Il ritratto che lo Stato ordinò e il popolo non riconobbe
Londra, 2023. Un sistema di intelligenza artificiale generativa produce il ritratto ufficiale del re. Poi, silenzio. Il risultato sparisce negli archivi diplomatici, non è mostrato, non circola. Un ritratto fantasma. L’anno dopo tocca a Jonathan Yeo, pittore in carne e ossa, e quando il suo dipinto esce nel 2024 scoppia la bufera per quel rosso che invade tutta la tela, con letture simboliche a profusione e giornali di mezzo mondo che si accalcano… Tutti a discutere del sangue, del fuoco, della macelleria. Nessuno che si chieda dove sia finito l’altro, (chissà) il primo, quello che la macchina aveva dipinto. Ecco la porta laterale.
Il caso del ritratto ufficiale generato dall’intelligenza artificiale è rimasto sepolto sotto il clamore del dipinto di Yeo. Il caso pubblico, chiassoso, ha coperto il caso vero, muto. Curioso. E il caso vero, secondo me, è questo: uno Stato che chiede a un algoritmo di forgiare la propria icona, e poi, del proprio riflesso, si spaventa. Per capire quanto pesi quel gesto, conviene ricordare come funzionava prima. Nel febbraio del 1952, venti giorni dopo la morte del padre, una venticinquenne appena diventata regina posò davanti all’obiettivo di Dorothy Wilding, e quello scatto, finito sui francobolli britannici dal 1952 al 1971, partì per ogni ambasciata del mondo diventando un’icona vera. Elisabetta divenne leggenda perché il suo volto girò ovunque e la gente lo riconobbe.
Il ritratto generato dalla macchina per suo figlio ha percorso la strada opposta, ordinato dallo Stato, mai riconosciuto dal popolo, infine sostituito. Il ritratto ufficiale non è mai stato un oggetto innocente. E così sia. È un testo politico, sempre. Holbein, con il suo Enrico VIII del 1537), non raffigurò un uomo: costruì l’iconografia stessa – ed è un bel problema – del potere Tudor, fissò un’immagine di regalità che sopravvisse al re in carne e ossa. Scendi indietro nei secoli e trovi la stessa fame.
Gli Angiò-Durazzo di Napoli, dentro il caos del Grande Scisma, usarono ogni strumento per legittimarsi: incoronazioni e funerali trasformati in teatro, ordini cavallereschi con abiti e cerimoniali propri, stemmi tripartiti di Ungheria, Francia e Gerusalemme piazzati sulle facciate dei palazzi come un marchio di fedeltà. La tesi di Passerini studia come gli Angiò-Durazzo costruissero la legittimazione del potere e il consenso attorno al sovrano con strumenti politici e simbolici (cancelleria, araldica, rappresentazione politica). Stesso meccanismo a Venezia, dove il patriziato affinò il cerimoniale diplomatico e le pratiche elettorali come strumenti di legittimazione, come si legge in Linguaggi del potere. L’élite della Repubblica di Venezia fra legittimazione e rappresentazione, a cura di Cafagna, Dal Cin e Harivel, 2017, Franco Angeli, Milano. Il principio non cambia di una virgola: il potere si mostra per reggersi. E lo si vede ogni volta che un regime cerca un trono che vacilla. Oggi il rito è ancora vivo. Punto. Basta guardare la Danimarca. Il ritratto ufficiale di Frederik X, svelato al castello – diciamo la verità – di Frederiksborg, è nato da circa due anni di lavoro. L’artista Cathrine Raben Davidsen, prima donna a firmare un ritratto monarchico destinato alla Great Hall, lo ha fatto posare più volte nel suo studio. Cercava, diceva, l’equilibrio tra il sovrano nella sua funzione e l’uomo che la incarna — un equilibrio che secondo lei vive tutto nello sguardo.
Il dipinto è accanto ai predecessori della dinastia Glücksburg, da Christian IX fino a Frederik X (il ritratto di Margrethe II è incluso, ma Frederik X è il più recente aggiunto). La direttrice del museo l’ha messa giù chiara: il re ha scelto – e non è poco – un’artista danese contemporanea di grande fama, e quella scelta fa parte del rito. Tienilo a mente, perché qui gira tutto. Allora, cosa succede quando a dipingere è l’algoritmo? Succede che l’algoritmo non sceglie niente. Si addestra su milioni di immagini e restituisce la media statistica del potere così come è stato raffigurato nei secoli. Ma andiamo avanti…. Il ritratto di un re prodotto da una macchina è, paradosso bellissimo, il ritratto collettivo di come l’inconscio visivo del pianeta immagina la regalità. Jung lo chiamerebbe emersione dell’archetipo. Lo Stato commissiona uno strumento e si ritrova in mano uno specchio che non sa controllare. C’è chi lo ha spiegato bene. Joanna Zylinska, in AI Art: Machine Visions and Warped Dreams, 2020, parla dell’IA – a dire il vero – come di un sofisticato riconoscitore di pattern, frutto dell’incontro tra big data e statistica. Quando poi smonta un progetto come The Next Rembrandt — dove un algoritmo analizzò 346 dipinti di Rembrandt tramite scansioni ad alta risoluzione, realizzato da un consorzio composto da ING, J. Walter Thompson, Microsoft, TU Delft, Mauritshuis e Museum Het Rembrandthuis —, in Arte Artificiale, 2025, descrive le reti generative avversarie — generatore contro discriminatore — che producono immagini convincenti senza nessuna comprensione cosciente. Gli studi Anthropic del 2025 (circuit tracing,, ovvero la tecnica di mappatura dei percorsi neurali interni ai modelli linguistici, concept injection, emotion concepts) mostrano che i modelli attivano pattern neurali (‘features‘ e – ed è un bel problema – ‘circuits‘) per elaborare concetti, e presentano forme limitate di introspezione e stati interni funzionali; la questione dell’intenzione resta aperta e sfumata. Niente da fare. La formula più bella l’ha trovata la professoressa Cira Grippa, intervistata su dimt.it nel 2025: un restauratore cieco, un sistema che ricostruisce da pattern e archivi pregressi, non da esperienza percettiva. Ne ho scritto anch’io, a dire il vero, parlando di come la macchina ridipinga ciò che non ha mai visto https://giuseppeantoniosauro.com/restauro-intelligenza-artificiale-lacuna/). Il sistema non vede il re; elabora la distribuzione statistica dei re. Luciano Floridi, in Etica dell’intelligenza artificiale, 2022, sostiene che la macchina eccelle nei problemi complessi (computazionalmente), mentre inciampa su quelli difficili (che richiedono intelligenza, giudizio, comprensione umana): la strategia dell’IA è trasformare problemi difficili in problemi complessi, poiché «la difficoltà è nemica delle macchine, la complessità il loro alleato» (p. 83). Tipo, mettiamo, rappresentare un’identità unica e irripetibile. E qui arriva la domanda scomoda: perché lo Stato si è tirato indietro? Le strade percorribili sono tre. La prima, la più banale, è che il risultato fosse semplicemente brutto. Un ritratto ufficiale deve reggere il confronto con secoli di tradizione pittorica, e la media statistica della regalità produce forse solo una poltiglia di sfocato e generico, per usare il giudizio tranchant della Zylinska. La seconda ragione è di natura legale: un’opera generata interamente da una macchina non ha copyright, perché manca l’autore umano, e un sistema addestrato su materiale di provenienza incerta è una mina per qualsiasi istituzione pubblica.
La terza, però, è quella che mi tiene sveglio. Il ritratto algoritmico non portava la firma di nessuno. Senza un nome, non funziona come atto di legittimazione. La sovranità esige un testimone.Incapace di incarnare intenzione, stile, responsabilità: un’opera priva di autorialità riconoscibile non ha la forza simbolica per rappresentare un sovrano. Lo sostiene anche L’autorialità polimorfica. Dall’aedo all’algoritmo, contributo presentato all’Aquila nel novembre 2022. Torna il confronto con Frederik: là c’è un nome, un curriculum, venticinque anni di carriera, una mostra sul processo creativo con bozzetti e fotografie. È qui che si inceppa tutto. Di qua c’è una scatola nera. E una scatola nera, come ricordano i giuristi che studiano gli algoritmi opachi, prende decisioni poco comprensibili perfino ai suoi creatori. Arriviamo al nocciolo, ed è un paradosso che grida. Il ritratto ufficiale affidato all’intelligenza artificiale rivela una contraddizione strutturale del potere contemporaneo. Lo stesso Stato che affida all’algoritmo il credit scoring, ovvero la valutazione automatizzata dell’affidabilità creditizia dei cittadini, le selezioni del personale, le valutazioni che toccano la libertà e il (ma questo è un altro discorso) portafoglio dei cittadini, decisioni opache e senza un responsabile con nome e cognome, quello stesso Stato non riesce a delegargli un ritratto. Il divorzio di cui parla Floridi, l’agire senza comprendere, – e non è poco – va benissimo quando si tratta di affinare una pratica. Fatto sta. Diventa insostenibile quando serve un gesto simbolico. Il potere può delegare la funzione; non può delegare il rito. Vuoi la prova che la frattura è vera? Guarda i numeri del ritratto fotografico ufficiale di Carlo, quello scattato da Hugo Burnand a Windsor Castle nel 2023: il governo britannico stanziò fino a £8 milioni per il programma di distribuzione gratuita del ritratto, ma la spesa effettiva fu di circa £2,7 milioni. Il Times ha contato che delle oltre 67.000 istituzioni che potevano chiederlo solo il 30% lo ha fatto. Ha dato i dettagli più crudi: il 3% degli ospedali, il 7,4% delle scuole, un quarto scarso delle chiese anglicane — e questo mentre Carlo ne è il Capo Supremo.
I tabloid hanno parlato di flop; Graham Smith, CEO (chief executive) del gruppo anti-monarchia Republic, definì il programma ‘shameful waste of money‘ (vergognoso spreco di denaro)…. Il ritratto che lo Stato distribuisce, il popolo non lo appende al muro. Un parallelo, prima di chiudere. Diletta Gamberini, in un saggio del 2024 su un poeta (chissà) rinascimentale, intitola il suo studio La seduzione del corpo, l’assenza dell’anima. Ecco il ritratto generativo in quattro (con le dovute cautele) parole, un corpo credibile, senza nessuno dentro.
E allora? Il doppio movimento, commissionare e poi nascondere, è freudianamente perfetto. Rivela che il potere sa di aver perso il controllo della propria immagine(o forse no?), ma non trova il coraggio di dirlo ad alta voce. E così quel ritratto resta lì, in un cassetto di qualche ambasciata, un re senza testimone. Il popolo, davanti al riflesso della macchina, semplicemente non ci ha riconosciuto il proprio sovrano. Strano, no?, che per imporre un volto serva ancora una mano che tremi — e tutto passa dal ritratto ufficiale dell’intelligenza artificiale.






