Voltaire e la tolleranza: un pezzo di strada insieme a quel vecchio volpone di Ferney
Voltaire tolleranza filosofia rappresenta uno dei pilastri del pensiero illuminista. L’altro giorno stavo riordinando dei libri e mi è capitato tra le mani il Trattato sulla tolleranza — quello di Voltaire, scritto nel 1763 per – a voler essere onesti – Feltrinelli a Milano, se vuoi il riferimento dell’edizione italiana più diffu x. sa — e ho pensato: ma come fa un libro di duecentosessant’anni a sembrare ancora così… come dire… fresco? Cioè, uno lo apre e sembra che stia parlando di cose successe ieri. Boh, forse è proprio questa la cartina di tornasole dei classici: se li leggi e ti dici “ma guarda, questo qui mi sta parlando di me”, allora ci sei dentro. Voglio dire, partiamo dal principio. François-Marie Arouet, classe 1694, muore nel 1778. Nome d’arte Voltaire. Incredibile. Nasce a Parigi da una famiglia borghese agiata, perde la madre a sette anni — pensa un po’, una cosa che ti segna — e finisce al Collège Louis-le-Grand, dai gesuiti. Mah, paradosso bellissimo: i gesuiti gli insegnano il latino, il greco, gli danno gli strumenti retorici, e lui che fa? Usa quegli stessi strumenti per smantellare il dogma per tutta la vita. È come quando dai le chiavi di casa a qualcuno e poi ti cambia la serratura…. Ecco. Punto. Comunque. La vera svolta, quella che trasforma un arguto poeta mondano in un pensatore della tolleranza, è l’Inghilterra. Fatto sta. Sì sì, l’Inghilterra. Succede che lui fa a botte — diciamo verbalmente — con il cavaliere di Rohan, e il cavaliere che fa? Lo manda picchiare dai suoi servi, poi addirittura riesce a farlo sbattere alla Bastiglia. Capisci? Una roba da matti. E lui, per evitare guai peggiori, se ne scappa a Londra tra il 1726 e il 1729. Tre anni che gli cambiano la testa. Sul sito di britannica.com, se vai a vedere la voce su di lui, spiegano proprio come lì, in quell’isola piovosa, trova un paese che tollera la libertà di pensiero e studia Locke e Newton. E allora? Pensa solo questo: lui vede con i propri occhi che quaccheri, anglicani, presbiteriani, ebrei, tutti lì dentro la Borsa di Londra a fare affari insieme, senza scannarsi per la religione. Per un francese dell’epoca era fantascienza. E infatti torna in Francia nel 1729 con in testa un progetto che si concretizza cinque anni dopo: le Lettres philosophiques, uscite nel 1734. Ora, in Italia trovi una buona edizione delle Lettere filosofiche pubblicata da Laterza a Bari-Roma — è una di quelle opere che, come dire, ti piazza le fondamenta del resto. Il libro è un elogio dell’Inghilterra mascherato da reportage, ma in realtà è un atto d’accusa contro la Francia. E infatti che succede? Lo bruciano. Letteralmente. Curioso. Pubblicamente. Voltaire rischia di nuovo la galera e scappa in Lorena da Madame du Châtelet.
Ah, a proposito, Madame du Châtelet — Émilie, scienziata bravissima, traduttrice di Newton — è una figura che meriterebbe un libro a parte. Comunque, ecco: da quel rogo lì, da quella (tra parentesi) pira parigina, nasce la sua identità di intellettuale fuorilegge. Che bello, no? Uno diventa se stesso nel momento in cui il potere cerca di cancellarlo. Ora, sul perché Voltaire arriva alla tolleranza, bisogna fare un passaggio non troppo veloce. Perché non è che si sveglia una mattina e dice “oggi mi metto a difendere la tolleranza”. No, c’è una costruzione filosofica dietro…. Incredibile. Peter Gay, in quel suo bellissimo Voltaire’s Politics: The Poet as Realist, scritto nel 1959 per Princeton University Press a Princeton, sostiene una tesi che secondo me è quella giusta: Voltaire non è un utopista, è un pragmatico. Cioè, lui arriva alla tolleranza non perché “è bello volersi bene”, ma perché ha visto con i propri occhi che l’intolleranza produce guerre civili, rovina economica, arretratezza. È un calcolo politico prima ancora che morale. Questa concezione di Voltaire tolleranza filosofia si basa su osservazioni concrete della realtà sociale. E questa, secondo me, è una cosa che oggi ci sfugge un po’. Noi pensiamo alla tolleranza come a un sentimento — voglio dire, uno “è tollerante” come se fosse un tratto del carattere. Per Voltaire no, è una tecnologia sociale. sociale davvero. Praticamente, è l’unico modo per far funzionare una società complessa. E guarda, c’è un altro tassello grosso…. Mi ricordo di aver letto, in quel testo di Fortunato Pasqualino — Il filosofo ignorante di Voltaire, curato e pubblicato nel 1946 dall’Officina Tipografica Malannino, un’edizione un po’ datata ma significativa — che la tolleranza voltairiana ha un fondamento epistemologico preciso. Cioè, il “filosofo ignorante” è colui che riconosce i limiti della propria conoscenza. Chi può dirlo? E se io ammetto di non sapere tutto, come posso pretendere che gli altri la pensino come me? Il fanatico, al contrario, è uno che è sicuro. Ecco il punto. Il fanatismo nasce dalla certezza, non dal dubbio. In questo senso, Voltaire tolleranza filosofia si oppone a ogni forma di dogmatismo. Questa è una lezione che, boh, oggi nell’epoca dei social dovremmo rileggere tutti a colazione. E poi arriva il caso che spacca tutto in due — quello che trasforma Voltaire nel Voltaire che tutti conosciamo: l’affare Calas. Jean Calas, mercante protestante di Tolosa, nel 1761 lo accusano di aver ammazzato il figlio Marc-Antoine per fermare la sua conversione al cattolicesimo. Il ragazzo forse si era tolto la vita da solo — depresso, pieno di debiti, giocatore incallito, insomma una di quelle tragedie di famiglia che ti spezzano il cuore – e non è poco – — ma la Tolosa bigotta e fanatica di quei tempi non ci sta a ragionare: arrestano il padre, lo torturano con la ruota nel marzo 1762 e lo giustiziamo. Punto. Senza prove. Difficile a dirsi. Solo perché protestante…. Ma dai! E Voltaire, quando viene a saperlo, impazzisce.
E qui parte la campagna. Una campagna di tre anni, fatta di lettere, – per quanto strano – pamphlet, pressioni sui magistrati, denaro per la vedova. Finché nel 1765 il Consiglio del re riabilita Calas post-mortem. Una vittoria clamorosa. Questo episodio diventa centrale nella costruzione di Voltaire tolleranza filosofia come impegno civile. Da questa storia nasce proprio il – a dire il vero – Trattato sulla tolleranza che dicevo all’inizio. Il punto è questo. Non è un trattato astratto. È un libro scritto con le mani che ancora tremano di rabbia. Roger Pearson, nella sua biografia Voltaire uscita nel 2005 per Yale University Press a New Haven, insiste molto su questo: Voltaire è stato il primo intellettuale pubblico moderno nel senso che intendiamo noi oggi. Uno che usa la propria notorietà per cause concrete, che trasforma la penna in uno strumento di giustizia. Pensa a Zola con il “J’accuse” un secolo e mezzo dopo: bene, è figlio diretto di Voltaire. Ora, una cosa interessante — anzi no, aspetta, devo dirla bene. Ecco il nodo. Sul sito plato.stanford.edu, nella voce dedicata a Voltaire della Stanford Encyclopedia of Philosophy, spiegano che il suo scetticismo non è un punto di partenza per costruire un sistema, ma una posizione filosofica completa in sé. Cioè, lui lo scetticismo lo eredita da Montaigne e da Pierre Bayle, e lo usa come un solvente. Come quando pulisci un mobile antico dalla vernice vecchia: lo scetticismo toglie la patina delle false certezze. E cosa rimane sotto? Rimane il legno, voglio dire, la realtà nuda: che gli uomini hanno credenze diverse, che nessuno può dimostrare di avere la Verità con la V maiuscola, e quindi l’unica soluzione civile è lasciare che ciascuno viva secondo coscienza. Senza ammazzarsi a vicenda. Semplice, no? Eh, magari…. Niente da fare. C’è anche il motto famoso: Écrasez l’infâme!, ovvero ‘Schiacciate l’infame’, “Schiacciate l’infame!” Ora, chi sarebbe l’infame? Non il cristianesimo in quanto tale — anche se molti lo hanno interpretato così — ma più precisamente quella combriccola tra gerarchie ecclesiastiche e potere politico che usa la religione come strumento di oppressione. Su filosofico.net, in una pagina dedicata proprio a lui, spiegano bene come Voltaire fosse deista, ovvero credente in un Dio creatore ma non nelle religioni rivelate,, non – mi pare – ateo: credeva in un Dio architetto dell’universo, ma rifiutava le religioni rivelate come fonti di fanatismo. Diceva quella frase famosa: “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”…. Una frase che, se ci pensi, è tutto e il contrario di tutto. Alcuni l’hanno letta come un omaggio – ed è un bel problema – al teismo, altri come un sarcasmo devastante. Probabilmente è entrambe le cose. Voltaire era così: ti lasciava sempre una porta d’uscita per ridere di lui o con lui, a seconda di come ti girava. Eh, ora che ci penso, c’è un aneddoto che mi piace un sacco. Qui casca l’asino. Al lavoro ne parlavo con un collega l’altra settimana…. Voltaire, nei suoi ultimi vent’anni, si ritira nel castello di Ferney, al confine franco-svizzero. Un posto strategico: se la Francia lo minaccia, scappa in Svizzera; se la Svizzera rompe, torna in Francia. Furbo. Lì organizza una colonia di orologiai protestanti, costruisce case per loro, gli dà lavoro. In pratica crea con le sue mani quella società tollerante che aveva solo sognato leggendo Locke. Capisci? Il filosofo che diventa piccolo sovrano illuminato di una comunità di ugonotti perseguitati. È quasi un finale di film. Punto. Voglio dire, a proposito di questo, c’è un libro di Franco Venturi, L’Illuminismo e la tolleranza, scritto nel 1976 per Einaudi a Torino, che inquadra benissimo la dimensione europea del fenomeno. Venturi è stato il grande storico italiano dell’Illuminismo, uno di quegli studiosi che ti apre scenari. Lui mostra come Voltaire non sia un caso isolato, ma la punta di diamante di un movimento che attraversa l’Europa da Napoli a San Pietroburgo. E, sai che, proprio in quegli anni, a Napoli stavano succedendo cose grandissime con Genovesi, Filangieri, più tardi Pagano — tutta gente che respirava lo stesso ossigeno voltairiano. Anzi, con la tradizione illuminista napoletana che tu conosci bene, Voltaire aveva scambi epistolari fitti: voleva sapere, voleva capire, voleva diffondere. Sulla corrispondenza, per dire, c’è un lavoro monumentale fatto dalla Voltaire Foundation di Oxford — trovi tutto su voltaire.ox.ac.uk — che ha digitalizzato migliaia di lettere. Pensa: la lettera D13077 a Clément de La Jonquière, la lettera D8072 dal duca – almeno credo – di La Vallière a Voltaire, e così via per decine di migliaia di documenti. Una roba impressionante. Curioso. E scorrendo quelle lettere vedi proprio come lui usasse la corrispondenza come un social network ante litteram, tessendo alleanze tra intellettuali, principi illuminati, aristocratici sensibili. La Repubblica delle Lettere, la chiamavano. Ecco, boh, oggi abbiamo Twitter, loro avevano la posta a – almeno credo – cavallo e però facevano girare idee che cambiavano il mondo. Chi vince alla lunga? Ah però, un’altra cosa che non va dimenticata: la Henriade, quel poema epico scritto per Enrico IV di Francia. Te ne ho già accennato un attimo fa ma merita un passaggio. Enrico IV era stato il re che aveva fatto l’Editto di Nantes nel 1598, garantendo – mi pare – libertà di culto ai protestanti, e poi era stato ammazzato da un fanatico cattolico nel 1610. Voltaire nel poema lo trasforma nel campione – forse – della tolleranza contro le guerre di religione…. La scena della Notte di San Bartolomeo del 1572 — quella strage di protestanti a Parigi — è descritta con un orrore che ti entra nelle ossa. Forse. E il messaggio è chiarissimo: guardate dove porta il fanatismo, guardate le strade di Parigi piene di cadaveri. Ecco dove porta. Questo è il prezzo dell’intolleranza. Sergio Landucci, in Voltaire e la tolleranza, scritto nel 1994 per La Nuova Italia a Firenze, fa un’osservazione che secondo me è acutissima. Dice, più o meno, che il concetto voltairiano di tolleranza non è statico. Cioè, all’inizio Voltaire pensa alla tolleranza come a una questione tra cristiani: cattolici che tollerano protestanti, protestanti che tollerano cattolici. Qui casca l’asino…. Ma piano piano, e soprattutto dopo il caso Calas, il concetto si allarga.
Comincia a includere gli ebrei, i musulmani, gli atei, poi addirittura — nelle ultime opere — arriva a porsi il problema della tolleranza tra civiltà diverse, cristiani e cinesi, europei e americani. Una dilatazione progressiva della categoria. È come un cerchio che si allarga sempre di più fino a diventare universale. Ma a proposito di universalità, c’è un altro libro che conta parecchio: Voltaire (tra parentesi) et la tolérance di René Pomeau, uscito nel 1969 da Nizet a Parigi. Pomeau per mezzo secolo è stato il numero uno degli studiosi francesi di Voltaire — questo saggio raccoglie tutto il suo pensiero. Lui ci ricorda una cosa che spesso ci sfugge: quella frase famosa “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo” — quella che ti sparano addosso al primo dibattito sulla libertà di parola — Voltaire non l’ha mai scritta. Mai. È una parafrasi di una biografa inglese, Evelyn Beatrice – ed è un bel problema – Hall, fatta nel 1906 nel suo The Friends of Voltaire. Però — e qui viene il bello — Pomeau spiega che quella frase, anche se non è letterale, cattura in pieno lo spirito del pensiero voltairiano. Punto. È falsa ma vera, come certi versetti del – o almeno così sembra – Vangelo che tutti citano anche se non esistono. Senti, cambio registro un attimo. Vuoi sapere perché secondo me Voltaire è così attuale, al di là dei manuali? Perché il problema che affronta lui è esattamente il nostro problema. Noi viviamo in società dove convivono – a dire il vero – persone con visioni del mondo radicalmente diverse…. Uno crede in una cosa, l’altro nel suo contrario. Uno va in moschea, l’altro in chiesa, l’altro al mercato biologico…. Uno vota a destra, l’altro a sinistra, un altro non vota. Ma andiamo avanti…. E ci chiediamo: come facciamo a stare insieme senza ammazzarci? La risposta di Voltaire — che è anche quella di Locke, di Bayle, e poi di tutti i liberali classici — è questa: noi non dobbiamo metterci d’accordo sulla Verità…. Dobbiamo metterci d’accordo sulle regole. Cioè: io non ti chiedo di credere quello che credo io, ti chiedo solo di non impormi con la forza quello che credi tu. E viceversa. Ecco. Questo è il patto minimo di convivenza. Niente da fare. Poi certo, uno potrebbe dire: vabbè, ma oggi la tolleranza non è più sotto attacco da parte di gesuiti con l’Inquisizione, è sotto attacco da altri fronti. Ed è vero. Però il meccanismo di fondo è sempre lo stesso: qualcuno che è convinto di avere la Verità assoluta e vuole imporla agli altri…. Possono essere fanatici religiosi, possono essere ideologi politici, possono essere — nell’epoca dei social – in fin dei conti – — semplicemente torme di utenti che si ammassano per linciare il dissidente di turno…. Cambia il vestito, la sostanza è identica. Arturo Carlo Jemolo, giurista grande grande, in La tolleranza e l’intolleranza nella storia, scritto nel 1974 per Mondadori a Milano, ricorda che nessuna società è mai totalmente tollerante: ci sono sempre limiti, zone d’ombra, cose che una cultura considera inaccettabili. E il punto è capire dove stia quel limite e perché. Vale la pena dirlo. Voltaire stesso non era un “tolleratutto” — era, per dire, abbastanza virulento contro l’ateismo militante che considerava una forma di settarismo – inutile negarlo – alla rovescia, ed era anche prigioniero di qualche pregiudizio del suo tempo, per esempio certe sue pagine sull’ebraismo sono oggettivamente imbarazzanti. Nessuno è un santo. Però il quadro generale del suo impegno resta monumentale. Alfred Owen Aldridge ci ha scritto un libro, Voltaire and the Century of Light, pubblicato nel 1975 da Princeton University Press a Princeton, dove fa proprio il punto sull’influenza voltairiana nel mondo atlantico: Stati Uniti, America Latina, e persino nei balbettii di una modernità orientale. Un filo rosso che parte dal caso Calas e arriva fino alle dichiarazioni dei diritti umani del Novecento. Ah, a proposito di fonti facilmente raggiungibili: sul sito gutenberg.org trovi le opere di Voltaire in inglese e francese gratis, legalmente, pronte da scaricare. E su iep.utm.edu — l’Internet Encyclopedia of Philosophy — c’è un articolo molto fatto bene che inquadra il contesto. Strano, no? Ah, e anche su treccani.it puoi trovare la voce italiana se vuoi qualcosa di più masticabile nella nostra lingua. Su corriere.it e repubblica.it ogni tanto escono pezzi su di lui, specie – ed è un bel problema – quando c’è di mezzo qualche anniversario o qualche polemica sulla laicità dello Stato. Mi sa che era il caso Charlie Hebdo a rilanciare di prepotenza Voltaire nel dibattito pubblico, nel 2015. E boh, un po’ mi spiace dirlo, perché uno vorrebbe che i classici fossero riscoperti per motivi più belli, ma tant’è: è nelle crisi che torniamo ai fondamentali. E Voltaire, ormai è chiaro, è un che regge tutto. Alla fine, vuoi sapere cosa mi porto a casa io dopo aver letto e riletto questo signore? Vale la pena dirlo. Tre cose…. Primo: la tolleranza non è debolezza, è forza. Ci vuole più coraggio a lasciare che l’altro pensi diversamente che a imporgli con la forza di pensare come noi. Secondo: la tolleranza non è relativismo. Voltaire non dice “tutto va bene” — dice “nessuno di noi sa abbastanza da poter imporre la sua verità agli altri”. C’è una differenza abissale tra “non esiste la verità” e “io non sono autorizzato a imporla”. La prima è pigrizia intellettuale, la seconda è umiltà epistemologica. Terzo, e qui chiudo: la tolleranza è un lavoro quotidiano. Non è una legge che si fa e poi amen. Difficile a dirsi. È una pratica, un muscolo, una virtù nel senso antico del termine — un’abitudine da coltivare. Come quando impari una lingua: se non la eserciti, la perdi. Ecco. Praticamente, praticamente questo è il lascito di quel vecchio volpone di Ferney. Un tipo che morì a Parigi nel 1778, in mezzo al trionfo popolare, e che qualche anno dopo venne portato al Panthéon come un santo laico. Con la differenza che lui, di santi laici, ne avrebbe riso. E forse è proprio per questo che ci piace ancora…. Perché dopo tutta la sua battaglia per la ragione, non ha mai smesso di essere anche profondamente, meravigliosamente, ironicamente umano. E allora?


