Il santo che odiava i libri fondò un ordine di copisti
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Il santo che odiava i libri fondò un ordine di copisti

Il Testamento di Francesco d’Assisi è uno dei documenti più paradossali della storia della Chiesa. Ottocento anni esatti, oggi: il 3 ottobre 1226 moriva alla Porziuncola (presso Assisi) l’uomo che, poche settimane prima, aveva dettato quel testo straordinario. Attenzione alla parola: dettato. Non scritto di suo pugno, dettato. Perché Francesco, il poverello, apparteneva per sua stessa ammissione a una fraternità di illetterati. E in quel documento, il Testamento, c’è dentro una delle contraddizioni più gustose di tutta la storia della Chiesa.

Partiamo dal fatto nudo. Il Testamento è uno degli ultimi testi dettati dal santo poche settimane prima della morte, nell’autunno del 1226. Questo è il punto cruciale. Francesco stesso precisò che non si trattava di una nuova Regola, ma di un ricordo, un’ammonizione, un’esortazione, destinati a rafforzare l’osservanza della Regola già approvata dal Papa. Fin qui, niente di strano. Il colpo di scena arriva nel contenuto, perché il punto più rilevante e paradossale del Testamento è il divieto di glosse e interpretazioni. Francesco proibisce esplicitamente che il Testamento sia glossato — ovvero corredato di annotazioni esplicative aggiunte a margine o tra le righe —, commentato o interpretato, ordinando che le sue parole siano lette semplicemente, senza mediazioni esegetiche. Scrive la parola per bloccare la parola degli altri, usa la scrittura come argine contro la scrittura.

Fermati un attimo a gustarti il cortocircuito. Un uomo che diffida dei libri, che teme la cultura libresca come veleno dell’anima, in punto di morte fa una cosa sola: detta un testo. E lo fa per impedire che altri, coi loro testi, mettano le mani sul suo messaggio. Il paradosso è strutturale, non accidentale: Francesco ricorre alla scrittura proprio per difendersi dalla scrittura altrui. È come il contadino di mia nonna che chiudeva l’orto col filo spinato perché non si fidava dei vicini, salvo poi doversi fidare del fabbro che gli vendeva il filo. Dalle mie parti, nel Marchesato, si dice “un si camìna ‘nta farina“: ogni gesto lascia la sua traccia. Pur odiando la polvere dei codici, Francesco ci ha lasciato l’impronta più profonda di tutte, scritta.

La diffidenza non era un capriccio senile. Era il cuore pulsante di tutto. Nel Testamento (par. 19) Francesco scrive al plurale: “Ed eravamo illetterati (idiotae)”, termine latino medievale che indica persone prive di istruzione formale e non in grado di leggere il latino. “E sottomessi a tutti”: si riferisce alla fraternità delle origini, non solo a se stesso, e il motivo è teologico, non snobistico. Francesco concepiva la povertà in senso radicale e totalizzante: i libri erano proprietà, e la proprietà era incompatibile con il suo ideale evangelico. Temeva inoltre che lo studio e il possesso di testi potessero diventare fonte di orgoglio intellettuale, allontanando i frati dalla semplicità e dall’umiltà che considerava il cuore del messaggio cristiano. Questo lo racconta bene Grado Giovanni Merlo, in Nel nome di san Francesco, 2003, Editrici Francescane, Padova, forse la ricostruzione storica più onesta della vicenda. Forse.

C’è un episodio, tramandato dalle fonti antiche, che vale più di mille trattati. Il frate chiede un salterio e Francesco gli risponde che finirà per volere un breviario, e poi sedersi in cattedra come un solenne prelato. Geniale, no? Il santo aveva capito la dinamica dello scivolamento: prima un libretto, poi un armadio di libri, poi la sala dei copisti, poi la biblioteca col lucchetto. La pietà d’a carni ‘i l’àtri, dicono i vecchi: chi concede troppo finisce travolto. Lui lo vedeva arrivare da lontano.

La vocazione di Francesco nasce dal corpo, non dalla pagina. Nel Testamento, apre ricordando come Dio lo abbia condotto alla penitenza con il contatto con i lebbrosi: l’esperienza corporea e diretta, non la mediazione testuale, è presentata come l’atto fondativo della sua vita. “E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo” (Testamento, FF 110): la verità nasce dall’incontro, non dallo studio.

Però, e qui le cose si complicano, Francesco non era un bruciatore di libri. La situazione è più sfumata di così. Il Testamento rivela una relazione complessa e non semplicemente ostile con la parola scritta: Francesco ordina di raccogliere e custodire in luoghi decorosi qualsiasi manoscritto contenente i nomi sacri o le parole divine trovati in luoghi indecenti. E c’è di più, l’autocontraddizione in diretta, perché Francesco fa scrivere lui stesso la Regola: “ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò” (Testamento, FF 116). La parola la temeva e la usava. La rifiutava e ci si aggrappava.

Aria netta non avi paura i trona, si dice da noi, ma la coscienza di Francesco non era affatto serena su questo punto, e si sente. Niente da fare. Adesso la beffa storica, quella grossa. Quell’uomo lì ha fondato uno degli ordini più intellettuali e scrittori dell’Europa medievale.

La svolta arriva in fretta, prestissimo, perché la svolta istituzionale fu sancita dalla bolla papale Quo elongati del 1230, – se ci pensiamo – con cui Gregorio IX dichiarò il Testamento non vincolante per i frati, liberando di fatto l’Ordine dalle restrizioni più rigide. Quattro anni. Il santo neanche freddo nella tomba, e Roma depenna il suo ultimo desiderio con un tratto di penna. Così il testamento di Francesco d’Assisi, nato come argine contro ogni mediazione, divenne carta straccia in meno di un lustro. Profetico, quel frate col salterio. Chi mette ordine nel caos è Bonaventura da Bagnoregio, il principale artefice della legittimazione teologica della cultura scritta nell’ordine francescano. Chi può dirlo? Lo studia bene Elisa Cuttini, in Teologia, mistica e – forse – scrittura in Bonaventura da Bagnoregio, dentro Deus summe cognoscibilis, 2018. Bonaventura è lo snodo, trasforma la conoscenza da pericolo a servizio…. E dopo di lui arriva la cavalleria pesante del pensiero, Ockham, capisci? Il rasoio di Ockham. Dalla fraternità degli illetterati esce uno dei logici più affilati della storia del pensiero occidentale. I numeri fanno impressione. Il progetto Iter franciscanum, promosso dalla Società Internazionale di Studi Francescani di Assisi e censito su Manus Online, ha individuato, dallo spoglio sistematico di circa 5.000 cataloghi a stampa, oltre 1.600 manoscritti dei secoli XIII-XIV…. Milleseicento codici in due secoli, nati dall’uomo che considerava i libri idoli di carta. Ecco il nodo. Il Sacro Convento di Assisi ospita oggi un patrimonio manoscritto, archivistico e bibliografico di rilevanza storica. La biblioteca sorge proprio lì, nella casa del poverello. Un’ironia che si tocca con mano.Non tutti accettarono. Gli Spirituali e i Fraticelli dei secoli XIV e XV, correnti minorite che rifiutavano ogni attenuazione della povertà assoluta predicata da Francesco, incarnano la resistenza più radicale a questa trasformazione, rivendicando una povertà assoluta incompatibile con la gestione di biblioteche e scriptoria. E qualcuno portò la fedeltà a Francesco fino alle estreme conseguenze…. Penso a Conrad Pellikan, guardiano del convento francescano di Basilea: aderì alla Riforma intorno al 1523-1524 e si trasferì a Zurigo nel 1526 su invito di Zwingli per insegnare greco ed ebraico alla Schola Tigurina. Ma andiamo avanti. Il suo caso è davvero spiazzante, perché il suo percorso mostra come proprio il rigore nell’osservanza della regola francescana, e non il rifiuto di essa, lo avesse condotto al protestantesimo. Lo riassumeva Vittoria Colonna con una frase fulminante, se san Francesco fu eretico, i suoi imitatori son luterani. Il punto, secondo me, è questo, qui non c’è nessun tradimento. C’è qualcosa di più profondo, che Jung aveva battezzato con nome e cognome. Lo chiamava compensazione: nella psicologia analitica, è un meccanismo cruciale della psiche, perché l’inconscio tende a bilanciare e correggere gli atteggiamenti unilaterali o estremi assunti dalla coscienza. La teoria la trovi in Caracciolo, F., «Valori di compensazione e valori di totalità della psicologia junghiana nella trasformazione della società contemporanea», 1975, Rivista di Psicologia Analitica. Applicata alle istituzioni, suona così, in chiave collettiva: istituzioni, movimenti religiosi e tradizioni culturali possono svolgere una funzione compensatoria rispetto alle tendenze di un fondatore carismatico. Tradotto, più la coscienza spinge da una parte, più l’inconscio tira dall’altra. Forse. Un fondatore che disprezza la scrittura e genera una comunità interamente dedita alla sua preservazione non è un’anomalia storica: è il principio junghiano di equilibrio tra conscio e inconscio in azione. L’Ombra, insomma. La comunità monastica incorpora e perpetua esattamente ciò (chissà) che il fondatore rifiutava, rendendo il rifiuto stesso generativo. Non è un caso isolato: il modello compensatorio vale anche per San Benedetto da Norcia (ma questo è un altro discorso), le cui comunità fecero della copiatura dei manoscritti un’attività centrale. Chi odia i libri fonda biblioteche. Pensa un po’. E allora? Lo annotavo tempo fa leggendo Jung, che “All’uomo piace credere di essere padrone della propria anima. Ma il punto è che ogni volta che uno non riesce a tenere a bada i propri stati d’animo, le emozioni, tutta quella roba che ribolle sotto, ecco: non comanda niente. I fattori inconsci si infilano nelle decisioni, nei propositi, nei piani più solidi. In silenzio. Senza chiedere permesso. E lui, l’uomo convinto di essere padrone della propria anima? Non lo è. Per niente.” (C.G. Jung, Man and His Symbols, p. 83) Vale per il singolo e vale, a quanto pare, per gli ordini religiosi. Francesco credeva di governare il destino della sua parola. Non poteva. E oggi? La struttura si ripete, cambia solo il supporto. Ne ho scritto in «Frati 2.0: codice sacro e algoritmi benedettini» (https://giuseppeantoniosauro.com/politica-e-cultura-un-dialogo-necessario/), e il senso è che, dalla pergamena al database, la tensione tra carisma originario e necessità istituzionale resta identica. Chi può dirlo? Cambia lo strumento, non il meccanismo. Il monaco che oggi digita righe di codice fa esattamente quello che faceva il copista col calamo, custodisce trasformando, e trasformando tradisce un poco. Resta la domanda, e te la lascio aperta perché io una risposta secca non ce l’ho. Ogni trasmissione del sacro tradisce il sacro che trasmette? Oppure è proprio nella contraddizione, nel tradimento necessario, che il messaggio trova il modo di sopravvivere ai secoli? Francesco voleva il silenzio dei semplici. Gli abbiamo costruito sopra milleseicento codici. E se ne parla ancora, ottocento anni dopo, oggi, solo perché qualcuno disobbedì e prese in mano la penna.

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