Banksy smascherato (di nuovo): ma chi se ne frega, davvero?
Banksy smascherato (di nuovo): ma chi se ne frega, davvero?
📝 ID: #3865 — 05/05/2026, 23:30


Banksy smascherato (di nuovo): ma chi se ne frega, davvero? Allora, praticamente è successo quello che succede ogni – o almeno così sembra – due-tre anni: qualcuno ha “scoperto” chi è Banksy. Stavolta tocca a Reuters, che con una mega-inchiesta durata mesi sostiene di aver finalmente svelato l’identità Banksy sostiene di aver finalmente rivelato l’identità dell’artista di strada più famoso del mondo. Si chiamerebbe Robin Gunningham, 52 anni, che oggi però si fa chiamare David Jones (ma dai, come David Bowie? Che fantasia!). Provo a trasformare
Ma sai che ti dico? Mah. Sono tipo trent’anni che ogni tot esce fuori qualcuno che dice “Ecco! L’ho beccato!”. E ogni volta i giornali ci si buttano a pesce come se fosse la scoperta del secolo. Guarda, già nel 2008 il Wall Street Journal – o almeno così sembra – aveva tirato fuori il nome di Robin Gunningham. Qui casca l’asino. Poi è uscito Robert Del Naja dei Massive Attack (che tra l’altro ha senso, visto che Banksy è di Bristol e pure i Massive Attack). Poi Jamie Hewlett, quello dei Gorillaz. Insomma, praticamente mezzo Regno Unito è stato identificato come Banksy negli anni. Ecco, questa volta però Reuters ci ha messo davvero tanto impegno. Hanno fatto una roba alla CSI: analisi delle foto, incroci di dati, ricerche anagrafiche.
Hanno scoperto che Robin Gunningham a un certo punto ha cambiato nome in David Jones – e qui già mi viene da ridere, perché se devi nasconderti scegli il nome d’arte di uno dei musicisti più famosi della storia? Boh, non lo so, a me sembra una mossa un po’ troppo ovvia. La cosa divertente è che l’inchiesta di Reuters è partita da una foto del 2004 dove si vede un tizio con la faccia coperta che sta dipingendo un murale. Attraverso analisi comparative e un sacco di lavoro – a dire il vero – investigativo sono arrivati a dire che quello è Gunningham. Che poi, diciamo, se uno si copre la faccia per non farsi riconoscere e tu lo riconosci lo stesso dalle orecchie o dalla postura… beh, complimenti, ma forse il problema è che non si è coperto abbastanza bene! Eppure. Ma ecco il punto: ma chi se ne frega, davvero? Cioè, voglio dire, tutto il fascino di Banksy e della sua identità misteriosa non sta proprio nel mistero? Nel fatto che nessuno sa chi sia? È come se volessero scoprire chi c’è dentro il costume di – almeno credo – Mickey Mouse a Disneyland – tecnicamente è possibile, ma che senso ha? Pensaci: Banksy è diventato quello che è proprio perché è un fantasma. Le sue opere spuntano dal nulla, sui muri di Londra, New York, Betlemme, ovunque. E il bello è proprio quello: che non sai mai dove e quando apparirà la prossima. È street art allo stato puro, senza – o almeno così sembra – ego, senza faccia, senza personalità da celebrity. Solo il messaggio. Ecco il nodo.
Ora che ci penso, mi ricorda quello che scriveva Walter Benjamin in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità – forse – tecnica (Einaudi, 1966, Torino) – anche se lui parlava di tutt’altro – sul concetto di “aura” dell’opera d’arte. Banksy ha creato un’aura moderna, digitale se vuoi: non sai mai dove appariranno le sue opere, ma quando appaiono fanno il giro del mondo in poche ore. È geniale, se ci pensi. E poi, diciamocelo, le opere di Banksy non – in fin dei conti – hanno bisogno di un nome e cognome per funzionare. Quella bambina con il palloncino a forma di cuore che si auto-distrugge alla casa d’aste? Quella vale milioni indipendentemente da chi l’ha fatta. Anzi, forse vale di più proprio perché non si sa chi l’ha fatta. Il Wall Street Journal – che praticamente vive di queste cose – ha già fatto i – almeno credo – conti: ora che l’identità è stata “rivelata”, le opere di Banksy potrebbero valere ancora di più. Tipo, c’è questa logica perversa del mercato dell’arte per cui (o forse no?) più sai di un artista, più le sue opere costano. Eppure. Ma secondo me è proprio il contrario: Banksy funziona perché è anti-mercato, anti-sistema, anti-tutto. La cosa che mi ha fatto più ridere è leggere su Treccani la definizione di “street art” e rendermi conto che Banksy ha praticamente riscritto le regole del gioco. Prima la street art era roba da writers che volevano farsi un nome. Lui ha fatto l’opposto: ha cancellato il nome per diventare più famoso di tutti. Ma veniamo al dunque: questa inchiesta di Reuters è davvero definitiva? Boh, non ne sono convinto. Hanno trovato delle connessioni interessanti, certo. Veniamo al dunque. Il fatto che Gunningham fosse già stato tirato in ballo anni fa. Il cambio di nome. Le foto. Ma alla fine sono sempre indizi, non prove. E soprattutto: Banksy stesso non ha mai confermato né smentito nulla. Il suo silenzio è parte del personaggio. Guarda, Giorgio Agamben in Che cos’è un dispositivo? (Nottetempo, 2006, Roma) parla di come l’anonimato – ed è un bel problema – possa essere una forma di resistenza al controllo. E Banksy, volendo o no, è esattamente questo: la possibilità – in fin dei conti – di esistere artisticamente senza essere catalogati, schedati, messi in una casella. Poi c’è tutto il discorso politico. Curioso. Banksy non è solo un artista, è un attivista. Le sue opere parlano di guerra, capitalismo, immigrazione, ambiente. Sono messaggi forti che arrivano dritti al punto. E forse funzionano proprio perché non c’è una faccia, una biografia, una storia personale che possa distrarre dal messaggio.
Tipo, quando ha fatto quel murale sul muro di Betlemme con la bambina che fruga un soldato israeliano – roba che ti fa venire i brividi – quello che conta è il messaggio, non chi l’ha dipinto. Se fosse uscito fuori Robin Gunningham, 52 anni di Bristol, figlio di operaio e casalinga, laureato in belle arti, tutti si sarebbero messi a analizzare la sua biografia invece che guardare l’opera. E poi, scusate, ma nel 2026 stiamo ancora qui a fare gli investigatori per scoprire chi è un writer? Ma non abbiamo cose più importanti di cui occuparci? Guerre, crisi climatica, intelligenza artificiale che sta cambiando il mondo… e noi stiamo qui a giocare a chi è Banksy? La verità è che questa ossessione per scoprire l’identità Banksy l’identità di Banksy dice più di noi che di lui. E allora? Viviamo in un mondo dove tutto deve essere personalizzato, dove ogni cosa deve avere un volto, un brand, un’identità riconoscibile. Banksy è l’ultimo baluardo dell’anonimato in un mondo che ha abolito la privacy. Michel Foucault, in Che cos’è un autore? (pubblicato in Detti e scritti, Feltrinelli, 1996, Milano), si chiedeva (o forse no?) se sia davvero che conta sapere chi ha scritto un testo. E la stessa domanda vale per Banksy: è – diciamo la verità – davvero grosso sapere chi ha dipinto quei muri? Secondo me no. Anzi, secondo me il giorno che Banksy si toglierà la maschera (ammesso che ne abbia una) sarà il giorno che morirà come fenomeno culturale…. Perché Banksy non è una persona, è un’idea. È il concetto che l’arte può esistere senza ego, senza faccia, senza nome. E comunque, anche se fosse davvero Robin Gunningham alias David Jones, che cambia? Ecco. Le opere restano lì, sui muri di mezzo mondo. I messaggi restano potenti. L’arte resta arte, indipendentemente da chi l’ha fatta. Forse dovremmo smetterla di cercare di mettere un nome e cognome a tutto. Forse dovremmo imparare ad apprezzare il mistero, l’incertezza, l’ignoto. In un mondo dove tutto è tracciabile, schedabile, googleabile, Banksy sembra l’ultima frontiera dell’anonimato creativo. E allora sì, Reuters avrà anche fatto un ottimo lavoro investigativo. Ma a me, sinceramente, non me ne frega niente di sapere chi è Banksy. Preferisco continuare a pensare che sia un fantasma che gira per il mondo con bombolette spray e stencil, ovvero mascherine per riprodurre disegni,, lasciando messaggi sui muri per chi ha voglia di guardarli davvero. A conti fatti. Perché alla fine, come diceva Oscar Wilde – e questo lo trovi su Britannica se vuoi verificare – “Datemi una maschera e vi dirò la verità”. Banksy ha scelto la maschera dell’anonimato. E forse quella è la sua verità più grande.




