Filosofia del dubbio e scetticismo: da Pirrone di Elide al cogito cartesiano, l'evoluzione del pensiero critico
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Elogio Dell’Incertezza

15/04/2026, 23:04

Elogio dell’incertezza

La partecipazione cittadina politica moderna richiede una filosofia del dubbio che nasce da quella sensazione… quando ti rendi conto che non sai niente. No, dico davvero — non quella sensazione superficiale di “boh, non ricordo la capitale del Burkina Faso”, ma quella più viscerale, più destabilizzante, che ti prende quando ti accorgi che le cose che davi per scontate potrebbero tranquillamente non reggere a un esame serio…. Ecco, quella sensazione lì è il punto (o forse no?) di partenza di tutta la filosofia del dubbio. E secondo me — spoiler: la difenderò fino in fondo — è la cosa più preziosa che la filosofia ci abbia mai dato. Partiamo da una cosa concreta. L’altro giorno un mio collega sosteneva con assoluta certezza una cosa palesemente sbagliata. Non aveva dubbi. Zero. Quella sicurezza totale, quella mancanza di incrinature nel suo ragionamento, mi ha fatto pensare che il problema non era l’errore in sé — gli errori li facciamo tutti — ma l’assenza di dubbio. Ecco il nodo. Perché il dubbio è esattamente quella piccola voce che ti dice: aspetta, sarà poi vera questa cosa? L’hai verificata? Curioso…. Hai considerato l’ipotesi alternativa? Ora, la storia del dubbio come strumento filosofico è lunga, complicata e assolutamente affascinante. Dobbiamo partire dai greci, ovviamente.

E così sia. Pirrone di Elide — quello sì che era un tipo tosto — va in Persia con Alessandro Magno, incontra i magi, i filosofi indiani, e torna con una convinzione radicale: non possiamo sapere niente con certezza, quindi la cosa più saggia è sospendere il giudizio su tutto…. Epoché, la chiamava, termine greco che significa sospensione del giudizio,, ovvero la sospensione (o forse no?) del giudizio tipica dello scetticismo antico. Sospensione. E il risultato di questa sospensione? L’atarassia, ovvero l’imperturbabilità dell’animo,, la tranquillità dell’anima, cioè l’imperturbabilità che deriva dalla sospensione del giudizio. Chi lo sa. Difficile a dirsi. Tipo, smetti di litigare con la realtà (o forse no?) perché non puoi davvero conoscerla, e starai meglio. C’è quasi qualcosa di zen in questo, devo dire. Sesto Empirico, che scrisse parecchio sullo scetticismo pirroniano, lo codificò in maniera sistematica, e su iep.utm.edu trovi articoli bellissimi su tutta questa tradizione, se vuoi approfondire. Ma il grande salto — quello che trasforma il dubbio – inutile negarlo – da atteggiamento contemplativo a metodo costruttivo — lo fa Cartesio. René Descartes, un matematico-filosofo francese del Seicento che aveva l’ossessione di trovare qualcosa di assolutamente certo. E il suo approccio è geniale nella sua paradossalità: per trovare la certezza, devo dubitare di tutto. Tutto tutto. Anche delle cose che sembrano ovvie. Nel [Discorso sul metodo](https://www.

treccani.it/enciclopedia/rene-descartes), scritto nel 1637 e pubblicato inizialmente in Francia, e nelle Meditazioni metafisiche del 1641, poi edite da Bompiani, Cartesio sviluppa questo procedimento in modo sistematico. Prima dubita dei sensi — e hanno ragione, i sensi ci ingannano continuamente, basta guardare un’illusione ottica. Forse. Poi dubita del mondo esterno. Già. Poi, e qui diventa veramente radicale, tira fuori l’ipotesi del genio maligno: e se esistesse un’entità onnipotente dedicata esclusivamente a ingannarmi? E se tutti i miei ragionamenti, anche quelli matematici, fossero frutto di un’allucinazione sistematica? E lì sono rimasto di sasso la prima volta che l’ho capito davvero. Non come nozione scolastica, ma come problema reale. Perché non puoi escluderlo, logicamente…. Non puoi. E allora cosa rimane? Rimane una cosa sola: il fatto stesso di dubitare. Punto. Se dubito, penso. Già. Se penso, esisto. Cogito ergo sum. Quella frase è una delle più belle della storia della filosofia non perché sia profonda in modo oscuro, ma perché è cristallina nella sua semplicità: ho cercato di demolire tutto e ho trovato questo mattone che non si rompe. Il dubitare stesso è la prova dell’esistenza. Giulio Giorello, nel suo saggio Il dubbio e la fede. Cartesio e la modernità, scritto nel 2007 per Raffaello Cortina a Milano, analizza magnificamente come questo meccanismo non sia distruttivo ma fondativo — il dubbio non demolisce la conoscenza, la rifonda su basi più solide. Però, e qui arriva il bello, Cartesio non è l’ultima parola. Già. Hume arriva dopo e dice: okay, ma aspetta un attimo. Hai ricostruito un po’ troppo in fretta. Il problema dell’induzione — quella cosa per cui dal fatto che il sole è sorto mille volte non possiamo dedurre logicamente che sorgerà anche domani — rimane aperto. E la causalità? Quella che noi percepiamo come causa-effetto è solo abitudine. Incredibile. Abitudine mentale. Non c’è nessuna connessione necessaria tra due eventi, solo la nostra tendenza a collegare cose che si ripetono insieme…. Veniamo al dunque. Radicale, no? Kant si svegliò — lui stesso disse che Hume lo aveva svegliato dal “sonno dogmatico” — e cercò di rispondergli con le tre Critiche, un sistema monumentale. La Critica della ragion pura, la Critica della ragion pratica, la Critica del Giudizio: Kant sostiene che alcune strutture del nostro modo di conoscere sono a priori, precedono l’esperienza, e questo garantisce una certa solidità alla conoscenza. Massimo Piattelli Palmarini, in Goodbye, Kant – Cosa resta oggi della Critica della ragion pura, pubblicato da Lindau, fa una (chissà) cosa coraggiosa: applica proprio il dubbio metodico a Kant, chiedendosi cosa regga ancora di fronte alle neuroscienze e alla fisica quantistica. Spoiler: meno di quanto Kant pensasse. Insomma, ogni sistema che cerca di fermare il dubbio diventa a sua volta oggetto di dubbio. Strano, no? Tutt’altro. È come un gioco di specchi che non finisce mai. E sai che, alla fine, forse è giusto così. Husserl, il fondatore della fenomenologia, (chissà) propone una variante raffinata: l’epoché fenomenologica. Non dubita dell’esistenza del mondo come Cartesio, ma lo “mette tra parentesi”. Questa è una mossa filosofica elegante — non nego che il mondo esista, semplicemente – per quanto strano – non me ne occupo per ora, mi concentro su come le cose appaiono alla coscienza. E allora? È come dire: per adesso sospendiamo il giudizio sull’esistenza e guardiamo l’esperienza pura. Su plato.stanford.edu, la Stanford Encyclopedia of Philosophy, trovi trattazioni – mi pare – dettagliatissime di questo aspetto, aggiornate continuamente dai migliori studiosi mondiali. Ma c’è un aspetto del dubbio che mi affascina ancora di più, – se ci pensiamo – e che spesso viene trascurato nelle trattazioni accademiche: il suo valore pratico, esistenziale. Alan W. Watts, in La saggezza del dubbio: messaggio per l’età dell’angoscia, pubblicato da Ubaldini nel 1981 a Roma, lo dice in modo bellissimo: il dubbio non è il nemico della pace interiore, è il suo prerequisito. Perché la finta certezza — quella che costruiamo per non dover stare nell’incertezza — è più fragile ancora dell’incertezza stessa. Difficile a dirsi. E quando si rompe, fa molto più male. Ora, concretamente. Tutt’altro. Viviamo in un’epoca in cui il dubbio è quasi considerato una patologia. O sei “dalla parte della scienza” oppure sei un terrapiattista. O “credi” nel vaccino o sei no-vax. Queste polarizzazioni sono il sintomo esatto dell’incapacità di stare nel dubbio produttivo — quello che non significa relativismo, significa rigore. Victoria Camps, filosofa spagnola, nel suo Elogio del dubbio, tradotto da Laura Gorini e pubblicato da Hoepli a Milano nel 2021, fa esattamente questa distinzione tra dubbio paralizzante e dubbio produttivo. Il primo ti blocca, il secondo ti spinge a cercare, verificare, confrontare. Difficile a dirsi. Curioso. Non è lo stesso. Per niente…. E sai che problema c’è oggi? La post-verità. Jayson Harsin, in Post-Truth and the Mediation of Reality, scritto nel 2018 per Palgrave Macmillan, analizza come l’ambiente mediatico contemporaneo abbia trasformato il dubbio da strumento critico in arma di disinformazione. Cioè, c’è gente che usa retoricamente il “dubbio” per minare certezze scientifiche – a voler essere onesti – consolidate — non per ricercare la verità, ma per confondere le acque. Già. Il dubbio sul cambiamento climatico, sul fumo che fa male, sull’evoluzione: in molti casi è un dubbio fabbricato a tavolino, finanziato da interessi economici. E questa è una perversione del dubbio metodico, non la sua applicazione. Fatto sta. Il vero dubbio cartesiano non porta al “boh, chi lo sa”, porta a un impegno più serio con le prove, non a un abbandono delle prove. Massimo Piattelli Palmarini — che come abbiamo visto è un tipo che il dubbio lo usa sul serio — in La società della conoscenza e i suoi nemici, pubblicato da Raffaello Cortina nel 2005, sostiene proprio questo: il dubbio sistematico correttamente applicato è un baluardo contro la disinformazione, non un cavallo di Troia per farla entrare.

La differenza sta nel metodo: il dubbio genuino si accompagna a criteri di – in fin dei conti – verifica, a disponibilità a cambiare idea di fronte alle prove, a umiltà epistemica. Il dubbio strumentale no — è solo scetticismo selettivo (o forse no?) che serve a non dover aggiornare le proprie convinzioni. C’è poi una dimensione politica del dubbio che trovo straordinariamente rilevante. Giovanni Sartori, in Il metodo democratico, scritto nel 1987 per Il Mulino a Bologna, argomenta che la democrazia stessa ha bisogno del dubbio come ossigeno. Difficile a dirsi. I sistemi autoritari si basano su certezze dogmatiche — la verità (tra parentesi) è questa, la storia va in questa direzione, il leader sa. La democrazia invece presuppone che nessuno abbia la risposta definitiva Questa concezione è fondamentale per una sana partecipazione cittadina politica., che le decisioni siano sempre rivedibili, che il dissenso sia legittimo. In qualche senso, la democrazia è – inutile negarlo – il sistema politico del dubbio istituzionalizzato. E Sophia Rosenfeld, in Democracy and Truth: A Short History, pubblicato nel 2019 da University of Pennsylvania Press, mostra come questa tensione tra ricerca della verità e governo del popolo abbia attraversato tutta la modernità dall’Illuminismo ad oggi — non si è mai risolta, e forse è giusto che resti irrisolta. Poi c’è un’altra cosa che mi ha sempre colpito. Il dubbio fa paura. A conti fatti. Tutt’altro. Non in senso metaforico — fa paura davvero, neurologicamente, perché l’incertezza attiva le stesse aree del cervello che si attivano di fronte al pericolo fisico. Ecco perché le certezze sono così appetibili, ecco perché – a dire il vero – il cervello umano è naturalmente portato al bias di conferma. Sulla Stanford Encyclopedia (plato.stanford.edu), trovi materiale enorme su questo — il collegamento tra scetticismo filosofico e psicologia cognitiva è un filone di ricerca attivissimo. Il pragmatismo americanoPeirce, Dewey — ha affrontato il problema da un’angolazione interessante. Peirce diceva: il dubbio cartesiano è artificiale, una recita filosofica. Strano, no? Il dubbio genuino emerge da problemi reali, da situazioni in cui la nostra mappa concettuale smette di funzionare. Dewey sviluppò questa idea: il dubbio è l’inizio di un’indagine concreta, e l’indagine termina quando troviamo una risposta praticabile. Non la Verità con la V maiuscola, ma una risposta che funziona abbastanza da permetterci di andare avanti. Anzi no, aspetta — questa lettura rischia di sembrare troppo utilitaristica. Chi lo sa. Diciamo meglio: il pragmatismo non rinuncia alla verità, cambia il criterio per riconoscerla. Su iisf.it, il sito dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, c’è una diagnosi che mi ha colpito molto: l’epoca contemporanea è caratterizzata da un “lago immoto”, da una stagnazione intellettuale in cui il dubbio non produce ricerca ma conformismo. Gerardo Marotta, il fondatore dell’istituto, diceva che ci manca “l’equivalente di Dio, una Filosofia completa, grandiosa” — e – almeno credo – in questa mancanza c’è il rischio che il dubbio si converta in nichilismo passivo invece che in energia critica. Il che, devo dire, è una preoccupazione legittima. C’è una differenza enorme tra il dubbio che ti spinge a cercare e il cinismo che ti convince che non valga la pena cercare. Vale la pena dirlo. Christopher Lasch, in La democrazia del narcisismo, scritto nel 1979 per Feltrinelli a Milano, descrive un paradosso acuto: la cultura contemporanea dubita di tutto tranne che di se stessa…. Il relativismo diventato dogma. L’ironia elevata a stile di vita. Il risultato è una forma di certezza mascherata da apertura — sono certo che non esiste la verità, e questo non lo metto in dubbio. Ecco, questa è la perversione finale del dubbio. Curioso. Salvatore Veca, in La costanza della ragione, pubblicato da Feltrinelli, propone una via d’uscita elegante: la ragione mantiene una sua “costanza” anche mentre si sottopone al dubbio. Non è invulnerabile — è falsificabile, rivedibile — ma questa stessa disponibilità alla revisione è la sua forza, non la sua debolezza. E secondo me è qui il punto chiave: il dubbio non è il contrario della ragione, è la sua modalità più alta di funzionamento. Il punto è questo. Su filosofico.net c’è un approccio che mi ha fatto riflettere: quello che si definisce “sempre controvento”, un dubbio che resiste tanto ai dogmi di destra quanto a quelli di sinistra…. Potrebbe sembrare una posizione facile, da “terza via”. In realtà, mantenere il dubbio – a voler essere onesti – come principio metodologico contro qualunque ortodossia. Questa applicazione rigorosa della filosofia del dubbio è più difficile, non più facile – diciamo la verità – — perché significa non avere mai la rassicurazione di appartenere a una tribù intellettuale. Alla fine, e ci siamo quasi, la filosofia del dubbio non è una filosofia nichilista. Non dice che non si può sapere niente. Dice che la conoscenza autentica costa fatica, richiede la – almeno credo – disponibilità a sbagliarsi, a essere corretti, a tornare indietro. Come scriveva Bertrand Russell — e su iep.utm.edu c’è un ottimo articolo su di lui — il dubbio metodico non mira alla paralisi scettica Questo approccio è essenziale per una partecipazione cittadina politica informata e responsabile., mira alla purificazione della conoscenza via l’eliminazione di credenze infondate. Philosophy Talk, il podcast di Stanford su philosophytalk.org, ha un episodio bellissimo su Gilbert Ryle proprio su questo: la differenza tra (o forse no?) “sapere che” e “sapere come” — e come la seconda forma di conoscenza, quella pratica, resiste molto meglio allo scetticismo radicale. E allora? Curioso. Ecco…. Punto. Il dubbio come strumento di vita, non come condizione di vita. Come metodo, non come destino. Mia nonna, che di filosofia non sapeva niente ma di saggezza se ne intendeva, diceva sempre: “chi ha certezze – in fin dei conti – facili, ha pensato poco.” Non so se Cartesio sarebbe stato d’accordo parola per parola, ma nel senso — assolutamente sì.

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