Trump 2025: Caos Geopolitico e Strategie Globali
Il caos geopolitico 2025 ha un’immagine simbolo: un funzionario americano sale su un aereo per Mosca, le telecamere lo inseguono in pista, e nessuno — dico nessuno — sa esattamente cosa andrà a dire nel Cremlino. Né gli alleati europei, né forse il Dipartimento di – forse – Stato, né magari lo stesso Trump che l’ha mandato. Witkoff a Mosca: l’immagine simbolo del 2025. Un anno in cui la diplomazia ha smesso di essere un mestiere di precisione ed è diventata un numero da circo, dove l’imprevedibilità non è un incidente ma il copione. Tu mi dirai: ma è sempre stato così, la politica estera è caos. No. Aspetta. Qui c è una differenza di grana fine che vale la pena scavare. Perché il 2025 non è semplicemente disordinato — è un disordine progettato, o almeno così pare. Forse. E qui comincia il problema. Partiamo da Witkoff, allora. Cosa è quella missione? Hannah Arendt avrebbe storto il naso davanti a una diplomazia che bypassa ogni istituzione, ogni mediazione, ogni corpo intermedio. Il potere, quando si fa puramente personale, relazionale, da uomo – inutile negarlo – a uomo, smette di essere politica e diventa un altra cosa. Trump aveva già definito Putin, Xi e Kim come i leader del nuovo asse del male, salvo poi aggiungere — e qui sta la chicca — che andare d’accordo con loro è una cosa buona, non una cosa cattiva. Capisci il paradosso? E così sia. Li chiami asse del male e nella stessa frase dici che ci vuoi prendere un caffè. Strano, no? Eppure dietro questa apparente schizofrenia qualcuno legge un disegno. Allontanare Putin da Xi, spezzando l’asse russo-cinese che diventa la principale sfida all’egemonia americana — un Kissinger al contrario, insomma. Negli anni Settanta Nixon aprì alla Cina per isolare l’URSS; qui si farebbe il contrario, ci si avvicina a Mosca per contenere Pechino…. Realpolitik allo stato puro. Il professor Antonio Teti, dell’Università di Chieti-Pescara, parla di una diplomazia transazionale a shock, in cui l’imprevedibilità viene elevata ad asset strategico sistematico. È la vecchia madman theory: un leader trae vantaggio dal sembrare imprevedibile, persino irrazionale. La forza non risiede nel atto compiuto, ma nella – per quanto strano – percezione che quell’atto possa avvenire in qualsiasi momento. Il punto, secondo me, è questo: l’incertezza diventa un’arma. A conti fatti. Solo che — boh — le armi a volte ti esplodono in mano. E qui voglio fare un passo che pare laterale ma non lo è. Perché lo shock non è solo diplomatico…. Pensa a quando, in patria, salta il capo dei dati sul lavoro perché i numeri non piacciono. Una manovra apparentemente tecnica, burocratica. Da funzionario amministrativo — mestiere mio, lo confesso — ti dico che toccare – diciamo la verità – chi misura la realtà è la mossa più sottile e più velenosa che esista…. Se controlli il termometro, decidi tu se c è la febbre. Niente da fare. Naomi Klein, ne La dottrina dello shock (BUR Rizzoli, 2007), aveva descritto questo meccanismo con chiarezza chirurgica: la violenza – in fin dei conti – o lo shock usati per distruggere società intere, riscrivendo nuove regole più favorevoli ai potenti su una tabula rasa. I tre assi sono sempre quelli della Scuola di Chicago di Friedman: privatizzazione, deregolamentazione e tagli ai programmi sociali. Ora, attenzione — non sto dicendo che Trump sia Pinochet. Sarei un cialtrone. Ma il meccanismo è quello, e funziona perché si nutre di una cosa precisa: la sorpresa. Klein lo dice bene — i sopravvissuti alle torture che riuscivano a comprendere i progetti politici ed economici retrostanti alla violenza avevano maggiori probabilità di resistere. Tradotto: capire la struttura del caos è la prima forma di difesa. Ecco perché ti scrivo. C è chi sostiene, e lo trovi anche analizzato in giro (rhadrix.it), che il caos geopolitico non sarebbe casuale, ma funzionale: creare disorientamento per poi imporre riforme strutturali che favoriscono élite economiche. Veniamo al dunque. Mah. Io sono cauto sulle dietrologie…. Però il dato grezzo è lì: chi tocca i numeri scuote i mercati, e nello scuotimento qualcuno guadagna. Veniamo ai due fronti caldi, che poi sono il cuore di tutto. Gaza e Ucraina. E qui ti chiedo di tenere a mente due lenti diverse. Su Gaza, la lente è quella di Edward Said: lo sguardo occidentale sul Medio Oriente, sempre filtrato, sempre gerarchico. Te ne accorgi dal modo in cui l’Occidente ha distribuito le sue attenzioni. A conti fatti.
Dopo il 7 ottobre 2023, l’Occidente ha trovato miliardi di dollari e munizioni per Israele mentre per l’Ucraina i rubinetti si stavano lentamente chiudendo. Questa percezione di una gerarchia nelle vittime ha creato tensioni diplomatiche durature. Una gerarchia delle vittime. vittime davvero. Pensaci. C’è chi merita le prime pagine e chi finisce in fondo, e non è il dolore a decidere l’ordine. L’Europa, su Gaza, ha avuto enormi difficoltà a trovare una posizione coerente: la Germania quasi incondizionatamente con Israele, Spagna e Irlanda hanno riconosciuto lo Stato palestinese, l’Italia balbetta, la Francia media, la Polonia pensa alla sua sicurezza orientale. Un coro stonato. E quando l’Europa si presenta come paladina del diritto internazionale solo quando fa comodo, perde credibilità nel Sud Globale. Globale davvero. «Cca sutta non chjova», diciamo dalle mie parti: il torto subìto non si dimentica. E invece no. E il Sud del mondo, credimi, non dimentica. Sull’Ucraina invece tira fuori Brzezinski, che l’Europa dell’Est aveva vista come scacchiera decenni prima che diventasse campo di battaglia. La National Security Strategy di novembre 2025 — l’ho letta riassunta, ed è agghiacciante — è volutamente vaga sul fronte russo-ucraino, con passaggi che, secondo quanto riporta il New York Times, sembrano pensati per far venire gli incubi agli europei. Il documento critica i governi europei per le loro «aspettative irrealistiche sulla guerra» e insiste sul porre fine alla percezione che la NATO sia un alleanza in continua espansione — quasi la stessa lingua del Cremlino. E nel frattempo, paradosso dei paradossi, il documento che attacca con veemenza le democrazie europee non riserva critiche comparabili alle autocrazie di Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Anne Applebaum, sul Atlantic, ha avuto la sintesi più feroce: non riesco a pensare a un altro esempio di una potenza globale che brucia così sfacciatamente i suoi asset. Non c’è verso. Profetico, direi. Ma c è una cosa che mi tormenta più della sostanza: la velocità. Tutto corre. Bam bam bam, una dichiarazione cancella la precedente, un tweet smentisce un decreto, il ciclo mediatico divora ogni decisione prima ancora che maturi. Qui chiamo in causa Deleuze, con quel suo corso magnifico raccolto in Derrames II (Cactus, Buenos Aires, 2017). Lui descriveva il capitalismo come un assiomatica, ovvero un sistema di regole flessibili e non codificate che governano i flussi economici e politici,: non codici fissi, ma assiomi flessibili che regolano la congiunzione generalizzata di flussi decodificati. Un sistema che muta in continuazione, dove i problemi politici si pongono in un sistema mondiale piuttosto che nella specificità dei paesi. Il punto è questo. La logica trumpiana — dazi, pressioni, alleanze rinegoziate ogni mattina — è proprio questo: flussi che non si lasciano fissare. E quando i flussi sfuggono, il capitale li riterritorializza altrove. altrove davvero. Lo spazio, l’Artico, le risorse critiche, le infrastrutture digitali. Deleuze parlava già di società di controllo, e mi tornano in mente Zuboff (con le dovute cautele) e il suo capitalismo della sorveglianza, dove l’esperienza umana viene estratta come materia prima. La velocità non è un dettaglio, è il metodo. Hartmut Rosa lo chiamerebbe il «totalitarismo silenzioso» delle scadenze che regolano la società più delle norme esplicite. E allora, tirando le fila. Ecco il nodo. Che cos è davvero il caos del 2025? Io credo che la chiave la dia Gramsci. Milan Babić, su International Affairs, parla di interregno, ovvero una fase di transizione in cui il vecchio ordine non regge più ma il nuovo non si è ancora affermato (concetto mutuato da Gramsci): una fase di transizione profonda tra ciò che sta morendo — l’ordine liberale guidato dagli USA — e ciò che non è ancora nato. Il vecchio mondo non muore in pace, e quello nuovo non riesce a nascere. In mezzo, i mostri. Trump non è la causa: è l’acceleratore dell’interregno, gli Stati Uniti che destabilizzano l’ordine che essi stessi avevano costruito. Un’egemonia culturale che si autodivora. Se ti interessa, ne ho scritto più diffusamente qui: Trump 2025: Caos Geopolitico e Strategie Globali (https://giuseppeantoniosauro.com/trump-2025-caos-geopolitico/) e, sul potere che isola chi lo detiene, Il potere ha tre volti che i filosofi conoscono bene (https://giuseppeantoniosauro.com/il-potere-ha-tre-volti-che-i-filosofi-conoscono-bene/). Il punto, alla fine, è questo: la tentazione è leggere tutto come pazzia o come genio. Strano, no? Ma la realtà geopolitica non è mai così pulita. Beate Jahn, sul European Journal of International Relations, avverte che le categorie classiche di analisi della politica estera risultano inadeguate di fronte a leadership che operano al di fuori delle norme consolidate. Tradotto: ci servono occhiali nuovi. E forse il primo passo è smettere di chiederci se Witkoff, in pista verso Mosca, sapeva cosa stava per dire. Forse la domanda giusta è un altra: noi, lo sappiamo cosa stiamo guardando? Boh. Pensaci. Leggi anche: 1 – Prologo Quando i giudici decidono chi può governare: il caso Le Pen e la deriva autoritaria della magistratura E invece no.






