**Dio scrive nel vuoto. Tu ci leggi un verso.**
Teologia negativa e letteratura condividono lo stesso strumento segreto: il vuoto sintattico. C’è un frammento in Attesa di Dio di Simone Weil che nessuno legge come si dovrebbe. Il greco è spezzato, rotto, con quelle pause che sembrano dimenticanze e invece sono architettura. Tutti lo prendono per diario spirituale: gli appunti di Simone Weil. Morì di tubercolosi, aggravata da privazioni alimentari volontarie, nel sanatorio di Ashford il 24 agosto 1943. Nessuno, che io sappia, ha mai fatto la cosa più ovvia: leggerlo come si legge un verso. Se scandisci le cadenze con pazienza, scopri che quel greco frammentario ha il respiro dell’inno orfico. Non è prosa che inciampa: è metrica che sceglie di tacere. Da qui parte tutto.
La domanda che ne esce è di quelle che tolgono il sonno: cosa succede quando il filosofo, il mistico e il poeta afferrano lo stesso attrezzo—il vuoto sintattico—per dire ciò che non si può dire? Perché il sospetto, secondo me, è questo. Non stanno facendo tre mestieri diversi…. Il punto è questo. Stanno praticando lo stesso. Prendi la décréation weiliana,, il processo weiliano di ritiro del sé verso l’increato, che è ‘faire passer du créé dans l’incréé‘ (non nel nulla: quello è la – diciamo la verità – destruction), che Weil espone nei suoi quaderni e nel libro postumo La pesanteur et la grâce (Plon, 1947). Il sé non si annulla ma si ritira verso l’increato, in un atto d’amore che imita il ritiro – inutile negarlo – di Dio nella creazione: non è un mero ‘cancellarsi’, ma un consenso a non esistere separatamente da Dio. Un movimento voluto, non subìto.
Ora tieniti forte: questo stesso movimento lo trovi identico dove non lo cercheresti mai, in Mallarmé. Il poeta toglie il soggetto dalla frase, smonta la – a voler essere onesti – sintassi finché il verso resta sospeso senza chi parla…. Il soggetto che si toglie dal verso e il soggetto che si – e non è poco – toglie davanti a Dio non sono un paragone carino: sono la stessa operazione…. Strutturale, non decorativa. Difficile a dirsi. Leggi lì dentro, se vuoi, la stessa décréation, tradotta in lingua ecclesiale. C’è un’immagine che mi ha sempre inchiodato: viene da Ariosto. Nel canto XIV dell’Orlando Furioso, l’arcangelo Michele cerca il Silenzio, personificato, che trova infine nella Casa del Sonno, descritto con scarpe di feltro e mantello bruno. Lo cerca nei conventi, dove uno se lo aspetta, ma non c’è. Nel canto XIV la Discordia dice di non aver mai visto il Silenzio e suggerisce di chiedere alla Frode, che indica la Casa del Sonno come luogo dove trovarlo. Ecco il decreamento in figura: il soggetto si è cancellato e sopravvive soltanto il segno del vuoto che lasciava.
Il sacro si è ritirato in punta di piedi, e noi corriamo dietro a un’orma. Il divorzio tra pensiero e canto—il momento in cui abbiamo smesso di sentire l’orma come presenza e l’abbiamo trattata come polvere. Ma questa faccenda del negare per dire – almeno credo – non l’ha inventata Weil, e nemmeno Mallarmé. Bisogna risalire, e parecchio. Forse. Lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita, quel misterioso teologo del V o VI secolo che nessuno sa chi fosse davvero, costruisce un edificio dove ogni cosa che dici di Dio va subito negata…. Dio è buono? Sì, ma non nel senso in cui lo intendi tu, quindi no. Dio è luce? Certo, ma è anche tenebra più della tenebra. È l’apofasi,, ovvero la via negativa che nega ogni predicato di Dio per avvicinarsi all’indicibile, la teologia negativa. Strano, no? Il rapporto tra teologia negativa e letteratura nasce proprio qui: nel momento in cui il linguaggio si rifiuta di chiudere ciò che descrive. P. Scazzoso, nel suo volume Ricerche sulla struttura del linguaggio dello Pseudo-Dionigi Areopagita (Vita e Pensiero, Milano, 1967), ne ha smontato la sintassi: il modo in cui il linguaggio si morde la coda. Questa macchina del dire-e-disdire non muore col Medioevo. Passa per Meister Eckhart, attraversa il Romanticismo tedesco, arriva a Novalis e ai suoi Inni alla notte, e finisce, per strade mai dichiarate, dentro il Simbolismo.
Un coup de dés di Mallarmé, 1897, con quel bianco della pagina che non è pausa tipografica ma presenza. Il vuoto che pesa. Il numinoso che sta proprio dove non c’è inchiostro. Vale la pena dirlo: già i Padri greci l’avevano capito. Gregorio Nazianzeno, nel IV secolo, sosteneva che chi apre bocca deve essere sicuro che quel che dice sia migliore del silenzio; altrimenti stia zitto. E invece no. Così il silenzio diventa stato normale (chissà) e la parola eccezione che va giustificata. Rovescia tutta la nostra idea di comunicazione, no? E lo stesso Dante, che di silenzi se ne intendeva, costruisce un lessico dove la luce può essere «muta».
Mette insieme il buio e il silenzio come se fossero la stessa privazione, usando un verbo assurdo—un sole che tace. Il vuoto dei sensi che diventa figura del vuoto metafisico. Henry Corbin, che di queste cose era maestro, ha lasciato una frase che mi porto dietro: «Il simbolo è cifra e silenzio, dice e non dice». Dice e non dice. Tienila a mente, perché è la chiave. Tutt’altro. E qui arrivo al punto che, secondo me, tiene su tutto il ragionamento. La tesi è brutale: ogni sistema che – ed è un bel problema – voglia dire il sacro finisce per fabbricare letteratura. Non per vezzo, non perché il mistico abbia velleità artistiche. Per necessità logica. Se ti avvicini al limite del dicibile, il linguaggio si mette a fare cose strane, prende forme ritmiche, ripetitive, paradossali. La litania. L’anafora. La reticenza. Difficile a dirsi.
Sono le stesse armi del poeta. Il teologo che balbetta e il poeta che spezza – se ci pensiamo – il verso stanno usando la stessa cassetta degli attrezzi. Ed è qui che entra Jung, che su questa faccenda ha detto la parola più precisa. Il simbolo, per lui, è la cosa che dice il massimo con il minimo, proprio perché il contenuto è troppo grosso per starci dentro la forma. In L’uomo e i suoi simboli, Jung scrive che «una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato», un aspetto inconscio che non si lascia né definire né spiegare fino in fondo. Il simbolo non spiega. Qui casca l’asino. Emoziona. Ti tocca in un punto dell’anima dove non c’è spazio né tempo.
Nelle mie note di lettura, anni fa, avevo segnato che Jung mostra come l’inconscio collettivo custodisca un’eredità psicologica archetipica comune a tutta l’umanità. Ed è esattamente il motivo per cui una litania medievale e un verso simbolista ti risuonano dentro allo stesso modo, pur non avendo niente da spartire sulla carta. Bachofen, il grande studioso del matriarcato antico, l’aveva già intuito: «Le parole rendono finito l’infinito, i simboli portano la mente oltre i confini del finito nel regno dell’essere infinito». Il linguaggio ordinario recinta, mette paletti. Il simbolo abbatte lo steccato. E c’è un dettaglio junghiano che trovo commovente: un simbolo è vivo finché resta carico di un senso che non sai ancora formulare. Nel momento in cui lo capisci del tutto, in – ed è un bel problema – cui lo riduci a concetto pulito, il simbolo muore. Diventa un segno da vocabolario. Ecco.
Perde la sua carica, quella cosa che Jung chiamava numinoso. Mario Trevi, che ha lavorato per anni su questa roba, parlava del simbolo come «singolarità» inesauribile, non riducibile a un significato puntuale: nessuna interpretazione lo chiude mai del tutto, e proprio per questo continua a lavorarti dentro, a produrre trasformazione. La Funzione Trascendente, secondo Jung, è la funzione psichica che realizza trasformazioni della personalità con la cooperazione tra conscio e inconscio: quando (ma questo è un altro discorso) l’Io entra in tensione con tendenze inconsce opposte, si attiva un processo che tende a un nuovo equilibrio, mediato dalla produzione di simboli. Del resto la parola stessa lo confessa: symballo, in greco, vuol dire «mettere insieme». Ponte tra conscio e inconscio, tra quel che si mostra e quel che si nasconde. Non solo mistici e filosofi, comunque. Leopardi, mica un devoto, definiva il silenzio «il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore (anche nei momenti dolci), dell’ira, della maraviglia, del timore». Non l’assenza di parola, ma il suo vertice. Fatto sta. E John Cage, nel 1952, con quei suoi 4’33” di pianoforte che non suona, ha messo suono e silenzio alla pari davanti alla musica. Come in architettura il vuoto regge la struttura quanto il pieno. Il silenzio è forma, non buco nella forma. Su come il non detto possa spaventare più del detto avevo scritto altrove, se t’interessa il rovescio politico della faccenda (“La chitarra non spara, ma fa più paura“, https://giuseppeantoniosauro.com/cantautorato-politico-italiano-chitarra-paura/). Allora torniamo a Weil, e chiudiamo il cerchio…. Scrivere su Dio, fare la filosofia del nulla, tirare su un poema simbolista: sono tre modi di praticare lo stesso genere. È il genere che nasce dall’incrocio tra teologia negativa e letteratura, e che la tradizione italiana conosce a menadito. Niente da fare. Un genere che non ha un nome nei manuali, eppure la tradizione italiana lo conosce a menadito. Dalla lauda francescana al Cantico di Francesco d’Assisi, fino a Ungaretti. Prendi «Mattina»: «M’illumino / d’immenso». Quattro parole, due versi ternari distinti che insieme formano un settenario spezzato, e dentro ci sta l’infinito. Il massimo detto col minimo
. Bice Mortara Garavelli, in Silenzi d’autore (Laterza), ha scritto pagine limpide su questo: il silenzio non è il grado zero della comunicazione, è un linguaggio a sé, capace di dire ciò che la parola non arriva a dire…. Giovanni Pozzi, in Tacet (Adelphi, 2013), aveva trovato l’immagine perfetta: il libro «colmo di parole, tace». Ci pensi? Fatto sta. L’oggetto più pieno di lingua che esista, e tace. Paradosso puro. Dio scrive nel vuoto, e la letteratura, con le parole, prova a leggere che cosa quel vuoto contiene. C’è un posto, però, dove questo genere raggiunge la sua forma più insostenibile. Primo Levi fu internato a Buna-Monowitz (Auschwitz III), campo di lavoro annesso al complesso di Auschwitz: «Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.» (Primo Levi, Se questo è un uomo) E il cielo, annota, «era silenzioso e vuoto»…. Qui il silenzio non è più estetica, non è più raffinata poetica del non detto. È il silenzio di Dio davanti allo sterminio, quello che anche Elie Wiesel ha inchiodato ricordando come «all’epoca non sapevamo. Non sapevamo che il mondo libero sapeva». Il genere letterario del vuoto, portato al suo estremo, smette di consolare e comincia ad accusare. Chi può dirlo? Il Sud, da Pitagora in poi, questa cosa la masticava. Pitagora, che era di Samo ma fondò la sua scuola a Crotone, la mia città, sosteneva che i pianeti fanno musica, un concerto cosmico che non sentiamo perché ci siamo dentro dalla nascita, come chi vive accanto alla ferrovia e non ode più i treni. Il silenzio, per lui, era solo il (con le dovute cautele) rumore dell’universo che non sappiamo più ascoltare. Il vuoto tra i numeri contava più dei numeri. C’è un detto, dalle mie parti nel Marchesato: «a megghiu parola è chira cu si dìcia», la parola migliore è quella che non si dice. Il che, letto al contrario, suona quasi come un avvertimento: tutte le altre, – per quanto strano – quelle che non trovano voce, restano lì, nel bianco della pagina, a pesare. Non c’è verso. Weil lo sapeva, morendo di fame e scrivendo in greco spezzato. Non le mancavano le parole. Le stava togliendo.






