblico e privato non è mai stato un dato di natura? Nel senso, è sempre stata una costruzione storica, sociale, culturale….
Lorenzo Grifone Baglioni, in quel suo saggio L’interpretazione sociologica della cittadinanza, scritto nel 2011 per Florence Research a Firenze, lo spiega benissimo: nella polis greca antica c’era una separazione netta tra l’agorà, dove si decideva la cosa pubblica, e l’oikos, la casa, lo spazio privato. Due universi che non si toccavano. Incredibile. Poi col Comune medievale le cose iniziano a mescolarsi, il mercato diventa “la forma più antica di sfera pubblica in senso sociologico” — testuale — e da lì, piano piano, secolo dopo secolo, si arriva alla modernità novecentesca dove la sfera pubblica diventa “ambito dell’autonomia espressiva individuale”. Ecco, tieni a mente questa frase, perché secondo me è proprio qui – o almeno così sembra – che si apre la voragine in cui poi sono caduti i social. Perché diciamoci la verità: cos’hanno fatto Facebook, Instagram, – se ci pensiamo – TikTok, X (mai mi abituerò a chiamarlo così, vabbè)? Hanno preso quell’autonomia espressiva e l’hanno trasformata in performance permanente. Voglio dire, ogni gesto domestico — la colazione, il gatto che dorme, la litigata col fidanzato, persino il funerale della nonna, giuro ho visto storie di funerali — diventa contenuto. Materia prima da dare in pasto all’algoritmo. E qui il cortocircuito etico è enorme.
Chi può dirlo? Pensa a una cosa che diceva Agnes Heller in Etica e vita quotidiana, scritto nel 1994 per Guerini a Milano: ogni gesto domestico nasconde una regola morale sottostante. Era una riflessione kantianissima, no? L’imperativo categorico che si infila tra le pieghe del lenzuolo. Ma lei lo immaginava in un contesto in cui il privato era… privato. Adesso invece quel gesto domestico è osservato, fotografato, condiviso, giudicato da centinaia o migliaia di sconosciuti. La regola morale non è più una bussola interna: è diventata un’estetica esterna. Incredibile. Mah E qui mi viene in mente Joan Tronto, quella di Moral Boundaries, scritto nel 1993 per Routledge a New York, che già – in fin dei conti – allora — pensa un po’, prima ancora che esistesse Facebook — denunciava la separazione kantiana tra ragione pubblica e sentimenti privati come una trappola. Lei proponeva un’etica della cura che attraversasse i confini. Bene, oggi quei confini sono attraversati eccome, ma non nella direzione che sognava lei. Cioè, non è che la cura privata abbia colonizzato il pubblico nobilitandolo; è semmai successo il contrario. La logica della visibilità, della metrica, del like, ha colonizzato l’intimità. Senti, è come quando entri in casa di qualcuno e trovi tutto disposto per essere fotografato: non è più una casa, è un set.
A proposito, c’è un libro che secondo me andrebbe riletto con occhi nuovi: Justice, Gender, and the Family di Susan Moller Okin, scritto nel 1989 per Basic Books a New York. E così sia. Okin sosteneva che la famiglia non poteva più essere considerata zona franca rispetto ai principi di giustizia, perché lì dentro si riproducevano disuguaglianze strutturali. Aveva ragione, eh. Ma adesso il problema si è ribaltato: la famiglia non è più zona franca nemmeno rispetto al mercato dell’attenzione. I figli vengono “sharenati” prima di saper parlare. Quei bambini che a tre anni hanno già un’identità – se ci pensiamo – digitale costruita dai genitori, che dignità del privato avranno mai? Beh, io ci penso e mi viene un po’ di angoscia. Ora, qualcuno potrebbe dirmi: ma dai, è una scelta – diciamo la verità – libera, ognuno fa quello che vuole con la propria vita. E qui mi tocca tirare fuori Charles Taylor, The Ethics of Authenticity, pubblicato nel 1991 per Harvard University Press a Cambridge. Taylor diceva una cosa cruciale: l’autenticità moderna rischia di degenerare in narcisismo se non si bilancia con il riconoscimento dei doveri verso gli altri. Ecco, i social hanno preso l’ideale di autenticità — “sii te stesso!” — e l’hanno svuotato dall’interno, trasformandolo in “performa te stesso”. Qui casca l’asino. È una cosa diversa. Profondamente diversa. Anzi no, sbaglio: è proprio l’opposto.
L’autenticità richiede silenzio, riflessione, un certo pudore. La performance richiede pubblico. E qui scatta il paradosso che secondo me è il vero nodo etico della questione. Lo trovi spiegato bene anche in quel volume Giustizia, uguaglianza e differenza, curato da Brunella Casalini e Lorenzo Cini per Firenze University Press a Firenze nel 2012, dove si discute di come Rawls definisse la giustizia “la prima virtù delle istituzioni sociali”. Bene, oggi le istituzioni sociali più potenti, quelle che davvero plasmano il comportamento quotidiano di miliardi di persone, sono le piattaforme. E la loro “virtù” non è la giustizia: è l’engagement, ovvero il coinvolgimento e l’interazione degli utenti,. La metrica della rabbia, della polarizzazione, del clamore . L’etica social media si scontra così con logiche puramente commerciali. Forse. Tutto il contrario di quello che Rawls – a voler essere onesti – intendeva con velo d’ignoranza, equità, beni primari. Praticamente, abbiamo sostituito un’architettura pubblica fondata su – se ci pensiamo – principi morali con un’infrastruttura privata fondata su KPI, ovvero indicatori chiave di performance,. E nessuno ha votato questa cosa, eh. Senti, c’è un’altra dimensione che mi preme. Quella del corpo, dell’intimità sessuale, della violenza. Raffaella Biagioli, in Politica, pari opportunità e Human Security, scritto nel 2014 per Florence Research a Firenze, ricordava dati ISTAT – inutile negarlo – impressionanti: la violenza domestica è perpetrata nel 67,1% dei casi dal partner, con una donna uccisa ogni tre giorni in Italia. Ora, i social qui hanno fatto due cose contraddittorie. Da un lato hanno permesso al movimento #MeToo di rompere il silenzio millenario sull’abuso domestico — e questo è enorme, davvero, quasi rivoluzionario. Dall’altro hanno creato nuove forme di violazione: – o almeno così sembra – revenge porn, stalking digitale, esposizione non consensuale . Questioni centrali per l’etica social media contemporanea. Il privato come arma. Non c’è verso. Il privato come ricatto. Insomma, una medaglia con due facce e bisogna guardarle entrambe se non si vuol essere ingenui. A proposito di ingenuità, ti consiglio di andare a curiosare su www.treccani.it alla voce “privacy”, oppure su plato.stanford.edu , l’enciclopedia filosofica di Stanford, dove c’è una voce stupenda su “Privacy and Information Technology” che ti smonta tutte le illusioni. Anche su www.ethicsunwrapped.utexas.edu , il portale dell’Università del Texas, ci sono casi-studio molto concreti, roba pratica, non solo teoria. E se vuoi qualcosa in italiano, vai su www.filosofico.net , oppure su www.accademiadellacrusca.it per capire come anche il linguaggio dell’intimità sia stato stravolto — parole come “amico”, “seguire”, “condividere” hanno cambiato semantica nel giro di quindici anni, una cosa pazzesca dal punto di vista linguistico.
Poi c’è la questione che Salvatore Veca aveva intuito già nel 2001 nel suo Vita privata e bene comune, pubblicato per Feltrinelli a Milano: ogni scelta privata ha implicazioni collettive. Bene, oggi questa intuizione è diventata letterale, materiale, algoritmica. Quando metti un like a una cosa, stai allenando un sistema che poi influenzerà cosa vedrà tuo cugino, il tuo collega, tua madre. La tua intimità diventa input statistico. È una forma di responsabilità nuova, e nessuno ce l’ha insegnata a scuola, figurati Anche Adriano Pessina, in L’etica in famiglia, scritto nel 2006 per San Paolo a Cinisello Balsamo, già notava come la famiglia fosse il primo laboratorio etico — ma quel laboratorio adesso ha le pareti di vetro, e fuori c’è una folla che guarda. Chi può dirlo? Vuoi sapere cosa penso davvero? Che stiamo vivendo un’epoca di – inutile negarlo – analfabetismo etico mascherato da iper-consapevolezza. Sappiamo tutto di tutti, ma abbiamo perso la grammatica del pudore, che non è bigottismo, attenzione — è una forma di rispetto verso se stessi e verso gli altri. Salvatore Natoli, ne La vita buona, uscito nel 2004 per Feltrinelli a Milano, parlava della costruzione di un’esistenza eticamente significativa come di un esercizio quotidiano, fatto di piccoli gesti coerenti. Oggi quei piccoli gesti vengono sequestrati dalla logica della visibilità prima ancora di compiersi. Pensi alla cena con gli amici e già pensi alla foto. Vai in vacanza e già pensi al post…. Cioè, la vita stessa diventa bozza di contenuto. Per chiudere — perché altrimenti vado avanti tre ore — Nel Noddings in The Ethics of Care, scritto nel 2002 per University of California Press a Berkeley, sosteneva che l’etica nasce nelle relazioni di cura private e si estende al pubblico. Ecco il nodo. Bellissimo. Ma se quelle relazioni private vengono colonizzate dalla logica pubblica della performance, da dove diavolo nascerà l’etica del futuro? Forse dovremo reinventarla, riscoprendo il valore del non-detto, del non-postato, del custodito. Mia nonna diceva sempre che certe cose “si tengono in casa”, e io da ragazzino lo trovavo soffocante. Ora che ci penso, aveva capito qualcosa che noi stiamo dimenticando. Ecco, mi sa che dobbiamo ripartire da lì. Non dalla casa come prigione, ma come santuario. Tutt’altro. Un luogo dove le cose accadono senza testimoni digitali, dove i gesti mantengono il loro peso specifico senza trasformarsi in contenuto. Perché alla fine, se tutto diventa pubblico, niente è più davvero pubblico. È il paradosso della trasparenza totale: quando ogni intimità è esposta, l’intimità – forse – stessa perde significato, e con essa anche la possibilità di costruire un’etica autentica. Forse la vera rivoluzione, oggi, non è condividere di più, ma proteggere di più. Rivendicare il diritto al silenzio, al non-raccontato, al vissuto che resta vissuto. Non per nascondere chissà






