Memoria digitale e archivi del web: chi possiede i tuoi ricordi online
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La memoria non è nel cloud: chi possiede i tuoi ricordi?

Leggendo le notizie tecnologiche di giugno c’è un dettaglio che mi ha destato curiosità e voglia di apprendimento: Wired Italia chiude. Diciassette anni di giornalismo tecnologico che, di colpo, diventano una domanda. Dove finisce l’archivio? Chi lo custodisce, adesso che la testata non c’è più? Non è nostalgia da vecchio brontolone che rimpiange la carta. È qualcosa di più freddo, più strutturale. Perché quegli articoli — inchieste, interviste, dati — non stanno in una biblioteca, non hanno un deposito legale come i giornali di carta. Stanno su server privati, domini aziendali, piattaforme che rispondono al mercato. E quando la testata chiude, i contenuti possono essere cancellati, ceduti, resi irraggiungibili, senza che nessuno debba rendere conto a nessuno. Il caso non è isolato, sia chiaro…. A conti fatti. Pensa al vecchio portale Tiscali, altra generazione di giornalismo digitale italiano, stessa fragilità. Migliaia di articoli, inchieste, interviste rischiano di scomparire o diventare inaccessibili nel momento in cui l’infrastruttura commerciale che li ospitava viene dismessa, venduta o abbandonata. E chi dovrebbe salvarli? C’è l’Internet Archive, la biblioteca digitale no-profit che con la sua Wayback Machine fa da sentinella. Ma anche lì, guarda un po’, il quadro si complica: secondo l’inchiesta del Nieman Lab (gennaio 2026), erano 241 le testate in 9 paesi che vietavano l’accesso ad almeno un bot di Internet Archive, numero poi salito a oltre 382 (dato aggiornato a giugno 2026), e questo apre voragini nella memoria storica del web. Il meccanismo è quasi banale nella sua crudeltà: i gestori di siti web possono usare il file robots.txt per istruire i crawler a non archiviare i propri contenuti, e questa pratica in aumento pone una questione cruciale: la memoria del web non appartiene a chi la produce collettivamente, ma a chi controlla i server. Ecco. Il punto, secondo me, è questo. Non stiamo parlando di un incidente tecnico. Incredibile. Stiamo parlando di chi ha la chiave. E la chiave, oggi, è in mano a soggetti che non hanno alcun obbligo di ricordare. Ti porto per un attimo indietro nel tempo, che è il mio mestiere di storico. La Biblioteca di Alessandria. L’archetipo della catastrofe della memoria: rotoli, sapere, secoli di civiltà consumati dal fuoco. Una distruzione fisica, violenta, visibile. Tutti sapevano cosa stava andando perduto, si vedevano le fiamme. Ma andiamo avanti. Ecco, la cancellazione digitale è l’esatto contrario. Non c’è fuoco, non c’è fumo, non c’è un rogo che illumina la notte. C’è una clausola in un Terms of Service, un server spento un martedì mattina, un abbonamento non rinnovato. Silenziosa, contrattuale, invisibile…. Arrassusia, direbbe mia nonna. Ma il non-sia-mai qui è già successo, solo che nessuno se n’è accorto. E qui devo tirare in ballo chi su questa – a voler essere onesti – roba ci ha costruito un sistema teorico intero: Jan Assmann. Nel suo Das kulturelle Gedächtnis (1992) — tradotto da noi come La memoria culturale — l’egittologo tedesco pone una domanda semplice e feroce: come fanno le società a ricordare nel tempo? E la risposta è netta, quasi brutale. La memoria non è mai un archivio neutro che si conserva da solo. Difficile a dirsi. Richiede custodi, istituzioni, pratiche e supporti materiali. Senza questi elementi, il ricordo collettivo si dissolve. Assmann fa una distinzione che vale oro per capire dove siamo finiti. Da una parte c’è la memoria comunicativa: quella viva, orale, del racconto familiare, che ha un orizzonte temporale limitato — circa tre generazioni, 80-100 anni — e si estingue con i portatori viventi. Dall’altra la memoria culturale: quella fissata in testi, riti, archivi, monumenti. E questa — attenzione — non si conserva da sola…. Ha sempre bisogno di un soggetto, umano o istituzionale, che se ne faccia carico. Assmann li chiama Träger, i portatori: sacerdoti, scribi, monaci, bibliotecari. Non archivisti passivi, badiamo bene, – per quanto strano – ma interpreti attivi del patrimonio memoriale. Curioso. E allora la domanda si fa vertiginosa. Chi sono, oggi, i “monaci” della memoria digitale? Le piattaforme tecnologiche — Google, Amazon, Meta — svolgono de facto funzioni analoghe: conservano, indicizzano, rendono accessibili enormi quantità di contenuti culturali. Ma lo fanno senza missione identitaria, senza legame con la comunità di riferimento, e con logiche di profitto che possono entrare in conflitto con la conservazione a lungo termine. Il monaco benedettino che copia il canto gregoriano compie un – a voler essere onesti – atto identitario, politico, radicato in una comunità con dei valori. AWS compie un’operazione di storage. La differenza non è da poco. C’è di più, e qui Assmann affonda il coltello. Incredibile. La memoria culturale, dice, non è semplicemente un deposito – mi pare – del passato: è uno strumento di costruzione dell’identità collettiva. collettiva davvero. Il che significa una cosa scomoda: decidere (con le dovute cautele) cosa ricordare equivale a decidere chi si è. E decidere chi custodisce la memoria equivale a decidere chi detiene il potere di definire l’identità collettiva. Lo stesso Assmann lo dice ancora meglio, richiamando il concetto di damnatio memoriae: l’oblio può essere passivo, dimenticanza naturale, oppure attivo, rimozione deliberata da parte di chi detiene il potere. E aggiunge una frase che dovremmo appuntarci sul comodino: chi stabilisce il canone detiene un potere enorme: decide cosa è canonico e cosa apocrifo. Il canone diventa la strategia di sopravvivenza dell’identità culturale. Un catalogo, invece — quello di una piattaforma di streaming — non è un canone. È un’altra cosa. Curioso. Il canone trasmette significato; il catalogo serve il consumo. La differenza, come nota bene chi ha – in fin dei conti – studiato Assmann, non è semantica: è ontologica. Adesso stringiamo il cerchio, perché è qui che la faccenda diventa politica. Sovranista, se volete usare la parola che mi appartiene senza farne un proclama. Nel 2018 gli Stati Uniti hanno approvato il Cloud Act. In soldoni: il governo americano può richiedere dati conservati da aziende americane ovunque nel mondo si trovino fisicamente. Ovunque. Il che vuol dire, per fare un esempio che mi tocca da vicino, che il catalogo di Neumz — – a voler essere onesti – settemila ore di canto gregoriano, secoli di memoria liturgica — se finisse su un server AWS sarebbe tecnicamente accessibile all’FBI. Niente da fare. Ci pensi? Il canto dei monaci di Francia, alla portata di un mandato di Washington. E qui AWS stessa, con candore involontario, ci offre la prova. Nel suo Digital Sovereignty Pledge — un documento di marketing istituzionale, sia chiaro — l’azienda si impegna alla trasparenza e dichiara una cosa che dovremmo leggere due volte: di contestare attivamente le richieste di dati dei clienti da parte di forze dell’ordine e agenzie governative. Bello. Peccato che, come nota giustamente l’analisi del documento, AWS sta implicitamente ammettendo che le autorità governative – se ci pensiamo – possono richiedere accesso ai dati dei clienti, e che si impegna a resistere a tali richieste. Ma “resistere” non significa “impedire”. Il provider privato è strutturalmente un intermediario tra te e lo Stato. Incredibile. Punto. E il resto del “pledge”? Un capolavoro di ambiguità. AWS promette il controllo sulla localizzazione dei dati — ma il fatto stesso che AWS debba promettere ai clienti il controllo sulla localizzazione fisica dei dati rivela che, in assenza di tale impegno esplicito, il cliente non avrebbe garanzie. Offre la cifratura con chiavi gestite dal cliente — ma questo richiede competenze tecniche – mi pare – avanzate, qualcosa che nemmeno molte organizzazioni culturali o religiose sono in grado di gestire autonomamente. Insomma, la sintesi è spietata: formalmente il cliente, praticamente Amazon — a meno che il cliente non eserciti attivamente e continuamente i diritti e gli strumenti tecnici che AWS mette a disposizione. Chi può dirlo? Un monastero, una biblioteca comunale del Sud, un piccolo archivio diocesano: hanno un team IT capace di fare tutto questo? Boh…. Direi di no. E qui mi sento in dovere di calare la carta meridionalista, che poi è il mio solco. Il patrimonio documentale del Mezzogiorno — gli archivi borbonici, i codici dei monasteri basiliani, le biblioteche comunali — è già stato saccheggiato una volta, fisicamente, dopo il 1861. Portato via, disperso, cancellato. ‘Cca sutta non chjova, si dice dalle – forse – mie parti: il torto subìto non si dimentica. Qui casca l’asino. E allora affidare oggi quella stessa memoria — quel che ne resta, digitalizzato — ad Amazon Web Services o a Google Cloud non è un progresso. È ripetere lo stesso rischio strutturale, stavolta senza carri e senza soldati. Una seconda spoliazione, silenziosa. Ne ho scritto altrove, nel pezzo *”Più liberi, più controllati: il doppio volto della rete (giuseppeantoniosauro.com/liberta-digitale-illusoria-doppio-volto-rete/): il controllo che si nasconde dietro l’apparente libertà digitale non è più solo faccenda individuale, riguarda il patrimonio collettivo intero. C’è chi ha capito la posta in gioco e si è mosso. Il modello estone delle “ambasciate di dati” è geniale nella sua semplicità: uno Stato che affida i propri archivi digitali a (ma questo è un altro discorso) server fisicamente collocati all’estero, in strutture con status diplomatico, per garantirne la sopravvivenza anche in caso di occupazione militare o catastrofe. Lo Stato che si fa custode di sé stesso. E il ragionamento di fondo vale per chiunque: Google, Amazon o Microsoft non hanno obblighi di memoria storica: custodiscono dati finché è economicamente conveniente. Tutt’altro. Finché conviene. Ecco il nocciolo. Non è solo paranoia da sovranisti, se posso dirlo…. Il tema riguarda pure i popoli indigeni, che rivendicano la Indigenous Data Sovereignty*: il diritto di – per quanto strano – raccogliere, possedere e utilizzare i dati che riguardano le loro vite e le loro tradizioni culturali. Come i monaci benedettini che gestiscono in proprio il loro canto, i popoli indigeni rivendicano il diritto di non delegare ad altri la custodia della propria memoria…. Chiamalo sovranismo, chiamalo autodeterminazione: la sostanza è la stessa. Ora, l’obiezione ingenua è: ma tanto il digitale è eterno, no? Un file non invecchia, non ingiallisce, non si sbriciola. Sbagliato. Anzi, è vero il contrario, ed è il paradosso più beffardo di tutta la faccenda. Incredibile. Vint Cerf, uno dei padri di Internet — mica l’ultimo arrivato — nel 2015 ha reso popolare l’espressione digital dark age, l’età oscura digitale. E ha parlato di una “Generazione dimenticata”: i dati digitali hanno un’aspettativa di vita sorprendentemente breve, potenzialmente inferiore a quella di una fotografia stampata o di un manoscritto medievale. Ci pensi? Mentre codici e libri medievali sono ancora consultabili nei (o forse no?) musei, i dati digitali rischiano di scomparire in pochi anni. Un CD-R masterizzato di buona qualità dura tra i 20 e i 100 anni in condizioni di conservazione adeguate; persino il cloud non garantisce la sopravvivenza dei dati se le aziende che li gestiscono cessano di esistere…. Chi legge più un floppy disk? Chi ha ancora il lettore? I dati sono ancora lì, sul supporto, ma i computer moderni non hanno più il lettore. La memoria fisica sopravvive; l’accesso scompare. Il punto è questo. È l’obsolescenza digitale: la risorsa – se ci pensiamo – è integra, fisicamente intatta, ma inaccessibile. E le decisioni su cosa sopravvive? Sono nelle mani di soggetti privati che agiscono secondo logiche commerciali, non di preservazione culturale. Le aziende smettono di aggiornare i driver, rendono difficile – almeno credo – reperire le vecchie versioni, chiudono portandosi via i formati proprietari. La cosa più agghiacciante l’hanno scritta già nel 2001 dei ricercatori in una rivista di biblioteconomia (The Journal of Academic – in fin dei conti – Librarianship): gli autori dichiaravano impossibile garantire la longevità e la leggibilità delle informazioni digitali anche solo per una singola generazione umana. Una generazione. La pergamena di Solesmes attraversa mille anni; il file MP3 dipende da un abbonamento mensile. A conti fatti, il monaco medievale col suo calamo era più lungimirante di tutta la Silicon Valley messa insieme. Strano, no? Non voglio fare solo il profeta di sventura, che poi diventa noioso. Difficile a dirsi. Qualcosa si muove, in Europa e in Italia. Enrico Letta, alla Summer School di Ventotene nel 2026, ha messo il dito nella piaga: tra le sfide decisive c’è il completamento del mercato unico come chiave dell’autonomia strategica europea, con settori come energia, innovazione tecnologica, infrastrutture digitali e sicurezza in cui l’Unione dipende da attori esterni. Il rischio, dice, è che l’Europa resti “potenza normativa” capace di regolare, ma non di controllare realmente le proprie infrastrutture strategiche. Bravissimi a scrivere il GDPR, incapaci di avere un cloud nostro. Ecco il paradosso europeo in una riga. In Italia, però, qualcosa di concreto esiste, e mi fa piacere dirlo. L’Archivio centrale dello Stato è stato designato custode della memoria documentaria digitale del Paese: un ente statale con mandato istituzionale esplicito, non una delega al mercato privato. Come recita la formula che riassume tutto: la memoria digitale dello Stato appartiene allo Stato. Strano, no? Col PNRR (sub-investimento M1C3 1.1.8) sono nati due sistemi conservativi: il Polo di conservazione digitale degli Archivi di Stato (PCDAS) e l’Archivio digitale intermedio del Ministero della Cultura (ADIMiC), entrambi su infrastruttura cloud-native, per la conservazione permanente degli archivi storici digitali delle Amministrazioni statali, degli enti pubblici e degli archivi privati dichiarati di interesse storico. E c’è I.PaC, l’Infrastruttura e servizi digitali per il Patrimonio (con le dovute cautele) Culturale, il primo spazio dati nazionale della cultura in Italia. La differenza col cloud commerciale è tutta politica: non un soggetto privato come Google, ma un’infrastruttura pubblica nazionale, sviluppata all’interno del Ministero della Cultura. Gli enti che aderiscono — musei, archivi, biblioteche — conservano autonomia nelle – forse – proprie scelte progettuali, a differenza di quanto accade affidandosi a piattaforme commerciali. Manca ancora, secondo me, la consapevolezza politica che questi archivi non sono solo “patrimonio” da tutelare con lo spirito del conservatore museale: sono una leva geopolitica. Chi controlla la memoria di un popolo ha una carta in mano nel gioco delle nazioni. Fatto sta che questa consapevolezza, in Italia, langue. Attenzione, però, a un’illusione: il digitale non – se ci pensiamo – è mai neutro nemmeno quando è pubblico. Ecco. Le ricercatrici che hanno studiato l'”èkphrasis digitale” del patrimonio lo dicono chiaro: ogni operazione di modellazione e visualizzazione implica scelte interpretative: cosa mostrare, da quale prospettiva, cosa oscurare. Digitalizzare è già interpretare, è già un atto di potere narrativo. Anche i custodi pubblici, insomma, devono restare consapevoli di ciò – almeno credo – che scelgono di ricordare e di ciò che lasciano cadere. E arriviamo al fondo della faccenda, che non è tecnico. È esistenziale. Jung, nella sua autobiografia Ricordi, sogni, riflessioni (1962), chiama la memoria la sostanza stessa dell’Io. Non un cassetto dove ripongo il passato, ma il tessuto di cui sono fatto. E questo vale per il singolo quanto per il popolo. Come scrive Giovanni Pascuzzi, l’identità, sia individuale che collettiva, è costruita dalla memoria; senza memoria non esiste identità riconoscibile né riconosciuta. Ma — e qui sta il punto che mi sta più a cuore — Pascuzzi aggiunge una distinzione che ribalta tutto. Chi può dirlo? Non basta possedere la memoria. Bisogna condividerne il significato. La memoria non basta se non è accompagnata da un’interpretazione valoriale condivisa. La stessa memoria storica può essere posseduta ma rifiutata, distorta o svuotata di significato. Fa l’esempio delle minacce alla senatrice Segre, sopravvissuta (ma questo è un altro discorso) ad Auschwitz: la memoria c’è, ma qualcuno la rigetta…. Possederla non basta. Ed è esattamente per questo che affidare la nostra memoria ad Amazon, a Google, a soggetti che non ne condividono né la lingua né la storia né i valori, è cedere qualcosa di ben più profondo di un dato tecnico. Fatto sta…. Un file di canto gregoriano su un server di streaming, ci ricorda Assmann, non è la stessa cosa del – o almeno così sembra – canto gregoriano eseguito in una liturgia monastica: il supporto materiale e il contesto rituale fanno parte integrante del significato…. La digitalizzazione conserva il dato e perde il contesto. Conserva il suono e perde l’anima. Un popolo che consegna la propria memoria a chi la tratta come storage — finché conviene, come diceva la nota estone — non ha ceduto un archivio. Ha ceduto il diritto di raccontarsi. E chi non si racconta più, prima o poi, viene raccontato da altri. La domanda di Wired Italia da cui siamo partiti — dove finisce l’archivio? — non era una domanda tecnica. Difficile a dirsi. Era la stessa domanda che ci si pone da Alessandria in poi. Solo che stavolta le fiamme non si vedono. E allora te la giro io, la domanda, senza darti la risposta comoda: quando i server di AWS ereditano il ruolo dei monaci di Assmann, chi ha in tasca la chiave per cancellarci? E soprattutto — noi, lo sappiamo?

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