Il Castello di Crotone e le sue vite — da Kroton a Lepanto

Il castello di Crotone — la sua storia lunga mille anni — comincia per me da una pietra che da bambino toccavo senza sapere niente. Ci passavo le dita sopra come fanno tutti i ragazzini davanti a un muro vecchio, convinto che fosse solo un muro vecchio. Mah, che ingenuità. Quella pietra aveva visto arrivare galere con le lanterne spente e partire uomini incatenati, aveva sentito pregare in latino e bestemmiare in arabo, e forse, chissà, aveva conosciuto anche il profilo di un ragazzo di Le Castella. Un giorno quel ragazzo sarebbe tornato in quello stesso mare. Dall’altra parte, però, con una flotta sotto il suo comando.

Comincio da qui, da una pietra, perché il punto — secondo me, o forse no — è questo: una fortezza non è mai solo una fortezza. La storia del castello di Crotone lo dimostra meglio di qualsiasi manuale. Il promontorio su cui sorge guardava lo Ionio già quando Crotone si chiamava Kroton ed era una delle colonie più potenti della Magna Grecia. Pitagora insegnava qui. Pitagora, capito? Punto. E già questo dovrebbe bastare a far capire che roba girava da queste parti.

Poi arrivarono i Normanni: Roberto il Guiscardo, uno che di guerre se ne intendeva parecchio, strappò la Calabria ai Bizantini nell’XI secolo col trucco che usano, forse, tutti i vincitori con un po’ di sale in zucca. Tieni le tue armi e lasci in piedi l’amministrazione di chi hai appena battuto. Tanto funzionava già. Un pasticcio ibrido, insomma. Funzionava. Ma la svolta vera — quella che cambia davvero il paesaggio — porta la firma di Federico II, lo svevo: riempì il Mezzogiorno di castelli uno dietro l’altro, da Castel del Monte fino a Castel Maniace, e Crotone finì dentro quella rete di controllo delle rotte, di caccia ai pirati, di occhio sul mare.

Fatto sta che c’è un dettaglio che non mi è più uscito dalla testa da quando ho letto David Abulafia nel suo Federico II. Un imperatore medievale (1990, Einaudi, Torino): nell’aprile del 1240, a Foggia, i feudatari di Bari e Trani si lamentarono che le difese cadevano a pezzi, e Federico, pur impegnato nelle guerre lombarde, autorizzò le riparazioni dall’alto, con la precisione di un buon funzionario. L’ho sentito vicino, uno così. Sai com’è, chi lavora negli uffici capisce certe cose. Le Costituzioni di Melfi del 1231 avevano messo ordine in tutto questo, con la Calabria tassata un po’ meno della Puglia perché meno fertile, ma ricca di saline gestite direttamente dalla Corona. Ecco il nodo.

Morto Federico nel 1250, gli Angioini subentrarono senza quasi cambiare nulla: tennero le stesse leggi e gli stessi funzionari — ma questo è un altro discorso — poi i Vespri del 1282 rimescolarono tutto. Quest’eredità arrivò fino agli Aragonesi e, di lì, agli Spagnoli. Ed è con gli Spagnoli che la storia si fa drammatica. Perché nel frattempo, dall’altra parte del mare, era successo l’inferno. Presa Costantinopoli nel 1453, l’Impero Ottomano cominciò a guardare tutto il Mediterraneo come cosa propria: Solimano il Magnifico prese Belgradonel 1521 e poi Rodi nel 1522, cancellando l’ultimo avamposto cristiano nel Levante. Quella caduta, come racconta bene Roger Crowley in Empires of the Sea (Random House, New York, 2008), fece correre tutti ai ripari lungo le coste del Sud Italia. E i ripari servivano eccome.

Partiti da Lesbo, i fratelli Barbarossa, Oruch e Hizir, diciamo la verità, avevano trasformato la pirateria in guerra santa dal Maghreb. Qui casca l’asino. Nel 1534 Barbarossa, ormai grande ammiraglio ottomano, salpò con 80 galee e colpì Reggio Calabria, prese il castello di San Lucido e distrusse il porto di Cetraro. Tornò poi tre anni dopo con 170 galere sulle coste pugliesi, forse, mentre il panico arrivava fino a Roma. Vuoi i numeri? Sono brutali.

Nel 1554 furono rapite circa 6.000-7.000 persone da Vieste, in Puglia; dal Golfo di Napoli settemila dieci anni prima. A quel punto Crotone non poteva più essere la casa «piana» che era. La storia del castello di Crotone entra qui nella sua fase più drammatica. Nel 1554 il marchese di Trevico la descrisse proprio così: una casa piatta senza vere difese. Eppure restava l’unica marina fortificata di tutta la Calabria, città del grano e trampolino per lo Stretto di Messina. Aveva venticinque soldati. Venticinque. A conti fatti.

Giulio Fenicia, nel suo studio Il Regno di Napoli e la difesa del Mediterraneo nell’età di Filippo II (1556-1598). Organizzazione e finanziamento, segue il potenziamento anno per anno. Settecento uomini nel 1558 con Salvador Spinello, seicento italiani nel 1565. E intorno, nel 1567, si censirono 312 torri di avvistamento: circa novantasei solo in Calabria, e non è poco, mentre la quota più alta del Regno spettava al Principato Citra, con novantatré torri.

i. Tutto pagato dalle tasse, naturalmente: da un ducato e mezzo a fuoco nel 1542 salirono, senza pietà, a tre e mezzo nel 1566. La difesa, come sempre, la paga chi deve essere difeso. Fatto sta. Arriviamo a Lepanto, 7 ottobre 1571. La Lega Santa, firmata a Roma il 25 maggio 1571, radunò a Messina circa 212 galee e 6 galeazze veneziane (grandi navi da guerra a remi e vele, più pesanti e armate delle galee ordinarie), con soldati reclutati anche in Calabria, e salendo verso oriente passò proprio davanti a queste coste. A Lepanto si fronteggiarono circa centosettantamila uomini e circa quattrocentottanta navi, oltre il settanta per cento delle galee di tutto il Mediterraneo. Don Juan d’Austria, ventiquattro anni e figlio illegittimo di Carlo V, mise le galeazze veneziane davanti; quando Ali Pasha fu abbattuto da un colpo d’archibugio e la sua testa finì su una picca, il centro ottomano crollò. Circa 20.000-30.000 ottomani morti o feriti, 15.000 schiavi cristiani liberati. E qui entra la figura che mi fa girare la testa ogni volta. Uluch Ali, Occhialì, poi Kilich Ali. Nato a Le Castella, a due passi da casa mia, catturato in un’incursione nel 1536 e fatto schiavo. Si convertì all’islam e scalò tutto, fino a diventare ammiraglio supremo della flotta turca. Già. A Lepanto comandava un’ala dello schieramento ottomano: aggirò la squadra di Doria, fece a pezzi le galee maltesi. Quando capì che era finita si ritirò raccogliendo circa ottantasette galee lungo la strada, rientrando a Istanbul da eroe. Salvatore Bono, in Schiavi. Una storia mediterranea (2016, il Mulino, Bologna), ricorda che nel suo indice Crotone e Lepanto stanno nella stessa pagina, la 248. Strano, no? Un contadino ionico diventa l’incubo della cristianità, mentre migliaia di suoi conterranei finiscono incatenati sulle galere ottomane. Non era un caso isolato: c’era un altro calabrese, – diciamo la verità – Uluc Ali (Occhialì), governatore di Algeri, e Hasan il Veneziano. I rinnegati conoscevano le coste da dentro, ovvero cristiani convertiti all’islam che passavano al servizio ottomano,, ed erano loro a guidare le razzie contro i villaggi dove erano nati. Pensa un po’ che rovescio del destino. Ecco perché quelle mura mi parlano a doppia voce. Chi lo sa. Proteggevano i crotonesi dai corsari, e intanto, dopo Lepanto, le galere cristiane si riempivano di schiavi musulmani: la marina toscana passò dal 23 al 47 per cento di rematori servi in sei anni. Bono calcola circa 850.000 europei transitati nel Maghreb tra il 1500 e il 1800, e da sei a sette milioni di persone coinvolte in tutto, su entrambe le sponde. Due imperi che si combattevano con la stessa merce: corpi umani. La pietra che toccavo da bambino era baluardo e, insieme, ingranaggio di quella macchina. Dopo Lepanto, la gloria durò poco. Nel 1574 lo stesso Kilich Ali si riprese Tunisi, Venezia aveva già firmato la pace separata con gli Ottomani il 7 marzo 1573, cedendo Cipro e pagando un’indennità di 300.000 ducati. Ma Crotone restò di peso. Le razzie, però, non finirono. Difficile a dirsi. Ancora nel Settecento Cirò, qui vicino, subiva sbarchi di corsari francesi, turchi, dulcignotti. Il fenomeno si spense solo quando i francesi occuparono Algeri nel 1830. E poi, nel 1734, arrivò Carlo di Borbone. Punto. Il Regno di Napoli cambiò pelle — Teatro San Carlo, Reggia di Capodimonte, tutto l’apparato di corte — e le vecchie fortezze, a conti fatti, non servivano più a niente come bastioni. Che farsene, allora? Prigioni. Ci finirono dentro, una dopo l’altra. Crotone non fece eccezione: da muro contro i turchi a gabbia per i sudditi, e così rimase fino al 1861, quando i Borbone sparirono dalla scena. Tutt’altro. Poi il silenzio. L’erba tra i sassi, i piccioni, il niente. E infine — dopo anni — qualcuno si è deciso a rimetterci le mani. Oggi ci fanno mostre, passeggiate, il castello è della città, roba così. La verità è che io — partito da Crotone, finito in Toscana, poi atterrato a Lecce quasi per caso — quel posto me lo porto dietro come un sasso in tasca. E quando torno — ogni volta, senza eccezioni — e lo vedo dal mare, quel grigio duro sul promontorio, la verità è che non ho bisogno di pensarci. So già. Sono a casa. Niente da fare. I vecchi da queste parti avevano un detto, cu nesci, arrinesci: chi parte ce la fa. Bello, no? Peccato che non dicessero mai la seconda parte. Però poi torna a guardare la sua pietra. A furia di studiare i libri, mi è venuto un dubbio che consiglio anche a te quando rifletti su – ed è un bel problema – quanto la storia ufficiale semplifichi tutto, un po’ come in quel pezzo che ho scritto, “L’opera che nessuno comprò” (https://giuseppeantoniosauro.com/mercato-arte-italiano-capolavoro-ignorato/). Il dubbio è questo. Se un ragazzo di Le Castella potesse diventare il più temuto ammiraglio del nemico, allora la frontiera non era una linea sul mare. Era dentro le persone. E quella pietra la toccavano, da entrambe le parti, mani che avrebbero potuto essere le stesse.

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