Il medium che si genera da solo: oltre McLuhan nell’era dell’AI
L’intelligenza artificiale comunicazione sta rivoluzionando il nostro modo di intendere i media. Sono al bar sotto casa, a Lecce, e il ragazzo dietro al bancone — uno di quei venticinquenni con la barba curata e l’aria sveglia — mi mostra orgoglioso un articolo sul suo telefono. “Guarda, l’ho scritto io stamattina”…. Leggo. È un pezzo decente, ordinato, su un fatto di cronaca locale. “Bravo”, gli dico. E lui ride: “Eh, in realtà l’ha scritto ChatGPT. Io gli ho dato tre righe e lui ha fatto il resto”. Ecco. In quel sorriso compiaciuto c’è racchiuso, secondo me, il più grande terremoto teorico degli ultimi sessant’anni di studi sulla comunicazione. Questa rivoluzione dell’intelligenza artificiale comunicazione cambia tutto. comunicazione davvero. Marshall McLuhan, da qualche parte nel suo Empireo canadese, si starà rivoltando. Non c’è verso. Perché il suo aforisma più celebre — “il medium è il messaggio” — è stato, come dire, scavalcato dalla realtà. Il medium adesso non è più solo il messaggio: il medium produce il messaggio. Da solo…. Senza chiederci il permesso. Vale la pena ripartire da lì, dal vecchio McLuhan. Se vai a curiosare su Wikipedia alla voce a lui dedicata, o sul blog di eCampus dove l’anno scorso hanno pubblicato un bel pezzo sull’attualità delle sue teorie, ti rendi conto di una cosa: il sociologo canadese, in Gli strumenti del comunicare del 1964 e prima ancora ne La galassia Gutenberg del 1962, pubblicato in italiano da Armando Editore nel 1976, aveva intuito che il mezzo di comunicazione, di per sé, plasma il pensiero indipendentemente dal contenuto che veicola. La stampa, la radio, la televisione: ognuno di questi medium fabbrica un certo tipo di uomo. Profetico, direi. Però — e qui sta il punto — nella visione mcluhaniana il medium resta sempre, in ultima analisi, uno strumento. Un’estensione, appunto. A conti fatti. Una protesi. Sotto c’è ancora l’uomo che scrive, l’uomo che parla, l’uomo che decide cosa dire. Il medium plasma, certo, ma non genera. E qui arriva il ribaltone. Elena Esposito, sociologa che insegna tra Bologna e Bielefeld, nel suo Comunicazione artificiale…. Come gli algoritmi producono intelligenza sociale, pubblicato nel 2022 per Bocconi University Press a Milano, sposta l’asse del discorso in modo chirurgico. Lei dice — e mi pare di una lucidità accecante — che dobbiamo smettere di parlare di “intelligenza artificiale” e cominciare a parlare di “comunicazione artificiale”. Gli algoritmi non funzionano perché pensano come noi, funzionano perché comunicano – mi pare – con noi, sfruttando parassitariamente i dati che noi stessi gli forniamo. Difficile a dirsi. Capisci la portata? Il traduttore automatico non sa il giapponese: traduce perché ha visto miliardi di pagine tradotte e ne ha ricavato pattern statistici. Eppure ti risponde. Conversa. Produce senso. Per McLuhan il medium era una corda tesa fra due soggetti; per Esposito il medium è diventato uno dei due soggetti. Chi può dirlo? Mah, chiamiamolo pure salto antropologico, ché di meno non si può dire. Ora, se questa è la diagnosi, dobbiamo provare a darle un nome storico. McLuhan parlava di “Galassia Gutenberg” per indicare quell’universo culturale nato con la stampa nel Quattrocento, fatto di linearità, individualismo, alfabetismo silenzioso. Bernard Stiegler, in Conoscenza o barbarie — un libro che mi ha tenuto sveglio diverse notti — ricorda come la stampa di Gutenberg, avviata intorno al 1450-1452 sia stata il primo grande medium “auto-generativo” nelle sue conseguenze: abbattendo drasticamente i costi del libro, ha prodotto effetti che nessuno aveva pianificato, dalla Riforma protestante all’emergere delle lingue nazionali. Bene. Oggi, secondo me, siamo entrati in – se ci pensiamo – quella che possiamo chiamare la Galassia Generativa. Una galassia dove non è più l’uomo a impaginare il mondo con il torchio: è il torchio che si scrive da sé. Forse. Stiegler lo dice senza fronzoli: i supporti tecnici non sono più strumenti del pensiero, sono diventati costitutivi del pensiero stesso. La “grammatizzazione”, ovvero il processo di esternalizzazione tecnica della memoria umana, — la tendenza della tecnica a esternalizzare la memoria umana — ha raggiunto un punto critico. Quando ChatGPT scrive un saggio di filosofia, quel saggio non è “scritto da un’AI usata dall’uomo”: è scritto da un dispositivo che ha incorporato millenni di scrittura umana e li restituisce sotto forma di output statistico. Il medium genera il messaggio. Punto. A questo snodo, mi sembra inevitabile chiamare in causa Neil Postman e la sua “ecologia dei media”. Nel suo Divertirsi da morire, scritto nel 1985 e pubblicato in Italia da Marsilio a Venezia nel 2002, Postman sosteneva una tesi semplice e feroce: ogni tecnologia comunicativa crea un suo ambiente, e quell’ambiente cambia chi siamo. La televisione, diceva, non aggiunge informazione al mondo: lo trasforma in spettacolo. Bene. Ecco. Ora pensa cosa succede quando il “medium-ambiente” non è più la TV ma un sistema che produce contenuti su misura per te, ventiquattro ore su ventiquattro, modulati sulle tue paure, sulle tue preferenze, sui tuoi click. Cathy O’Neil nel suo Armi di distruzione matematica, scritto nel 2016 per Bompiani a Milano (pubblicato nel 2017), lo aveva fiutato: gli algoritmi non sono neutrali, incorporano pregiudizi e operano come “scatole nere” senza appello. La nuova dipendenza tecnologica di cui parlerebbe oggi Postman — se fosse vivo — non è più – o almeno così sembra – quella dal piccolo schermo ma quella da un ambiente comunicativo che ci precede e ci scrive addosso. Hartmut Rosa, nel suo Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, scritto nel 2015 per Einaudi a Torino, ci ha avvisati: (ma questo è un altro discorso) la velocità delle comunicazioni è aumentata drasticamente nell’era digitale, e questa accelerazione è diventata autoreferenziale, si alimenta da sola. È esattamente quello che fa l’AI generativa: si nutre dei – diciamo la verità – contenuti che produce, ricicla sé stessa, accelera il proprio loop. Strano no? E il “villaggio globale”? Quella geniale formula con cui McLuhan, nel 1964 in Understanding Media, aveva descritto un mondo reso piccolo dall’elettricità? Qualche mese fa rileggevo la storia di quel termine, e su Treccani lo definiscono ancora come una condizione di interconnessione resa possibile dai media elettronici…. E allora? Vabbè, mi sa che la metafora va aggiornata di brutto
. Perché nel villaggio mcluhaniano gli abitanti potevano parlare fra – in fin dei conti – loro, in tempo reale, da un capo all’altro del mondo. Era una piazza. Oggi quella piazza esiste ancora, ma c’è in mezzo qualcuno — l’algoritmo — che decide cosa puoi vedere, cosa devi pensare, chi puoi incontrare. Cathy O’Neil, nel suo Gli algoritmi del potere, documenta casi che fanno venire i brividi: in Danimarca è nato un Partito Sintetico interamente basato sull’AI; in Nuova Zelanda nel 2018 ha corso un candidato artificiale di nome SAM; a Taiwan la piattaforma vTaiwan ha coinvolto oltre 200.000 partecipanti, mentre la piattaforma JOIN ha coinvolto oltre il 50% della popolazione taiwanese. Negli Stati Uniti, in Massachusetts e in Texas, sono già stati presentati disegni di legge scritti direttamente da ChatGPT. Ma dai! Il villaggio globale è diventato un villaggio in cui il sindaco non è eletto, non è umano, e nessuno sa bene come ragiona. Qualche settimana fa c’era un pezzo sui gemelli digitali, operativi 24 ore su 24. Pensa un po’. Vale la pena dirlo. Il punto è questo, secondo me: McLuhan si figurava un villaggio dove la gente si parlava. E invece no. Noi stiamo in un villaggio dove qualcosa parla al posto nostro e a noi — stesso momento, stessa roba. Ne ho buttato giù qualche riga anche nel mio pezzo “L’essenza umana nell’era dell’intelligenza artificiale: un dialogo sulla coscienza” (https://giuseppeantoniosauro.com/lessenza-umana-nellera-dellintelligenza-artificiale-un-dialogo-sulla-coscienza/). Per chi ha voglia di scavare nella questione antropologica, diciamo…. Ora, la domanda vera è: che teoria della – in fin dei conti – comunicazione ci serve per stare dentro tutto questo? La distinzione classica fra medium e contenuto, su cui McLuhan stesso pure giocava ribaltandola, mi pare arrivata al capolinea. Ecco. Rocco Ronchi, nella sua Teoria critica della comunicazione. Dal modello veicolare al modello conversativo, scritta nel 2003 per Bruno Mondadori a Milano, aveva già intuito il problema: il modello classico — quello di Shannon-Weaver del 1948, sviluppato per i sistemi di comunicazione telefonici — è una fallacia epistemologica. Riduce la comunicazione a trasmissione, perdendo per strada (o forse no?) il senso, che è la cosa che conta. Ronchi proponeva un modello “conversativo”, dove ogni comunicazione è atto illocutorio che risponde a un altro. Bene. Oggi dobbiamo fare un passo ulteriore. Pierre Lévy, riportato negli studi di Luca Corchia in La democrazia nell’era di Internet del 2011, parlava – mi pare – di “intelligenza collettiva” e di “spazio del sapere” come quarto spazio antropologico dopo Terra, Territorio e Merci. Aveva ragione a metà. Quello che lui non aveva previsto è che dentro lo spazio del sapere ci sarebbero stati anche soggetti non-umani capaci di produrre sapere. Nel dibattito sull’infodemia e sulla disinformazione digitale si documenta come il traffico dei bot rappresenti ormai – o almeno così sembra – circa la metà del traffico internet, mentre il 25,8% riguarda i bot dannosi provenienti da ISP residenziali. Ecco il nodo. E i deepfake? Generano contenuti senza che nessuno li scriva. Insomma, ci serve una teoria della comunicazione triadica: emittente umano, emittente artificiale, ricevente (che a sua volta può essere umano o artificiale). Una teoria che riconosca che il medium ha cessato di essere canale ed è diventato agente. L’intelligenza artificiale comunicazione richiede nuovi paradigmi teorici. Qualcuno ha provato a chiamarlo “medium autopoietico”, cioè sistemi comunicativi che si auto-generano e auto-mantengono,, riprendendo il concetto biologico di Maturana e Varela: sistemi che si auto-producono. Mi pare la pista giusta. Il medium digitale generativo si auto-produce: prende dati, li rielabora, restituisce contenuti che diventano dati per nuove rielaborazioni. È un serpente che si morde la – a voler essere onesti – coda, ma con dentro l’intera memoria culturale dell’umanità. Ma andiamo avanti. Aresu nel suo Il dominio del XXI secolo, scritto nel 2022 per Feltrinelli a Milano, mostra come dietro questa rivoluzione ci siano interessi geopolitici giganteschi: TSMC, ASML, la guerra dei semiconduttori fra USA e Cina. La tecnologia, lo ripeto da anni sul mio – in fin dei conti – blog, non è neutrale: capirla è un atto politico. E qui mi viene in mente quel detto del mio Marchesato crotonese: “Non si cammina sopra la farina” — ogni passo lascia traccia. Ogni volta che parli con un’AI, lasci farina dietro. E quella farina diventa pane per qualcun altro, senza che tu lo sappia. Allora, tirando le fila — perché bisogna pur chiudere, anche se il tema meriterebbe altri trenta pezzi — il punto è che McLuhan non è stato smentito, è stato superato per eccesso. Aveva ragione lui: il medium è il messaggio. Solo che oggi il medium è anche il mittente, e in certi casi pure il destinatario. Niente da fare…. La triade aristotelica della retorica — ethos, pathos, logos — viene rimescolata da un attore che non ha ethos (perché non è una persona), simula il pathos (perché modella le emozioni dell’utente) e produce logos in quantità industriali. Ne ho parlato di striscio anche in “Come la narrativa plasma il panorama sociale” (https://giuseppeantoniosauro.com/come-la-narrativa-plasma-il-panorama-sociale/), perché alla fine la questione è sempre quella: chi racconta il mondo, costruisce il mondo. Nell’era dell’intelligenza artificiale comunicazione, questo principio assume dimensioni inedite. E se a raccontarlo è una macchina che ha digerito tutto quello che noi abbiamo scritto in – e non è poco – tremila anni e lo restituisce mediato dai bias dei suoi programmatori, beh, la questione politica è enorme. enorme davvero. Non è la fine della comunicazione umana. È la sua trasformazione in qualcosa di ibrido, di mai visto prima. Una conversazione a tre dove il terzo interlocutore non dorme mai, non si stanca mai, e — soprattutto — non muore mai. Mia nonna Teresina, da Isola di Capo Rizzuto, di queste cose non ne sapeva niente. Però diceva una cosa che vale ancora: “Occhiu ara via e mani ara vèrtula”. Un occhio alla strada e una mano alla bisaccia. Fatto sta. Tieni gli occhi aperti, tieni stretta la tua roba. Perché il villaggio globale è diventato una piazza dove parlano in molti, ma non tutti sono di carne. E tu, lettore — sì, proprio tu, che adesso ti stai chiedendo se queste – in fin dei conti – righe le ho scritte io o un algoritmo — sei sicuro di saper ancora distinguere? Boh. Forse è proprio questa la domanda con cui dobbiamo cominciare a convivere.






