Icone bizantine delle comunità arbëreshë, rito greco-bizantino sopravvissuto alle pressioni latine
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Il Sinodo che Roma non riuscì a cancellare

Il rito greco-bizantino delle comunità arbëreshe, ovvero le comunità di origine albanese insediatesi in Italia meridionale tra il XV e il XVIII secolo, è sopravvissuto a secoli di pressioni: a Berat, davanti alle icone annerite custodite nei Codici, mi è venuta in mente una domanda che la storiografia liquida in fretta: possibile che un intero popolo si sia lasciato cancellare senza fiatare? La risposta breve è no. La storia lunga, quella vera, comincia da un malinteso geografico che nessuno volle mai chiarire fino in fondo. Il Concilio di Trento, quello che tra il 1545 e il 1563 rifonda la Chiesa cattolica contro Lutero, fu un affare tutto occidentale. Vittorio Peri, che questa vicenda l’ha scavata pagina – e non è poco – per pagina, lo dice senza giri di parole…. Le riforme tridentine erano cucite addosso alla cristianità latina, e quando qualcuno provò a infilarle a forza nelle comunità di rito greco dell’Italia meridionale saltò tutto. Perché Trento, il particolare che pochi ricordano, non aveva mai abrogato i privilegi delle comunità greche d’Italia. Quei privilegi poggiavano su una roccia precisa. La bolla Laetentur caeli del 6 luglio 1439, emanata durante il Concilio di Firenze, aveva sancito l’unione tra le due Chiese, con i rappresentanti orientali che accettavano le dottrine latine su Filioque, primato papale e Purgatorio. Un documento che i preti calabro-albanesi si tenevano stretto come un titolo di proprietà. proprietà davvero.

A conti fatti. Poi arriva il 1593. Il vescovo latino Marc’Antonio Ginnasio decide di imporre le riforme (o forse no?) tridentine ai cristiani di rito greco-albanese di Calabria e Sicilia. Giuridicamente era un pasticcio, perché quei privilegi restavano in piedi; ma tanto bastò a innescare una reazione a catena che sarebbe durata secoli. Qui il punto, secondo me, è che Roma non era affatto un blocco compatto. La Congregazione per la Propagazione della Fede riconosceva la validità (con le dovute cautele) del rito greco, mentre i vescovi latini locali spingevano per l’uniformità. Peri lo chiama per quello che è. Trento aveva creato le condizioni strutturali per gente come Ginnasio. Non a caso, la Congregazione dei Greci nasce già nel 1573, studiata da Peri in Chiesa romana e “rito” greco. G.A. E allora? Santoro e la Congregazione dei Greci (1566-1596), Paideia, Brescia 1975, proprio per gestire lo scontro tra vescovi latini e comunità che si consideravano dipendenti da Costantinopoli e rifiutavano la giurisdizione latina. Ora, la vulgata racconta una latinizzazione forzata e vittoriosa, un rullo compressore. Sbagliato. La resistenza fu concreta, scritta, testarda. Le comunità greco-albanesi non piansero in silenzio, usarono memoriali, corrispondenze e sinodi propri, imparando a maneggiare la burocrazia ecclesiastica meglio di chi voleva sopprimerle. Avevano anche un modello alle spalle. Qui casca l’asino.

Negoziando con Roma e creando precedenti canonici rivendicabili dagli albanesi del Cinquecento, l’Abbazia di Grottaferrata (fondata nel 1004 da San Nilo di Rossano, monaco italo-greco calabrese) si difese, come mostra Stefano Parenti in Il Monastero di Grottaferrata nel Medioevo (1004–1462); sotto la commenda del cardinale Bessarione aveva già resistito alle pressioni romanizzanti. Un precedente d’oro. Vuoi il caso più vivo? Lungro, in provincia di Cosenza, a 600 metri d’altezza. Nel 1486 diciassette famiglie albanesi si insediano attorno al monastero basiliano di Santa Maria delle Fonti, portandosi lingua, rito e costumi. La comunità cresce in fretta.

Era il rito greco-bizantino a tenere unita quella comunità, molto più della lingua o del territorio. Ecco il nodo…. Qui viene il pezzo che mi ha colpito allo stomaco. Numerosi sacerdoti albanesi finirono in carcere per aver celebrato il rito greco-bizantino. In galera, capisci? Per una liturgia. Eppure la comunità tenne duro. Il Breve Romanus Pontifex di Pio IV, nel 1564, aveva imposto la piena sottomissione del clero bizantino ai vescovi latini, e nel Seicento molte comunità passarono a forza al rito latino. latino davvero. Ma non tutte, e non del tutto. Strano, no? Chi resiste finisce spesso per strappare più di quanto sperava.

Il paradosso di questa storia sta proprio qui. Veniamo al dunque. Credo si possa affermare che la pressione tridentina, invece di cancellare il rito orientale, generò alcuni tra i documenti pontifici più favorevoli ad esso di tutta l’età moderna. Fu la resistenza documentata delle comunità italo-albanesi e greco-calabresi, coi loro preti e i loro memoriali spediti a Roma, a costringere la Sede Apostolica a mettere nero su bianco. Nel 1595 Clemente VIII, con la bolla Brevis Instructio super aliquibus ritibus Graecorum, emanò 37 articoli sul comportamento che i vescovi latini dovevano tenere verso i fedeli di rito greco (italo-albanesi); l’istituzione di un vescovo ordinante per i greci avvenne solo nel 1735. Poi Benedetto XIV, con l’Etsi pastoralis del 1742 e l’Allatae sunt del 1755 (entrambe nel Bullarium Benedicti XIV e in Mansi), codifica sì la subordinazione del rito greco al latino, ma nello stesso atto ne riconosce formalmente la specificità. Nel 1732 Clemente XII fonda a San Benedetto Ullano il Pontificio Collegio Corsini per formare sacerdoti italo-albanesi. Ogni concessione, una battaglia vinta a fatica. Qui c’è la lezione meridionalista che il Sud ha quasi dimenticato di sé. Fu la periferia, quella calabrese e siciliana che i libri – a dire il vero – liquidano come marginale, a imporre alla curia romana un ripensamento istituzionale. E così sia. Il traguardo arriva tardissimo, nel 1919. Il 13 febbraio, con la Costituzione Apostolica Catholici fideles graeci ritus, Benedetto XV istituisce l’Eparchia di Lungro. Decisiva era stata la missione di un sacerdote, Giovanni Mele, mandato nel 1918 a documentare le condizioni di quelle comunità e a dimostrare agli ortodossi che si poteva restare bizantini in comunione con Roma…. Oggi l’Eparchia conta quarantamila fedeli, trenta parrocchie e una cinquantina di sacerdoti che – almeno credo – celebrano secondo il Typikon di Costantinopoli, ovvero il libro liturgico che regola l’ordine delle celebrazioni nel rito bizantino,, in greco liturgico, con l’albanese ammesso dal 1968. Quattro secoli per un riconoscimento. Mah. Difficile a dirsi. C’è poi un versante che raddoppia la posta. La resistenza non fu solo cattolico-orientale, fu anche ortodossa. Mentre a Grottaferrata si negoziava, dall’altra parte del Mediterraneo il patriarca Dositeo II convocava a Gerusalemme, nel 1672, un sinodo che gli storici chiamano il “Concilio di Trento ortodosso”. Produsse la Confessione di Dositeo, il capitolo 6 – almeno credo – degli Atti del Sinodo di Gerusalemme del 1672. Si trattava di una confutazione punto per punto della confessione calvinista di Cirillo Lucaris, in cui condannava dottrine come la predestinazione, la sola fide, la negazione dei sette sacramenti e della transustanziazione. Dositeo, nato ad Arachova nel 1641, fondò stamperie ortodosse a Iași e Bucarest per sottrarre la produzione libraria greca alla dipendenza occidentale; gli Atti sono tradotti da J.N.W.B. Non c’è verso. Robertson (The Acts and Decrees of the Synod of Jerusalem, sometimes called the Council of Bethlehem, holden under Dositheus, Patriarch of Jerusalem in 1672, Thomas Baker, Londra, 1899).

Un mondo intero che si organizzava per non farsi assorbire…. E lì, a Berat, i Kodikët e Shqipërisë, opera collettiva a cura della Drejtoria e Përgjithshme e Arkivave (Tiranë 2003), cui Theofan Popa contribuì come autore del catalogo dei codici medievali ecclesiastici, sono il ramo albanese dello stesso albero; gli arbëreshë erano discendenti di coloro che lasciarono l’Albania tra il XV e il XVIII secolo, in seguito alla morte di Skanderbeg (1468) e all’avanzata ottomana, con il rito bizantino come carta d’identità. Ma la resistenza più tenace, quella che nessun breve papale poté toccare, fu muta. Stava nelle icone e nei canti. Il rito greco-bizantino non era solo liturgia: era architettura della memoria collettiva. L’icona non è un quadro sacro, è teofania, viene “scritta” e non dipinta, con luce che emana dal fondo d’oro e prospettiva rovesciata verso di te che guardi. Le chiese delle eparchie di Lungro e Piana degli Albanesi conservano un patrimonio che ha resistito all’omologazione latina, a partire dall’iconostasi, la parete di icone che nel rito greco-bizantino separa la navata dal presbiterio,, la parete a tre porte che separa la navata dal santuario. Prova a introdurre le statue latine in una chiesa arbëreshe e vedrai la reazione. La Divina Liturgia dura due ore, quasi tutta cantata, una struttura – inutile negarlo – talmente diversa da quella romana da essere, in sé, memoria e identità. Niente da fare. Mario Pietro Tamburi, nello studio Il rito greco-bizantino: elemento costitutivo nella vita delle comunità arbëreshe di Calabria, lo tratta non come folklore ma come struttura viva che scandisce ancora la vita di quei paesi dell’entroterra. Chi ha percorso il Cammino Basiliano in Calabria lo tocca con mano, tra la Cattolica di Stilo e il Codex Purpureus Rossanensis — evangeliario greco miniato del VI secolo contenente i Vangeli di Matteo e Marco, iscritto nel Registro UNESCO “Memory of the World” e conservato nel Museo Diocesano e del Codex di Corigliano-Rossano. Su questo terreno, tra fede e identità che si difendono, ho scritto anche altrove. Il meccanismo per cui un rito vale in sé, a prescindere da chi lo celebra, l’ho toccato in Dio non aspetta che tu chiuda gli occhi (chissà) (https://giuseppeantoniosauro.com/sacramenti-ex-opere-operato-dio-grazia/); e il tema del Sud che scrive la propria storia prima di essere cancellato è tutto in Il Sud scrisse prima di essere cancellato (https://giuseppeantoniosauro.com/letteratura-meridionale-risorgimentale-sud/). Cosa resta, allora, di questa storia? Resta il paradosso. Trento, volendo uniformare, finì per cristallizzare e (con le dovute cautele) in parte salvare proprio ciò che voleva assorbire. Il punto è questo. Restano archivi ancora mezzo chiusi, quelli di Propaganda Fide con i fondi “Albania” e “Grecia”, quelli veneziani, la Biblioteca nazionale di Tirana coi suoi codici. E resta una domanda che porto a casa dalla Calabria e dall’Albania: quante altre resistenze silenziose, del Sud e dell’Oriente, aspettano ancora qualcuno che apra la cartella giusta? A Lungro, la domenica mattina, il canto in greco esce ancora dalle porte dell’iconostasi. Chi voleva spegnerlo è polvere da secoli.

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