La santa che non sapeva leggere scrisse il libro più letto
Il Caterina da Siena Dialogo è nato dalla voce di una donna che non sapeva scrivere il proprio nome. Nel 1970 la Chiesa l’ha proclamata Dottore, cioè maestra ufficiale della dottrina. Nel 1970 la Chiesa l’ha proclamata Dottore, cioè maestra ufficiale della dottrina. Sullo stesso scaffale di Agostino e Tommaso d’Aquino. Ma dai, fermiamoci un attimo su questo cortocircuito. Una donna del Trecento, senese, che non aveva mai frequentato una scuola di grammatica, non poteva leggere la Vulgata né sfogliare un trattato, eppure produce uno dei vertici assoluti della prosa italiana. Come diavolo è possibile? Cominciamo dalla scena concreta, perché è lì che si capisce tutto. Tra la fine del 1377 e l’ottobre del 1378, Caterina detta. Non scrive: detta. E invece no. Pone a Dio le domande suscitate dalla realtà quotidiana e registra quanto le viene dato di intendere. Attorno a lei stanno i segretari, i discepoli, i confessori: uomini con la penna in mano, chini sul foglio, che inseguono la sua voce in estasi. Il suo confessore, Raimondo da Capua, l’ha scolpita in una formula che vale più di mille studi: «con la mente parlava con il Signore, con la lingua del corpo parlava con gli uomini». C’era, praticamente, una doppia linea aperta: una verso l’alto, una verso il basso. E la mano di un altro faceva da ponte. Sai come lo chiamavano, all’inizio, quel testo? Non aveva un titolo pomposo. I discepoli lo chiamavano semplicemente il Libro. Il titolo che oggi conosciamo come Caterina da Siena Dialogo fu coniato da Raimondo da Capua quando tradusse il testo dal volgare in latino. Il titolo Dialogo fu coniato da Raimondo da Capua quando tradusse il testo dal volgare in latino, osservando che l’opera è strutturata come dialogo tra il Creatore e l’anima. Ecco un dettaglio grosso: il nome dell’opera nasce dalla mano del trascrittore, non da quella dell’autrice. Difficile a dirsi. Tienilo lì, perché ci torneremo. Ora, la lingua. Perché il Dialogo è in volgare senese e non in latino? La risposta pigra è: perché Caterina non sapeva il latino — umiltà, ripiego, necessità. Mah. Secondo me il punto è un altro, e molto più grosso.
E allora? La lingua che parli non è mai neutra: è già una teologia. Pensa a Lutero, che un secolo e mezzo dopo traduce la Bibbia in tedesco e con quell’atto fa saltare in aria l’idea che il sacro debba passare solo passando per la lingua dei chierici. La lingua vernacolare, quando tocca Dio, è sempre un gesto politico e religioso. E qui c’è la cosa che mi ha lasciato di sasso: il testo più alto della mistica italiana del Trecento non scende dall’accademia, sale dal basso, dalla bocca di un’analfabeta. E non è un caso isolato, sia chiaro. C’è tutta una tradizione dietro. Fatto sta. Luisa Muraro l’ha chiamata, con una formula bellissima, una teologia in lingua materna: un sapere teologico non accademico né istituzionale, ma vivo, soggettivo e tramandato passando per canali informali. Il modello, dice Muraro nel Dio delle donne (2020), è Margherita Porete, la beghina, ovvero una donna laica dedita alla vita religiosa al di fuori degli ordini monastici, bruciata sul rogo nel (ma questo è un altro discorso) 1310: il testo, scritto in volgare, la lingua della nutrice, è strutturato come dialogo tra Amore, Anima e Ragione. Guarda che parallelo: dialogo pure lì. La lingua materna che diventa lingua di Dio. Non è ripiego, è scelta — anche quando chi la fa non sa di farla. E qui arriva la domanda che tiene insieme tutto: chi è l’autore? Voglio dire, davvero. Raimondo trascrive, ma la voce è di Caterina. Strano, no? Caterina parla, ma dice di non parlare lei, di ricevere…. Allora il testo di chi è? La cosa è più antica e più radicale di quanto sembri. Nel Medioevo l’anonimato era la regola, non l’eccezione. Monica Vannucci, nel suo studio La firma dell’artista nel medioevo (Pacini, 1987), lo dice con nettezza: l’anonimato era la condizione ordinaria dell’artista. L’opera era offerta a Dio o alla comunità dei fedeli, non all’affermazione individuale dell’esecutore. Il pittore, il mosaicista sparivano dentro l’opera.
E Caterina fa qualcosa di ancora più estremo: sparisce due volte, come donna e come mistica. Qui, lo confesso, la mia lente junghiana si accende da sola. Chi può dirlo? Jung parlava di funzione trascendente, ovvero la capacità psichica di mediare tra conscio e inconscio producendo contenuti nuovi,, di un contenuto che emerge dall’inconscio *bypassa*ndo l’Io cosciente. Il testo dettato in estasi è esattamente questo: una produzione che non passa dal controllo vigile dell’autore. Anzi. È proprio perché l’Io si eclissa che la parola trova forma. Ho annotato una frase da L’uomo e i suoi simboli che qui calza: «solo chi è capace di leggere il linguaggio simbolico dell’inconscio può sanare la frattura tra il dominio tecnico della natura e l’incapacità di governare se stesso»…. Ecco, Caterina governa se stessa proprio smettendo di governarsi. E invece no. La letteratura, quella grande, nasce spesso dove l’autore fa un passo indietro. E c’è di più, un dato teologico preciso che spiega perché tutto ciò non sia visto come frode ma come garanzia. Lo studio di Hildegard Elisabeth Keller sulla mistica femminile medievale mostra come la comunicazione mistica non passi con l’apprendimento tradizionale, ma via visioni e testi autobiografici…. Le mistiche trasmettono un sapere «segretamente acquisito». E allora, senti questa: non è la capacità di leggere a generare il testo, ma il canale mistico stesso. La scrittura diventa dettatura divina, e l’analfabetismo cessa di essere un’anomalia per trasformarsi in garanzia di autenticità spirituale. Capovolto tutto. E così sia. Il non-saper-leggere, che dovrebbe squalificare, diventa la prova. Strano, no? Ma attenzione a non liquidare il Dialogo come pura effusione (ma questo è un altro discorso) spontanea, come se la voce dettata fosse un fiume senza argini. Aspetta. Quel testo è costruito. Le immagini — il fiume, il mare, il ponte — non cadono a caso; tengono, si richiamano, edificano un’architettura…. Questa è la ragione per cui è considerato vertice della prosa italiana del Trecento e della spiritualità cristiana. Il Caterina da Siena Dialogo resta, a distanza di secoli, un testo costruito con rigore architettonico nonostante la sua origine orale. A conti fatti. E qui il confronto con Dante viene da sé
. Due modi opposti di fare grande letteratura religiosa in volgare: Dante il letterato sommo che costruisce con calcolo geometrico, Caterina l’analfabeta che detta. Lei non aveva letto la Commedia, quasi certamente. certamente davvero. Eppure respirano la stessa aria, quella del volgare illustre che stava diventando lingua capace di reggere Dio e il cosmo. Due strade, tutte e due necessarie. Su come il Sud e le periferie sapessero scrivere prima ancora di essere riconosciuti ne ho parlato altrove (“Il (chissà) Sud scrisse prima di essere cancellato”, https://giuseppeantoniosauro.com/letteratura-meridionale-risorgimentale-sud/), ed è lo stesso meccanismo: la grande parola non chiede il permesso all’accademia. E allora? E che quella parola sia ancora viva lo dice la cronaca. Il Dialogo continua a viaggiare: Zsófia Ágnes Bartók, sulla rivista Italogramma (2024), ha studiato perfino una traduzione ungherese di un brano, – a dire il vero – mostrando come un’opera nata da una donna che non sapeva leggere né scrivere sia divenuta uno dei vertici della letteratura mistica europea. E oggi ne esiste un’edizione critica curata da Giuliana Cavallini, pubblicata dalle Edizioni Studio Domenicano (2017), con testo volgare e traduzione a fronte. Un lavoro filologico serio su un’opera nata dall’oralità. Il paradosso continua: applichiamo il rigore dei manoscritti a una voce. Arriviamo al punto, quello vero. Nel 1970 Paolo VI proclamò Caterina Dottore della Chiesa. Incredibile. Fermati a pensarci sul serio. La Chiesa — istituzione gerarchica, latina, maschile, ossessionata dalla competenza dottrinale — – per quanto strano – riconosce come magistero un testo che non regge nessuno dei suoi criteri canonici. Autorialità? Dettato ad altri. Competenza? Zero formazione. Genere? Una donna, in un’epoca che alle donne non concedeva la parola teologica. Tutto sbagliato, sulla carta. E invece regge. Eppure. Regge perché c’è un unico titolo capace di sostenere il peso di quella lingua: la santità. Ecco, forse è questo che Caterina insegna a – a voler essere onesti – noi che di titoli, competenze e curriculum viviamo ossessionati. Che a volte la verità più alta bypassa ogni credenziale e passa per la bocca di chi, sulla carta, non avrebbe diritto di parola. Ma allora, dico io: quante voci stiamo zittendo oggi perché non hanno il timbro giusto?






