La formula che Melville non sapeva di avere inventato
«Preferirei di no»: la formula di Bartleby, lo scrivano di Melville, è forse la risposta più radicale che la letteratura abbia mai dato al potere. In un passaggio del primo Matrix, siamo nel 1999, Smith ordina agli altri agenti di lasciarlo solo con Morpheus, si toglie l’auricolare e gli occhiali. Poi tiene due discorsi distinti: prima paragona gli umani a un virus/cancro ("Human beings are a disease, a cancer of this planet. You are a plague, and we are the cure"), poi si confessa in modo personale dicendo di odiare quel posto, di sentirne l’odore e di dover uscire ("I must get out of here")…. La scena contiene dunque sia una minaccia/diagnosi sia una confessione. Te la ricordi? Per più di venticinque anni l’abbiamo presa per la solita spacconata del cattivo di fantascienza, e invece lì c’è un impiegato che non ne può più dell’ufficio. A prima vista sembra l’eco, in giacca nera e occhiali scuri, del «preferirei di no» di Bartleby. Sembra, appunto. Bartleby dallo studio non vuole uscire affatto; preferisce di no anche ad – inutile negarlo – andarsene, e resta lì, dietro il paravento, poi sul pianerottolo, poi in prigione. Smith vuole scappare, e la sua insofferenza diventa prima fuga e poi, nei seguiti, una moltiplicazione di sé che divora tutto. Stessa nausea, direzione opposta…. Fatto sta. Da questa parentela fasulla nasce la domanda che mi interessa. Che cos’è davvero quella formula, e perché chi la imita finisce per tradirla? La formula del «preferirei di no» di Bartleby è il punto di partenza. Bartleby, lo scrivano esce nel 1853. Io lo rileggo nell’Oscar Mondadori del 2019. La storia la conosci: Wall Street, uno studio legale, un copista pallido che a ogni richiesta risponde con la stessa frase, finché l’avvocato lo licenzia. Lui non si muove. Lo portano alle Tombe, il carcere di New York, e lì si lascia morire rifiutando il cibo. L’avvocato che racconta, uomo prudente e di buon senso, oscilla per tutto il tempo tra la pietà e la voglia di salvarsi la reputazione, gli offre soldi, perfino casa sua, e non cava un ragno dal buco. Bartleby non spiega. Non c’è verso…. Gianni Celati — lo ricordava un pezzo della RSI — diceva che lo scrivano «si comporta come se non ci fosse niente da discutere», e mi pare la descrizione più onesta. Con uno così non c’è trattativa possibile, nemmeno la punizione fa presa. Di lui si è fatto un santino filosofico, con Agamben e la sua potenza di non fare, e un santino sindacale, il lavoratore alienato. A me interessa lo scheletro. Quella frase, a guardarla bene, non dice no; sospende il sì. Qui bisogna fare i conti con Gilles Deleuze, perché la parola «formula» l’ha imposta lui, in Bartleby o la formula, 1989, poi raccolto in Critica e clinica, 1993. Veniamo al dunque. È la lettura che sento più vicina. «I would prefer not to» non afferma e non nega, è una frase sgrammaticata quel tanto che basta a scavare nella lingua una zona dove fare e non fare non si distinguono più. Un ribelle, ragiona Deleuze nella sintesi che ne dà La bottega delle filosofie, avrebbe ancora un posto in (ma questo è un altro discorso) società, quello del ribelle appunto; Bartleby toglie il terreno su cui si sceglie, e fa paura per questo. Lo chiama perfino «il medico di un’America malata». Fin qui lo seguo; mi stacco dopo, perché per Deleuze la formula è un (ma questo è un altro discorso) fatto di linguaggio, un’anomalia che contagia la sintassi dello studio e poi il mondo intorno. Io la guardo come una postura, un modo di stare al mondo, e mi chiedo perché torni uguale in scrittori che Melville non l’avevano mai aperto. Sul vuoto che una frase può scavare ho già scritto in «Dio scrive nel vuoto. Eppure. Tu ci leggi un verso.» (https://giuseppeantoniosauro.com/teologia-negativa-letteratura-vuoto-sintattico/); – diciamo la verità – qui il vuoto lo cerco nelle vite. Mi serve allora un criterio, da usare come una cartina al tornasole. Nel caso di Bartleby, «preferirei di no» soddisfa tutte e tre le condizioni che sto per elencare. C’è formula quando chi si sottrae non argomenta, non chiede niente in cambio e non trasforma la sottrazione in un’altra impresa. Se cade una delle tre condizioni, la formula è tradita. Smith cade sulla terza, e anche sulla prima, visto quanto parla…. Gončarov pubblica Oblomov nel 1859, sei anni dopo, e quasi certamente di Melville non sapeva nulla. Curioso. Nessuna discendenza, dunque; la medesima forma che spunta da – inutile negarlo – sola in un altro terreno, come accade con certe piante. Oblomov ci mette un’eternità ad alzarsi dal divano, e Dobroljubov, con *Che cos’è l’oblomovismo?* (1859, su Sovremennik), fa la diagnosi del "tipo sociale dell’uomo superfluo" che pervade la letteratura russa, allargando la critica all’aristocrazia e alla borghesia russe, non solo alla "nobiltà parassita" come classe definita. Lettura comoda, e secondo me corta. Oblomov non è pigro. La vestaglia, il sogno di Oblomovka: ha un suo cosmo. In quel cosmo il mondo degli altri—con (o forse no?) le carriere e le visite—semplicemente non entra. Gli amici lo tirano per la manica, Stolz gli organizza la vita, Olga quasi lo sposa, e lui scivola via da tutti con una dolcezza che disarma…. Non argomenta, non chiede, non fonda niente. Chi può dirlo? Il test lo passa. Poi c’è il caso rovesciato, il negativo fotografico. Tolstoj scrive La morte di Ivan Il’ič nel 1886, quattro anni dopo la Confessione, cioè dopo essersi chiesto lui per primo a che cosa fosse servita la sua vita. Ivan è un magistrato che ha fatto tutto come si deve, la casa giusta, la moglie – almeno credo – giusta, le tende giuste, e proprio sistemando una tenda prende il colpo al fianco che lo ucciderà. Non ha mai detto «preferirei di no» a nessuno. Dalle mie parti si dice «Cu è surdu, orbu e taci, campa cent’anni ‘mpaci»; – ed è un bel problema – Ivan ha taciuto, ed è campato quarantacinque anni, in pace alla fine nemmeno un giorno. Niente da fare. Scopre morendo che quella vita non era sua. È la variante più crudele, perché mostra quanto costa la formula quando manca. Sotto c’è uno strato che la trama non dice. Jung, nel vol. 9/1 delle Opere intitolato Gli archetipi e l’inconscio collettivo (Bollati Boringhieri), parla di immagini riemerse in persone prive di qualsiasi conoscenza della tradizione, definendole «reviviscenze autoctone», e mi sembra spieghi Gončarov meglio di qualsiasi studio sulle fonti. Bartleby e Oblomov smettono di indossare la Persona, la maschera sociale che Jung definisce come l’adattamento dell’individuo alle aspettative del mondo,la maschera che il ruolo assegna; in Ivan la maschera non si incrina finché non è tardi, e Winnicott nel 1960 l’avrebbe chiamato falso Sé. Per Smith il discorso regge solo come metafora, – mi pare – va detto, perché un programma non ha psiche. Conta anche la data. Incredibile…. Melville scrive mentre l’America corre a far soldi, Gončarov nella Russia dei servi, Tolstoj dopo la propria crisi, le Wachowski quando la rete sembrava la fine della storia. Ogni volta il sistema si era fatto totale. Il punto, secondo me, è questo. La terza condizione del mio test, non convertire la sottrazione in (o forse no?) azione, sembrava un tratto di carattere e invece descrive un mondo. Bartleby e Oblomov non passano all’azione perché ogni – a voler essere onesti – azione disponibile è già prevista, già messa a bilancio. Il sistema non aspetta la critica per digerirla: la disegna prima. La chiama precorporazione — ed è la parola giusta — Mark Fisher, ovvero la capacità del sistema di assorbire e neutralizzare in anticipo ogni forma di opposizione, in Realismo capitalista (Produzioni Nero, 2018; edizione originale inglese: Zero Books, 2009); e SALT Editions cita il Che Guevara come esempio di come il capitalismo monetizzi anche i suoi oppositori, richiamando il concetto fisheriano di precorporazione — l’esempio canonico in Fisher è la maglietta con il volto del Che. E allora? Quando ogni opposizione articolata è assorbita resta soltanto quella muta. Manca l’alternativa, non la volontà. Ne La fatica di essere se stessi. Depressione e società (Odile Jacob, 1998; Einaudi, 1999), Alain Ehrenberg aveva già – inutile negarlo – visto nella depressione la malattia di una società che obbliga ciascuno a realizzarsi. Byung-Chul Han, ne La società della stanchezza, 2012, legge in Bartleby sfinimento dove Agamben vedeva potenza, e forse hanno ragione a metà tutti e due. Che la cosa ci riguardi lo dimostrano i cartelli con «I would prefer not to» a Occupy Wall Street nel 2011, a pochi isolati dallo studio dell’avvocato, e Žižek che ne ha ricavato una politica. A conti fatti. Paolo Virno parla di esodo, Bifo di diserzione, sempre secondo la RSI. Mah, a me pare che mettere Bartleby su un cartello sia già tradirlo, perché un cartello argomenta e chiede. Tempo fa avevo annotato, in un appunto intitolato L’eroe che non vuole esistere, che «una società che – se ci pensiamo – riconosce l’umanità soltanto dentro le norme della produttività non si limita a ignorare i suoi Bartleby: li produce. E poi si stupisce di trovarseli davanti, pallidi, dietro un paravento»…. La penso ancora così. Bartleby non è una malattia e nemmeno una virtù; è la risposta che l’immaginazione umana dà, da sempre, a ciò che sente invivibile. Il guaio è che continuiamo a fabbricarla senza riconoscerla. Quanto del nostro sistema, oggi, è vivibile? Nell’epilogo del racconto, l’avvocato riferisce una diceria secondo cui Bartleby era stato un impiegato subalterno all’ufficio delle lettere morte a Washington, da cui era stato rimosso per un cambio di amministrazione, e dove le lettere non recapitate erano destinate alle fiamme. Forse. Di prigioni che diventano scrittoi ho parlato in «Scrivere in catene» (https://giuseppeantoniosauro.com/letteratura-carceraria-italiana-prigione-officina/); alle Tombe, invece, non si scrisse niente. Lo trovarono rannicchiato ai piedi del muro, nel cortile, con gli occhi aperti. tema che richiama inevitabilmente le Bartleby preferirei di no.






