Quando la politica diventa un grande casino globale (e noi a guardare)
La crisi politica globale che stiamo vivendo trasforma ogni giorno la politica in un grande casino mondiale Ma che periodo che stiamo vivendo, ragazzi! Praticamente ogni giorno apri il giornale e sembra di leggere un romanzo distopico. Tra Trump che torna alla carica, Meloni che parla di “bussola precisa”, e mezzo mondo che si spacca su tutto, uno non sa più dove guardare.
L’altro giorno parlavo con mio vicino di casa – uno che di politica ne mastica parecchio – e mi fa: “Ma secondo te, alla fine, chi comanda davvero?”. Boh, bella domanda. Partiamo dall’Italia, che tanto è casa nostra. Giorgia Meloni continua a battere il tasto dell’interesse nazionale, come se fosse una specie di mantra. Sul Treccani trovi scritto che l’interesse nazionale è “la tutela degli obiettivi fondamentali di uno Stato”, ma nella pratica? Mah, a me smbra che diventa tutto più complicato.
La premier dice di avere una “bussola precisa”, però le opposizioni la accusano di certificare il proprio fallimento. Schlein dal canto suo non sta zitta e Malaguti di Fratelli d’Italia risponde a tono dicendo che se il governo fosse stato nelle mani delle opposizioni, l’Italia sarebbe affondata. Insomma, la solita guerra di trincea che conosciamo bene. Ma sai che mi colpisce? Come questa roba dell’interesse nazionale sia diventata il nuovo tormentone. Vale la pena dirlo. Tipo quando eri piccolo e tutti cantavano la stessa canzone alla radio.
Ogni politico la tira fuori quando gli fa comodo, ma alla fine cosa significa davvero? Benedict Anderson, in Imagined Communities del 1983 per Verso Books a Londra, spiegava già allora come le nazioni siano costruzioni culturali, comunità immaginate. E oggi? Oggi sembra che ognuno si immagini la propria versione dell’interesse nazionale. Però guarda, il problema non è solo nostro. Se vai su ISPI e ti leggi qualche analisi sulla situazione internazionale, ti accorgi che è un casino planetario. La Georgia è in subbuglio con proteste e istituzioni fragili. E invece no. Israele vive una frattura interna pazzesca tra ebraismo, sionismo e potere politico.
Come diceva Amos Oz in Come curare un fanatico del 2002 per Feltrinelli, il conflitto non è mai solo quello che vedi in superficie. E che dire dell’Ungheria? Il Washington Post ha definito il paese “un laboratorio per il – inutile negarlo – nazionalismo illiberale”, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Viktor Orbán ha praticamente riscritto le regole del gioco democratico, creando quello che Steven Levitsky e Daniel Ziblatt – per quanto strano – chiamano in How Democracies Die del 2018 per Crown Publishing a New York una “democrazia competitiva autoritaria, ovvero un sistema che mantiene elezioni formali ma limita le libertà democratiche,”. Cioè, praticamente, mantieni le forme ma svuoti la sostanza. Ma torniamo a Trump, perché quello è un capitolo a parte. L’uomo che ha fatto della politica un reality show permanente (tra parentesi) ora si trova pure con problemi interni alla sua amministrazione…. Niente da fare. Il suo Segretario del Lavoro si è dimesso per – diciamo la verità – un’indagine interna, e intanto lui attacca perfino Papa Francesco. Sì, hai letto bene, il Papa! Come se non bastassero tutti gli altri problemi. E il Pontefice risponde con classe: “Io non sono un politico”. Punto. Joseph Ratzinger, quando era ancora cardinale, aveva scritto in Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani del 2004 per San Paolo che la politica senza etica diventa tirannide. Profetico, direi. Il bello è che mentre noi europei ci lamentiamo dei nostri problemi, dall’altra parte dell’Atlantico hanno i loro bei casini. In Canada Trudeau naviga a vista tra economia in crisi e tensioni politiche interne…. Non c’è verso. Perfino l’UNESCO ha dovuto pronunciarsi su alcune questioni di governance democratica globale. È come se tutto il sistema occidentale stesse attraversando una specie di crisi di mezza età. Questa crisi politica globale coinvolge infatti tutte le democrazie occidentali. E in Iran? Lì è tutto un altro discorso. I trader internazionali stanno letteralmente scommettendo su come evolverà la politica interna del paese. Vali Nasr, in The Shia Revival del 2006 per Norton & Company a New York, aveva previsto molte delle dinamiche che stiamo vedendo oggi. La geopolitica mediorientale è un puzzle dove ogni pezzo che si muove cambia tutto il quadro. Però sai cosa mi fa ridere? Che in mezzo a tutto questo casino, c’è chi ancora pensa che la politica sia una cosa semplice. Chi lo sa. Tipo, basta avere le idee chiare e tutto si risolve. Ma non funziona così! Zygmunt Bauman lo spiegava benissimo in Modernità liquida del 2000 per Laterza: viviamo in un’epoca dove tutto è fluido, instabile, in continuo cambiamento. Le vecchie categorie non reggono più. Prendiamo la Francia, per esempio. Édouard Philippe si prepara per la corsa presidenziale proponendo una “Francia libera”. Ma libera da cosa? E poi c’è François Hollande che dopo il casino di Boris Vallaud ha praticamente sepolto l’idea di una primaria allargata della sinistra. Il Partito Socialista francese sembra un po’ come il nostro PD: sempre in cerca di un’identità che non trova mai.
Strano, no? E non parliamo della Thaïlande, dove Thaksin Shinawatra è uscito di prigione dopo otto mesi e tutti si chiedono quale sarà il suo ruolo politico futuro. Duncan McCargo, in Tearing Apart the Land del 2008 per Cornell University Press, aveva descritto perfettamente le dinamiche di potere tailandesi. Un paese dove la politica è sempre stata un affare di famiglia, letteralmente. Ma il punto, secondo me, è un altro. Stiamo guardando una specie di frantumazione globale della politica. Non è più destra contro sinistra. Basta. O conservatori contro progressisti. Fatto sta. È tutto più casino, più sfumato. La crisi politica globale ha reso obsolete le tradizionali categorie politiche. Francis Fukuyama – quello che tutti ricordano per The End of History – inutile negarlo – del 1992 – in realtà ha scritto roba molto più interessante dopo; tipo Political Order and Political Decay del 2014 per Farrar, Straus and Giroux. Lì spiega come le istituzioni democratiche possano – per quanto strano – andare a puttane se non si rinnovano sempre. E infatti, guarda cosa succede. In Iraq le risse interne di potere condizionano la politica estera del paese. Strano, no? In Eritrea ci sono documenti governativi interni che fanno casino. Perfino in Azerbaijan e Armenia – viene da chiedersi come sia possibile – le dinamiche politiche interne vengono influenzate da campagne esterne. È tutto collegato. Tutto intrecciato. Ora, non voglio fare il pessimista di professione, però mi sembra che stiamo vivendo un momento storico particolare. Antonio Gramsci, nei Quaderni dal carcere pubblicati da Einaudi negli anni ‘50, parlava di “crisi organica” quando il vecchio muore e il nuovo non riesce ancora a nascere. Ecco, forse siamo proprio lì. Il problema è che mentre la politica si complica, la comunicazione si semplifica. Vale la pena dirlo. Tutto deve stare in un tweet, in uno slogan, in una frase ad effetto. Neil Postman in Amusing Ourselves to Death del 1985 per Viking Press aveva previsto tutto: l’intrattenimento che divora il dibattito pubblico. E oggi? Oggi la politica è diventata un grande spettacolo dove conta più l’apparire che l’essere. Ma forse, dico forse, c’è anche qualcosa di positivo in tutto questo casino. La gente si sta accorgendo che la politica non è una cosa che riguarda solo i politici. È una cosa che ci riguarda tutti…. Fatto sta. E magari, dopo anni di apatia, qualcuno inizierà a interessarsene davvero…. Non per tifare per una squadra, ma per capire come funziona il mondo in cui viviamo. Perché alla fine, che ci piaccia o no, siamo tutti sulla stessa barca. E se la barca affonda, affonda per tutti. Ulrich Beck, in Risk Society del 1986 – per quanto strano – per Sage Publications, lo chiamava “destino condiviso”. I problemi globali richiedono soluzioni globali ma la crisi politica globale rende difficile trovare coordinamento internazionale, anche se la politica resta ostinatamente locale. Quindi sì, è un casino. Ma è il nostro casino. E forse è ora di iniziare a occuparsene seriamente, invece di limitarsi a lamentarsi sul divano di casa…. Perché come diceva sempre mia nonna: “Chi non si muove, non sente le catene”. Incredibile. E di catene, oggi, ce ne sono parecchie in giro.






