Morti per fede: il martirio che l’Occidente ha dimenticato
La storia dei martiri cristiani è piena di nomi che l’Occidente ha scelto di dimenticare. Piazza del Mercato, Napoli, 20 agosto 1799. Il boia tira il nodo. Eleonora de Fonseca Pimentel, prima di salire al patibolo, mormora – o almeno così sembra – un verso di Virgilio: Forsan et haec olim meminisse iuvabit. Forse un giorno gioverà ricordare anche queste cose. Profetico, direi. Solo che il ricordo, come spesso accade in Italia, è arrivato monco. Tagliato. Selezionato con il bisturi ideologico di chi, due secoli dopo, ha deciso cosa di (ma questo è un altro discorso) quel sangue meritava la targa marmorea e cosa invece andava lasciato alle ortiche della storia. Accanto a Eleonora pendeva il vescovo Michele Natale. Forse. E poco prima era stato impiccato il prete Nicola Pacifico…. Vescovi. Sacerdoti. Uomini che salivano al cappio con il breviario in – a dire il vero – tasca e Cristo nel cuore — non solo Voltaire. Eppure, quando il Risorgimento si è messo a costruire il proprio pantheon, quei nomi sono stati lavorati come il marmo di Carrara: scolpiti, sì, ma scrostati di tutto ciò che non tornava.
Della fede di Natale, della tonaca di Pacifico, della preghiera che forse Eleonora — figlia di un’educazione cattolica romana — recitò tra sé prima di Virgilio, la vulgata risorgimentale non ha voluto sapere nulla. Veniamo al dunque. Punto…. Il filo che tiro qui, allora, è questo: l’Occidente laico ha imparato a celebrare i propri martiri solo dopo averli laicizzati. Eppure la martiri cristiani storia ci consegna qualcosa di più complesso: uomini e donne che morirono per la fede prima ancora che per un’idea politica. Li ha resi presentabili svuotandoli del nucleo religioso che, in molti casi, era esattamente la ragione del loro coraggio. È un’operazione di chirurgia della memoria che si capisce meglio se la – in fin dei conti – si guarda da lontano, partendo da un altro patibolo, in un altro continente. Nagasaki, colle Nishizaka, 5 febbraio 1597. Due secoli prima di piazza del Mercato. Ventisei cattolici vengono crocifissi per ordine di Toyotomi Hideyoshi: quattro spagnoli, un messicano, un portoghese dell’India come missionari francescani, tre gesuiti giapponesi e diciassette terziari francescani giapponesi, tra cui tre bambini chierichetti. Prima dell’esecuzione, viene tagliato loro un pezzo dell’orecchio – a voler essere onesti – sinistro e vengono trascinati in parata come criminali. La storia ha registrato i loro nomi, le età, i mestieri.
Chi lo sa. Il più giovane, Antonio, aveva tredici anni. Il gesuita giapponese Paolo Miki, dalla – e non è poco – croce, rivolse un’ultima predicazione alla folla. Mentre moriva. Non è un’iperbole agiografica: è un fatto verbalizzato. La scena che Endō Shūsaku romanzerà tre secoli e mezzo dopo in Silenzio — quei contadini cristiani giapponesi che muoiono mentre Dio tace — non è invenzione letteraria. È memoria. E lì, su quella collina affacciata sul mare, – a voler essere onesti – l’esecuzione ricalcava deliberatamente la forma del supplizio di Cristo. Imitazione fino all’ultima fibra. Quello che colpisce, e che la letteratura agiografica spesso annacqua, è proprio la concretezza umana di quella morte. Incredibile. Manicardi, monaco di Bose, lo dice con una precisione che vale la pena riprendere: il martirio cristiano non è autolesionismo né fanatismo, ma una testimonianza libera e consapevole, un atto di fedeltà estrema in cui l’amore si dimostra più forte della violenza e della morte. Il martire — mártyr in greco vuol dire testimone, niente di più, niente di meno — non cerca il patibolo, cerca Gesù Cristo. L’aspirazione al martirio non ha nulla di doloristico: esprime il desiderio del credente di essere con Cristo passando per la morte. Vale la pena dirlo, perché qui si gioca tutto: il martire autentico non è un kamikaze in cerca di gloria, è qualcuno che ha paura e che a volte cede — la storia reale delle persecuzioni include anche i lapsi, cristiani che cedendo alle pressioni rinnegarono la fede — ma che quando resiste lo fa per un legame, non per un’idea astratta. Ora, perché parto da Nagasaki per parlare di Napoli? Perché il modello del martirio cristiano fornisce la grammatica con cui anche i giacobini napoletani — molti di loro, non tutti — pensarono la propria morte. E perché questa grammatica oggi non sappiamo più leggerla. Qui mi serve Jung, e lo dico senza imbarazzo. Punto. Nelle Opere, vol. 9/1: Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino (scritti 1934-1955) — cui si affianca il vol. 9/2 (Aion) —, Jung non parla mai direttamente di martiri cristiani….
Ma offre una cornice che taglia come un bisturi. Gli archetipi sono immagini universali presenti fin da tempi remoti, strutture psichiche ereditate e condivise – a dire il vero – dall’intera umanità, che emergono spontaneamente in sogni, miti, visioni religiose e psicosi di ogni civiltà. Tra questi, l’archetipo del salvatore sofferente, del dio morente, dell’eroe che muore per una causa trascendente. trascendente davvero. Strano, no? Il martire — colui che muore testimoniando una verità trascendente — incarna uno di questi pattern universali. È individuazione portata all’estremo: – diciamo la verità – dissoluzione dell’Io nell’archetipo del Sé. E qui Jung mette il dito nella piaga. Nel pensiero junghiano — espresso ad esempio ne Il problema dell’anima moderna o nei Tipi psicologici — la mitologia di una tribù è la sua religione viva, e la sua perdita può rappresentare una catastrofe morale. Quando una cultura rimuove i propri archetipi religiosi, perde la capacità di riconoscere il significato del sacrificio per la fede. Crucialmente: ignorare le immagini archetipiche non le elimina, – o almeno così sembra – ma le rende più potenti nell’ombra psichica collettiva. Tradotto: l’Occidente secolarizzato non ha smesso di produrre martiri…. Ha smesso di saperli vedere. Tutt’altro. Li chiama in altri modi, li ricodifica, li infila in caselle dove non stanno. E intanto l’archetipo lavora sotto, come l’acqua sotto le fondamenta…. Torno a Napoli, perché qui il rimosso italiano è uno scandalo storiografico che il mio amico Lorenzo, quando ne parliamo durante – forse – le cene di famiglia, definisce con un’efficacia che a me da storico fa venire un po’ invidia: «hanno fatto un collage». Esatto, un collage. Benedetto Croce, nella Rivoluzione napoletana del 1799, terza edizione Laterza, Bari, 1912 — testo da cui non si può prescindere se si vuole capire qualcosa — racconta il 1799 con un dettaglio che la vulgata scolastica ignora. Re Ferdinando si proclamava «punitore in nome della giustizia divina» contro i «ribelli a Dio e a me», e formò tribunali di «scelti ministri sicuri» che violarono capitolazioni firmate e garantite da tre potenze europee. Reazione feroce, certo. Croce stesso la definì «una delle più fiere condanne morali che abbia pronunciato la storia» (Benedetto Croce).
Ma andiamo avanti. Ma il punto, secondo me, è questo: tra i giustiziati di piazza del Mercato non c’erano solo i pirronisti alla Vincenzio Russo, che si dichiarò «deciso pirronista» e, rifiutando ogni conversione, si fece portare del vino convincendo il prete a bere alla salute dei patrioti, poi si addormentò tranquillamente in cella.
C’erano anche, e in gran numero, sacerdoti, vescovi, frati. Furono impiccati Nicola Pacifico, Ignazio Falconieri, il prete Michelangelo Cicconi. Vescovi come Michele Natale di Vico Equense salirono al patibolo; Giovanni Andrea Serrao di Potenza fu invece assassinato da sanfedisti il 24 febbraio 1799, prima ancora della caduta ufficiale della Repubblica. Uomini che avevano dentro, mescolati e inseparabili, l’illuminismo francese e il Vangelo. Che leggevano Rousseau e celebravano messa.
E qui la memoria risorgimentale ha fatto la sua scelta. E dopo il 1860, quando bisognava tirar su il pantheon laico dell’Italia unita, quei preti scomodi li hanno infilati dentro una storia che li voleva patrioti, precursori, martiri della libertà — solo quello, nient’altro. Mai della fede. Ma la libertà che Pacifico e Natale avevano in testa sapeva ancora di Vangelo, di Sermone della Montagna — di quella roba evangelica radicale che spingeva certi preti del Sud a vedere nella Repubblica Partenopea, a torto o a ragione, un compimento del Cristianesimo. Punto. Non una negazione. Ho già messo giù tutto per bene nel pezzo Il 1799 nel Regno di Napoli è uno di quegli anni che sembrano usciti da un romanzo, e non ci torno. Fatto sta che la rimozione è doppia — ed è qui che il paradosso fa male davvero.
La storiografia risorgimentale ha spogliato i giacobini cristiani della loro fede; quella cattolica reazionaria, dall’altra parte, ha celebrato solo i sanfedisti di Ruffo, facendo finta di non sapere che un cardinale guidò la controrivoluzione in nome di Dio, mentre altri preti finivano al cappio in nome dello stesso Dio — solo reinterpretato. Due fedi contro. Due martirologi paralleli. Nessuno dei due completo. E poi c’è il dato più inquietante, quello che Claudia Petraccone documenta in La rivoluzione napoletana del 1799 su Studi Storici (anno 26, n. Incredibile. 4, 1985, Fondazione Istituto Gramsci, Roma): Ferdinando IV ordinò con editto del 24 gennaio 1800 la distruzione di tutte le carte della Repubblica, tentando di cancellare ogni traccia della «passata anarchia». Questa deliberata cancellazione della memoria storica ha reso difficilissima la ricerca: le fonti sono gravemente lacunose e disperse. I documenti processuali del 1799 furono bruciati per ordine di Ferdinando nel 1803: la cancellazione sistematica della memoria fu parte integrante della repressione.
Capisci? Prima li impiccano, poi bruciano le carte. È la doppia morte di cui parlano gli antropologi: prima il corpo, poi il nome. Damnatio memoriae borbonica. Sopra cui, mezzo secolo dopo, si è steso il velo selettivo della retorica unitaria. ‘Cca sutta non chjova, diciamo dalle mie (chissà) parti: il torto subìto non si dimentica. Qui casca l’asino. Solo che qui qualcuno ha provato a farlo dimenticare due volte, e in parte ci è riuscito. Provo a connettere i fili. Cosa hanno in comune Paolo Miki sul colle Nishizaka e Michele Natale a piazza del Mercato? Non l’agiografia, non l’ideologia. La struttura. L’atto di morire scommettendo che ciò in cui credi vale più della tua sopravvivenza biologica. Jung direbbe: l’archetipo. Manicardi direbbe: la testimonianza. Croce, da laico onesto, ammise che il sacrificio dei giacobini napoletani aveva una grandezza morale comparabile solo a quella dei primi cristiani. E aveva ragione, perché — strano no? E invece no. — la grammatica era la stessa. Il punto è che questa grammatica oggi non la legge più nessuno. E qui viene fuori il paradosso che mi fa più incazzare. Padre Piero Gheddo — missionario del PIME, uno che di queste cose se ne intendeva — in una catechesi del 2011 mette nero su bianco che il Novecento è stato il secolo con più martiri cristiani di tutta la storia umana. Nella martiri cristiani storia, il XX secolo occupa dunque un posto scomodo e ingombrante che i libri scolastici faticano ad affrontare. Il XXI non ha migliorato nulla. Zero. Open Doors pubblica ogni anno la World Watch List, e i numeri sono lì, disponibili a chiunque voglia guardarli: i cristiani sono il gruppo religioso più perseguitato al mondo, e secondo la WWL 2025 circa 388 milioni di cristiani subiscono persecuzione o discriminazione. Ogni anno ne ammazzano tra cinquemila e tredicimila — dipende da come si conta, ma anche prendendo la stima bassa fa un freddo cane. Eppure. Viene da chiedersi cosa succederebbe se quegli stessi numeri riguardassero un’altra minoranza, religiosa o etnica che fosse. Indignazione, vertici diplomatici, editoriali sui giornali. Di sicuro non il silenzio. Ma il lessico dei media occidentali non li chiama martiri. Quasi mai. E il silenzio — dei giornali, delle istituzioni, dei governi — è di per sé un fatto che pesa, culturalmente e in termini politici. Altre forme di persecuzione religiosa riempiono le prime pagine; le violenze sui cristiani finiscono in tre righe, inquadrate come conflitti etnici, tensioni locali, roba lontana. O spariscono del tutto. In Nigeria i cristiani del Middle Belt li massacrano le milizie Fulani e Boko Haram. E allora? In Corea del Nord professare la fede cristiana (con le dovute cautele) vuol dire il campo di lavoro, o la morte. In Pakistan le leggi sulla blasfemia sono uno strumento — preciso, collaudato — per colpire le minoranze cristiane. La verità è che i giornali italiani, quando ne parlano — e il «quando» già dice tutto — scelgono titoli come «scontri intercomunitari», «tensioni etniche», «violenza settaria». Mai «martirio». La parola è imbarazzante, sa di sacrestia, di reliquario, di un sacro (o forse no?) che il giornalista laureato a Sciences Po non sa più maneggiare senza arrossire. Boh, mi chiedo: è solo censura ideologica? No, c’è qualcosa di più profondo. È l’incapacità junghiana di riconoscere un archetipo che la cultura dominante ha rimosso. E come avverte Jung, la rimozione non elimina: amplifica nell’ombra. Ne risulta una memoria selettiva che ha bisogno di martiri solo finché può ripulirli del religioso. E così sia. Eleonora Pimentel sì, perché può diventare icona femminista e illuminista. Michele Natale no, perché sa di tonaca. I copti egiziani decapitati su una spiaggia libica nel 2015 sì, ma solo come «vittime del terrorismo». Mai come ciò che furono e dissero di essere mentre morivano: testimoni. Mártyres
. Charles Taylor, in L’età secolare, pubblicato da Feltrinelli a Milano nel 2009, l’ha spiegato meglio di chiunque altro: la modernità occidentale non ha solo perso la fede, ha perso le condizioni di possibilità per pensare la fede come qualcosa per cui valga la pena morire. Zygmunt Bauman, nel suo Modernità liquida, uscito per Laterza a Roma-Bari nel 2002 (prima edizione italiana; l’originale inglese Liquid Modernity è del 2000), lo declinava in chiave sociologica: in una società dove tutto è negoziabile, l’idea che qualcosa sia non-negoziabile fino al sangue diventa letteralmente impensabile. E Benedict Anderson, in Comunità immaginate (manifestolibri, Roma, 1996), ricordava che le nazioni moderne hanno costruito i propri pantheon laici proprio plagiando la grammatica del martirio cristiano — solo senza Cristo. Ma andiamo avanti. Il Milite Ignoto è una pietà laica, vale la pena dirlo. Solo che senza la promessa della resurrezione resta solo la pietra. Una postilla, prima di chiudere. Mia sorella, con cui faccio le passeggiate il pomeriggio, mi diceva l’altro giorno una cosa che mi è rimasta. Le raccontavo dei 26 di Nagasaki e di Natale impiccato a Napoli, e lei — che di Jung non sa nulla ma di vita parecchio — mi ha detto: «Giuseppe, ma allora la differenza non è tra credenti e non credenti. È tra chi ha qualcosa per cui muore e chi no». Ecco…. La porta laterale da cui sono entrato in tutto questo era proprio quella. Il martire non è il fanatico: il martire (chissà) è la cartina di tornasole di una società. Se non riusciamo più a riconoscerlo, è di noi che dobbiamo preoccuparci, non di lui. Incredibile. Ho parlato a lungo dei morti…. Resta la domanda viva, e con questa chiudo, anche se non si chiude. Il martirio è la risposta al silenzio di Dio o la sua conferma più radicale? Ne avevo scritto nel pezzo Il Silenzio di Dio: Quando la Fede Diventa Assenza, e tornarci è inevitabile. Lidia Maggi, pastora battista, in Dio vede e provvede? Ripensare la Provvidenza con la Bibbia, pubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova nel novembre 2025, propone una lettura che secondo me è una delle più oneste degli ultimi anni: il Dio biblico non è un deus ex machina che interviene risolutivamente, ma una presenza che «argina» il male senza eliminarlo. Sul Golgota Gesù grida l’abbandono di Dio — il contrario esatto della provvidenza. Tutt’altro. Eppure la risurrezione non cancella quella morte: il Risorto mostra ancora i segni dei chiodi. La ferita resta. Diventa feritoia. «Per il tema dei morti per fede, questa è la chiave: chi muore per la fede non sperimenta una provvidenza che interviene e salva, ma una provvidenza che attraversa l’abbandono e la morte». Chi sale al patibolo per fede scommette che il silenzio non è assenza. È una scommessa esistenziale, non una certezza. Paolo Miki sul palo, Michele Natale a piazza del Mercato, i copti sulla spiaggia libica, una donna pakistana accusata di blasfemia: tutti hanno fatto la stessa scommessa, con grammatiche teologiche diverse. E così sia. Hanno detto, con la vita, che il silenzio aveva un destinatario. L’Occidente che oggi celebra i giacobini napoletani come eroi risorgimentali e tace sui cristiani uccisi in Nigeria sta facendo, in fondo, la stessa operazione: tagliare dal martirio la parte che imbarazza, salvarne il guscio politico, gettarne il nucleo religioso. È un’operazione che a breve termine produce (ma questo è un altro discorso) manuali scolastici puliti e narrazioni nazionali coerenti. A lungo termine, secondo me, produce qualcosa di peggio: una società che non sa più riconoscere ciò per cui i suoi morti sono morti…. E quando non sai più riconoscerlo nei morti, smetti di sentirlo anche nei vivi. Aria netta non avi paura i trona, diceva mia nonna materna Teresa, di Isola di Capo Rizzuto. Chi ha l’aria pulita non teme i tuoni…. Il martire — quello vero, di qualunque epoca — è uno che ha guardato in faccia i tuoni con l’aria pulita. E allora? Il problema non è capire se aveva ragione. Il problema è che noi non riusciamo più nemmeno a porci la domanda. E forse il silenzio peggiore non è quello di Dio. È il nostro.






