Il medium che si genera da solo: oltre McLuhan nell’era dell’AI
Il medium che si genera da solo: oltre McLuhan nell'era dell'AI
Un paradosso che brucia, come solo la storia sa offrirne: un frate domenicano, calabrese come me — nato a Stilo nel 1568, a due passi da quel mar Jonio che bagna anche Isola di Capo Rizzuto dove ho le radici materne — trascorre ventisette anni nelle prigioni più dure d'Europa e da lì, dal fondo di una cella, scrive due testi che dovrebbero stridere come unghie su una lavagna. Da una parte *La Città del Sole*, dove abolisce la proprietà privata, la famiglia tradizionale e ogni forma di sovranità ereditaria. Dall'altra una *Monarchia di Francia* che, pur essendo un'opera reale, non conteneva il progetto di un impero universale cattolico, tema sviluppato invece nella *Monarchia di Spagna* e nella *Monarchia Messiae*, mentre a Parigi Campanella si rivolse a Luigi XIII e Richelieu con gli *Aforismi politici per le presenti necessità di Francia*. E lui, Tommaso Campanella, non vede contraddizione. Anzi: ci tiene il punto, lo argomenta, lo difende.
Il punto, secondo me, è questo: non si capisce Campanella se lo si legge come un filosofo "moderno" che separa il pensiero dalla biografia. Lui è il pensiero che diventa carne torturata, e viceversa. La sua utopia e il suo realismo politico sono due facce della stessa moneta, e quella moneta si chiama provvidenza. Aria netta non avi paura i trona, dicevano i vecchi dalle mie parti: chi ha la coscienza limpida non teme i tuoni. Campanella ne aveva tanti, di tuoni, sopra la testa. Eppure scriveva.
Facciamo un passo indietro, perché la cornice serve. Siamo nel 1599. Campanella ha trent'anni, ha già pubblicato nel 1591 la *Philosophia sensibus demonstrata* contro Aristotele, ha già conosciuto le carceri del Sant'Uffizio a Roma, è tornato in Calabria. E lì organizza — o partecipa, le carte processuali sono ambigue — una congiura contro il dominio spagnolo. L'idea era una repubblica teocratica nella sua Calabria, con Stilo capitale di un mondo nuovo. Il piano fallisce miseramente. Tradimenti, arresti, processi. Per sfuggire al rogo finge la pazzia: si dà fuoco al pagliericcio nella cella, urla, deliria, resiste a trentasei o quaranta ore di tortura della *veglia* — un supplizio che ti tiene appeso a corde mentre punte di legno ti lacerano. Quaranta ore. Lo ripeto perché la cifra dice tutto: quaranta ore senza confessare, perché confessare significava la sentenza definitiva e il rogo. Lui resiste, e i giudici accettano la simulazione della pazzia, riconoscendolo legalmente pazzo (insano di mente), il che lo sottrae alla pena capitale. Pazzo, dunque non bruciabile. Il rogo si trasforma in carcere a vita. Ventisette anni, dicevo, tra Castel Nuovo (all'arrivo), poi Castel Sant'Elmo (carcere duro, primi anni), poi Castel dell'Ovo e Castel Nuovo (reclusioni più mitigate). Ed è lì dentro — è lì, sottolinealo — che nasce tutto il suo pensiero politico maturo.
*La Città del Sole* la scrive nel 1602, in italiano, poi la traduce in latino nel 1613-1614. La pubblicazione vera arriverà solo nel 1623 a Francoforte. Il dialogo è semplice: un Genovese, ammiraglio reduce da Colombo, racconta a un Ospitalario di un'isola di Taprobana dove vive una società perfetta governata dal Metafisico, detto Sole, affiancato da tre principi — Pon, Sin, Mor — cioè Potestà, Sapienza, Amore. Tutto in comune: beni, donne, figli. Eugenetica controllata, lavoro di quattro ore al giorno, scienza naturale come religione civile, astrologia come grammatica del cosmo. E qui — fatto sta — il rovesciamento brucia: la monarchia ereditaria viene letteralmente cancellata. Il potere appartiene a chi sa di più, a chi è più virtuoso. Niente sangue, niente dinastia, niente "diritto divino dei re" alla maniera di Bossuet che verrà mezzo secolo dopo. Il Sole governa perché conosce metafisica, matematica, astronomia.
Ora, tieni questa immagine in mente. Tienila ferma. Perché lo stesso uomo, qualche anno dopo, sempre dalle stesse celle umide di Napoli, scrive la *Monarchia di Spagna* (1598-1600 circa) e, successivamente, la *Monarchia di Francia*, opera distinta composta a Parigi attorno al 1635. E in queste opere — capolavori di realpolitik, va detto — disegna l'architettura di un impero universale cattolico che dovrebbe unificare il mondo sotto un solo scettro. Prima sotto Filippo II, poi, dopo la delusione spagnola e la sua liberazione definitiva del 1629 grazie a papa Urbano VIII (Maffeo Barberini), sotto Luigi XIII e il cardinale Richelieu. Campanella fugge a Parigi nell'ottobre 1634, riceve una pensione da Luigi XIII (non dal futuro Re Sole), e nel 1638 compone un'ecloga per celebrare la nascita del Delfino, il futuro Luigi XIV, al quale dedica un'egloga profetica. Muore lì nel 1639, a Parigi, dopo aver predetto astrologicamente la grandezza di quel bambino.
Allora ti chiedo: come si tiene insieme tutto questo? Come può lo stesso cervello partorire una repubblica solare comunista e una monarchia universale assolutista?
La risposta, a mio avviso, va cercata in tre direzioni che si intrecciano. La prima è teologica. Per Campanella la storia è retta dalla Provvidenza, e la Provvidenza usa gli strumenti che trova. Nel mondo ideale, quello dell'isola di Taprobana, il governo è dei sapienti perché tutti sono illuminati dalla ragione naturale. Nel mondo reale, lacerato da guerre di religione, eresie, imperi che si sfidano, serve uno strumento temporaneo: un monarca cattolico che unifichi la cristianità e prepari il terreno alla "renovatio saeculi", al rinnovamento dei tempi che lui aspetta come imminente. La monarchia universale non è il fine, è il *mezzo*. È il katéchon paolino, la diga che frena il caos in attesa del compimento. Profetico, direi.
La seconda direzione è astrologica, e qui Campanella è disarmante. Lui *crede* davvero che le congiunzioni planetarie del 1603 e poi del 1630 annuncino mutamenti epocali. Campanella compose il *De siderali fato vitando* (1629) come trattato di magia naturale contro influssi astrali nefasti, e pratica riti astrologici con Urbano VIII in particolare in occasione dell'eclisse solare del maggio 1630 (quel papa, mistico e superstizioso, lo proteggeva proprio per questo). La monarchia francese gli appare come lo strumento astrologicamente predestinato dopo il fallimento spagnolo. Luigi XIII, e poi quel neonato Luigi XIV nato nel 1638, sono per lui figure cosmiche prima ancora che politiche.
La terza direzione, e forse la più interessante per noi oggi, è epistemologica. Campanella distingue rigorosamente tra ciò che la ragione può progettare *in linea di principio* — la Città del Sole come archetipo platonico, modello ideale — e ciò che la storia concreta richiede *qui e ora*. Non è ipocrisia. È la consapevolezza che l'utopia serve come bussola, non come mappa stradale. Il vicino mi diceva sempre: una cosa è il sogno della domenica, un'altra il lunedì mattina al lavoro. Campanella aveva entrambi i piani, e li teneva separati senza schizofrenia, perché nella sua visione il piano ideale guida quello reale dall'alto, come una stella polare.
C'è poi una quarta dimensione che spesso viene sottaciuta, e qui mi tocca personalmente come calabrese. Campanella è un meridionalista *ante litteram*. La Calabria del suo tempo era spremuta dal dominio spagnolo, dalle gabelle, dai banditi, dalla miseria. La congiura del 1599 nasce anche da lì: dal rifiuto di un Sud che si sentiva colonia. Quando poi, deluso dalla Spagna, si rivolge alla Francia, non rinnega quella radice: la trasferisce su scala universale. Cu nesci, arrinesci, dicono dalle nostre parti. Lui era nato in un paese di pietra, è morto consigliere di re. Il suo viaggio è quello di tanti meridionali che hanno dovuto andarsene per pesare nel mondo. Però — attenzione — non ha mai abiurato la matrice originaria: la Città del Sole resta una città del Sud, mediterranea, solare, agricola, sensuale. Non c'è nulla di nordico, calvinista, mercantile in lei. È un'utopia con l'odore dei fichi e il sapore del vino nuovo.
Sul versante della filosofia politica, la novità campanelliana è notevole se la confronti con i contemporanei. Ne ho parlato a lungo con amici, che di queste cose masticano volentieri: mentre Bodin in Francia teorizzava la sovranità assoluta come potere indivisibile e Hobbes — non ancora pubblicato ma già in formazione — preparava il Leviatano come risposta al caos della guerra civile, Campanella propone un'idea diversa. Il sovrano universale non è legittimato dal contratto né dalla forza, ma dalla *missione provvidenziale*. È un'idea medievale travestita da modernità, o forse — meglio — è una modernità che rifiuta di tagliare il cordone con la trascendenza. Per chi voglia approfondire, la Treccani online, su treccani.it, ha una voce «Campanella, Tommaso» curata benissimo che mette in fila tutto questo.
Le fonti per leggerlo bene? Ti consiglio anzitutto Germana Ernst, che è stata la massima studiosa campanelliana del nostro tempo, con *Tommaso Campanella. Il libro e il corpo della natura*, scritto nel 2002 per Laterza a Roma-Bari: lì la convivenza tra utopia e realismo viene sbrogliata pagina dopo pagina. C'è poi il classico di Luigi Firpo, *I processi di Tommaso Campanella*, scritto nel 1998 per Salerno Editrice a Roma, che ricostruisce le carte processuali: leggere quelle pagine sulla *veglia* fa girare la testa. Per la *Città del Sole* l'edizione critica di riferimento resta quella di Norberto Bobbio, *La città del sole* di Tommaso Campanella, edizione di Norberto Bobbio rivista e aggiornata, a cura di Luca Addante, Einaudi, Torino, 2025 (prima edizione Bobbio: 1941) — sì, proprio Bobbio, che da liberale democratico riconosceva al frate calabrese un'energia teorica irriducibile. Per la *Monarchia di Spagna* e i testi politici francesi guarda l'edizione di Rodolfo De Mattei, *La politica di Campanella*, Roma, Anonima Romana Editoriale, 1927, ancora insostituibile per chi voglia capire la trama dei progetti imperiali. E se ti interessa il versante profetico-astrologico, c'è l'*Enciclopedia bruniana e campanelliana*, a cura di E. Canone e G. Ernst, vol. I, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2006. Online, sul portale dell'Istituto Treccani e su iliesi.cnr.it (l'Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo), trovi materiali primari digitalizzati che valgono oro; anche su filosofia.it ci sono saggi divulgativi onesti, e per il contesto della Calabria spagnola consiglio una capatina su storiamediterranea.it.
Vuoi una lettura più filosofica? Pierre Hadot, in *Che cos'è la filosofia antica?*, Einaudi, Torino, 1996 (prima edizione italiana; ristampa 2010), non parla di Campanella ma ti dà le categorie giuste per capire come l'utopia funzionasse, per gli antichi e i loro eredi, come esercizio spirituale prima che come programma politico. E se cerchi il ponte col Novecento, Ernst Bloch in *Il principio speranza* (*Das Prinzip Hoffnung*, scritto tra il 1938 e il 1947, riveduto nel 1953 e nel 1959), trad. it. di E. De Angelis e T. Cavallo, introduzione di R. Bodei, Garzanti, Milano, 1994, dedica pagine bellissime a Campanella come precursore dell'utopia sociale moderna. Bloch lo amava perché vedeva in lui — giustamente — uno dei pochi che avesse osato pensare insieme la rivoluzione e la salvezza.
Resta la domanda decisiva: chi era davvero Campanella? Un visionario? Un opportunista che cambiava patrono a seconda di chi pagava la pensione? Un genio scisso? Mah, secondo me nessuna di queste etichette regge. Lui era un uomo del Sud che aveva visto crollare il mondo medievale e non si rassegnava al nascere di un mondo moderno freddo, meccanico, contrattualista. Voleva tenere insieme cielo e terra, profezia e amministrazione, utopia e impero. Cercava una sintesi che la storia non gli ha concesso, e che forse — lo dico senza ironia — non concederà mai a nessuno. Il potere, quando si fa solo, diventa cinico; l'utopia, quando si fa sola, diventa fanatismo. Su questa solitudine del potere ho scritto altrove sul blog, se vuoi vedere come si declina oggi: «La Solitudine del Potere: Quando i Leader Perdono i Loro Alleati» (https://giuseppeantoniosauro.com/solitudine-potere-leader-perdono-alleati/), e anche «Il potere ha tre volti che i filosofi conoscono bene» (https://giuseppeantoniosauro.com/il-potere-ha-tre-volti-che-i-filosofi-conoscono-bene/), che dialoga proprio con autori come Campanella.
Strano destino, comunque: il frate che progettò l'abolizione della monarchia finì come astrologo di corte del Re Sole bambino. La storia, a volte, scrive paradossi che nessun romanziere oserebbe. E ti lascio con la domanda che mi porto dietro da quando ho ripreso a leggerlo, qualche mese fa, durante le passeggiate del pomeriggio con mia sorella Pasqualina: non sarà che ogni grande utopia, per sopravvivere, ha bisogno di un re che la protegga? E ogni re, per essere davvero grande, ha bisogno di un'utopia che lo giudichi? Campanella aveva capito entrambe le cose. Noi, mi sa, le abbiamo dimenticate tutte e due.






