La Città del Sole Campanella: illustrazione della città ideale solariana con cerchie concentriche
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Apocalisse, utopia e rivoluzione ai confini del pensiero

La Città del Sole Campanella non nasce come sogno filosofico: nasce da una cella. Stilo, settembre 1599. Un frate domenicano di trent’anni — calabrese, ionico, figlio di una terra che la corona spagnola tratta come provincia coloniale impoverita — viene arrestato perché vuole rovesciare il governo vicereale e fondare una repubblica teocratica, comunitaria, fondata sul sapere. La congiura fallisce prima ancora di nascere: tradimenti, delazioni, l’apparato repressivo che si muove con la velocità che solo gli imperi sanno avere. Tommaso Campanella viene arrestato nell’agosto-settembre 1599 dopo una congiura antispagnola fallita, e scrive La Città del Sole nel 1602, durante i 27 anni di prigionia: l’opera idealizza la progettata repubblica calabrese, come hanno mostrato gli studi sugli atti processuali campanelliani…. Ecco. Il punto, secondo me, è proprio qui. Non altrove. Difficile a dirsi….

Perché la Città del Sole — quel testo che a scuola ti hanno raccontato come “utopia rinascimentale”, insieme a Moro e Bacone, con la voce neutra di chi spiega un fossile — non è un sogno filosofico…. È una sconfitta riscritta. È il piano operativo di una rivoluzione fallita che, non potendosi più realizzare nella Calabria reale, si trasferisce in una geografia immaginaria sotto l’equatore…. Il frate calabrese fa una cosa che cambierà la modernità: trasforma il fallimento politico in visione letteraria. E inaugura un meccanismo che attraverserà tre secoli, fino a esplodere — perché di esplosione si tratta — nel gennaio del 1799 a Napoli. Vale la pena rallentare. Perché questo meccanismo — rivoluzione impossibile sublimata in utopia — (ma questo è un altro discorso) è il vero filo rosso che lega Stilo a Castel Sant’Elmo. E nessuno, o quasi, lo dice mai con la franchezza che merita.

La Città del Sole Campanella: la congiura come matrice dell’utopia

La storiografia tradizionale ha sempre trattato la congiura calabrese del 1599 come una nota a piè di pagina nella biografia di Campanella. L’episodio “sfortunato” prima del grande pensatore. Eppure. Ma è esattamente il contrario: senza quella congiura, non ci sarebbe una Città del Sole. Tommaso Campanella, frate domenicano calabrese, concepisce La Città del Sole La città ideale dovrà essere governata dal sacerdote-filosofo “Sole”, detto anche “Metafisico“, affiancato da Pon, Sin e Mor (Potestà, Sapienza, Amore), strutturata in sette cerchie di mura concentriche dedicate ai sette pianeti. Ogni dettaglio del progetto solariano corrisponde a un punto concreto del piano insurrezionale: l’abolizione della proprietà privata, il governo dei sapienti, la teocrazia comunitaria, persino l’organizzazione del lavoro in quattro ore al giorno. La Città del Sole è la trascrizione cifrata di quello che doveva accadere e non è accaduto. Il libro è la rivoluzione che continua, sotto altra forma, dalla cella di Castel Sant’Elmo. La Città del Sole Campanella è, in questo senso, il primo grande manifesto politico mascherato da utopia letteraria. Strano no? Quando un’idea politica viene sconfitta sul campo, ha solo due strade: morire, o sublimarsi. Veniamo al dunque. Campanella sceglie la seconda. E la sceglie con una consapevolezza filosofica che a me fa venire in mente — ora che ci penso — quello che Ernst Bloch teorizzerà secoli dopo nel Principio speranza, scritto tra il 1938 e il 1947 e pubblicato in tre volumi tra il 1954 e il 1959; Roger-Pol Droit, in Alice nel paese delle idee per Longanesi a Milano, lo dice in modo bellissimo richiamando Goethe: “Amo chi sogna l’impossibile”. Il testo distingue due impossibili: il trasformabile storicamente (pace globale, giustizia universale) e l’assolutamente irrealizzabile, che “travia chi ci crede”. Campanella appartiene al primo tipo. La sua utopia non è fuga dal mondo: è – se ci pensiamo – il mondo che si rifiuta di accettare la sconfitta. Il substrato calabrese: Telesio e Gioacchino Anche qui c’è da fare un indietro. Niente da fare. Perché — e questo è il punto che gli accademici del Nord raramente dicono con la chiarezza dovuta — non si capisce Campanella senza la Calabria. Non quella folkloristica del peperoncino. Ma quella filosofica. Mia nonna, di Isola di Capo Rizzuto, non aveva letto Telesio. Ma quando diceva certe cose sulla natura, sul tempo, sul lavoro, c’era dentro una visione del mondo che veniva da lontano. E allora c’è Telesio. Bernardino Telesio, cosentino, 1509-1588 — uno che di solito finisce in terza fila, dietro Bruno e Campanella, nella solita triade filosofica calabrese che i manuali liquidano con quattro aggettivi: empirica, speculativa, pratica, visionaria. Già. Come se bastasse. Qui casca l’asino. Il fatto è che il suo De natura iuxta propria principia, uscito a Roma nel 1565, poi ampliato come De rerum natura iuxta propria principia nelle edizioni napoletane del 1570 e del 1586, mica un libercolo scritto di fretta — metteva sotto i piedi l’aristotelismo e ci costruiva sopra qualcosa di radicalmente diverso: una filosofia della natura che partiva dall’osservazione, dal dato concreto, dalla roba che si tocca. Bacone — Francesco Bacone, quello che conta davvero nella storia del pensiero moderno — lo chiamò «il primo dei moderni». Mica poco. Per un uomo di Cosenza nel Cinquecento, viene da chiedersi quanti lo abbiano capito davvero, allora come adesso. E poi c’è Gioacchino. Gioacchino da Fiore (ca. 1130/1135-1202), abate calabrese fondatore dell’ordine florense, elaborò una teologia della storia tripartita — età del Padre, del – per quanto strano – Figlio e dello Spirito Santo — destinata a costituire il fondamento profetico-apocalittico del pensiero utopico medievale e moderno. Campanella se ne dichiara erede esplicito: negli Articuli Prophetales riconosce Gioacchino come un conterraneo dotato di autorità profetica, legando esplicitamente il millenarismo gioachimita alla propria visione storico-politica. E la corrispondenza strutturale è impressionante. Strano, no? La tripartizione campanelliana della storia in età della Potenza, Sapienza e Amore rispecchia la dottrina trinitaria gioachimita delle tre età (Padre, Figlio, Spirito Santo)…. La terza età — quella dell’Amore — corrisponde alla società descritta nella Città del Sole. Persino la geometria sacra sembra parlare la stessa lingua: la Dispositio novi ordinis di Gioacchino e la Città del Sole condividono un immaginario ordinato, concentrico, simbolico, in cui architettura e profezia coincidono…. Capisci? La Calabria — quella ai margini geografici dell’Europa — produce in quattro secoli due architetture mentali che ridisegnano l’intero immaginario rivoluzionario occidentale. C’è un libro alla base di Germana Ernst, Tommaso Campanella. Il libro e il corpo della natura, pubblicato nel 2002 per Laterza, che ricostruisce questo nesso con un’erudizione che ti spinge a riprenderlo in mano. Non c’è verso. Gli studi sull’umanesimo meridionale e sul rapporto Telesio-Campanella illuminano questo legame in modo serio. Il carcere come laboratorio Ventisette anni di prigione. Pensa un po’. Non sono una sospensione del pensiero: sono il pensiero stesso. Campanella usa la cella di Castel Sant’Elmo — la “fossa“, la chiamava — come Gramsci userà tre secoli dopo Turi: come laboratorio. La Città del Sole (1602) proietta una visione escatologica in un modello di società ideale governata da un sacerdote-filosofo chiamato “Metafisico”, fondato su proprietà comune e armonia cosmica. Nei Sonetti filosofici, Campanella si presenta come profeta perseguitato, voce della renovatio mundi contro tirannide ecclesiastica e – e non è poco – politica, articolando il conflitto tra conoscenza vera e potere oppressivo in un manifesto rivoluzionario mascherato da meditazione spirituale. “Manifesto rivoluzionario mascherato da meditazione spirituale”. Punto. Questa è la formula esatta della modernità che nasce. E invece no. Perché — e qui sta il paradosso che attraversa tutto il moderno — quando la rivoluzione fallisce sul piano dei fatti, si rifugia nel piano del simbolico, e da lì lavora sotterraneamente per secoli. C’è un saggio bellissimo di Frances Yates, L’illuminismo dei Rosa-Croce, pubblicato da Einaudi a Torino nel 1976 — originale inglese del 1972 — che ricostruisce questo movimento carsico delle utopie rinascimentali. E poi naturalmente il classico di Karl Mannheim, Ideologia e utopia, scritto in tedesco nel 1929 e pubblicato in italiano da Il Mulino a Bologna nel 1957, dove secondo Mannheim, la mentalità utopica è “in contraddizione con la realtà presente”. Esatto: in contraddizione, non in fuga. A conti fatti, il meccanismo campanelliano è questo: la sconfitta politica genera l’eccedenza utopica, che funziona come riserva immaginativa per le rivoluzioni future. È un meccanismo che attraversa l’Atlantico, – o almeno così sembra – contagia Comenio, arriva fino agli illuministi tedeschi. E torna a casa, in Italia meridionale, esattamente due secoli dopo. Il ritorno: Napoli 1799 Salto di scena. Punto. Gennaio 1799. Il 21 gennaio 1799, a Castel Sant’Elmo, i patrioti proclamarono la Repubblica «una e indivisibile»; Eleonora De Fonseca Pimentel (1752-1799) compose e declamò l’Inno alla Libertà, andato perduto. Castel Sant’Elmo. Lo stesso castello — vale la pena dirlo, perché la storia ha il suo umorismo nero — dove Campanella aveva passato gli anni più duri della sua prigionia. Centonovantasette anni dopo, dentro quelle stesse mura, viene proclamata la prima repubblica democratica italiana. Arrassusia! Dio ce ne scampi e liberi! si direbbe in calabrese. Coincidenza? Boh. Ma andiamo avanti. Ma a uno che ha studiato Jung, queste sincronicità geografiche fanno venire in mente che certi luoghi accumulano archetipi, e li restituiscono. Ne ho scritto un po’ sul mio blog, se ti interessa approfondire il contesto del 1799 napoletano c’è un articolo intitolato “Il 1799 nel Regno di Napoli è uno di quegli anni che sembrano usciti da un romanzo” (https://giuseppeantoniosauro.com/il-1799-nel-regno-di-napoli-e-uno-di-quegli-anni-che-sembrano-usciti-da-un-ro/) che prova a raccontare l’intreccio tra utopia razionalista e resistenza popolare. Il filo campanelliano è esplicito.

La tradizione utopica napoletana affonda nel Settecento: Filangieri elaborò nella Scienza della legislazione una riflessione radicale sul rapporto tra leggi, proprietà e felicità pubblica; la Massoneria propose a Carlo III una «nuova aristocrazia dei virtuosi» — eco secolarizzata delle utopie campanelliane…. Capisci la portata? Il sogno della monarchia universale che Campanella aveva offerto prima alla Spagna e poi — a Parigi, dove era libero e protetto da Luigi XIII e Richelieu — alla Francia, riemerge tradotto in repubblica universale nelle teste dei rivoluzionari napoletani. La forma cambia (teocrazia → democrazia), il meccanismo no: – a voler essere onesti – rifondare il mondo a partire dal Sud, dalla periferia. Pagano elaborò una Costituzione in 372 articoli più la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, mai entrata in vigore. Ti ricorda qualcosa? Mario Battaglini ha curato un’edizione di quei documenti, Mario Pagano e il Progetto di Costituzione della Repubblica Napoletana, pubblicata da Archivio Guido Izzi a Roma nel 1994: leggerli oggi ti fa venire la pelle d’oca per quanto sono moderni. Fatto sta…. Rivoluzione passiva: la diagnosi di Cuoco E qui arriva la diagnosi spietata. Vincenzo Cuoco teorizzò il fallimento come «rivoluzione passiva»: distacco abissale tra élite illuminata e masse popolari, sintetizzato nel canto dei lazzari: «È venuto lu franzese cu nu mazzo de carte ‘nmano. Liberté Egalité Fraternité tu rubbe a me, io rubbo a te». Cuoco scrive il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, pubblicato a Milano nel 1801, che oggi puoi trovare in edizione critica curata da Antonino De Francesco per Laterza a Roma-Bari nel 2014. È il primo libro che capisce, dall’interno, perché le utopie razionaliste falliscono quando atterrano in un Sud reale. Senti, è anche su Treccani se vuoi un primo inquadramento. Ma andiamo avanti…. Gramsci ne farà il pilastro della sua teoria della “rivoluzione passiva” nei Quaderni del carcere, scritti tra il 1929 e il 1935 e pubblicati postumi da Einaudi a Torino. Il punto, secondo me, è questo: il meccanismo campanelliano della “rivoluzione sublimata in utopia” porta in sé un vizio congenito. Quando il sogno si fa progetto e il progetto si scontra col reale, il reale vince. Sempre. Perché i lazzari non leggono Filangieri. Perché — come direbbe il proverbio del Marchesato crotonese — “i guai d’a pignata i sapi sulu a cucchiara ca l’arrimina“: i guai di casa li sa solo chi ci sta dentro. E i giacobini napoletani, formati a Parigi o sui libri francesi, non erano la cucchiara. Erano osservatori esterni. Incredibile. Il prezzo dell’utopia La repressione fu apocalittica: circa 119-124 giustiziati, centinaia di condannati a pene detentive o all’esilio, migliaia di prigionieri processati.Eleonora Pimentel sale al patibolo recitando Virgilio. Caracciolo, ammiraglio di sangue reale, viene impiccato dopo una farsa giudiziaria orchestrata da Nelson — quello stesso Nelson che Emma Hamilton (figura che ho amato raccontare altrove) accompagnava nei salotti di corte. C’è qualcosa di osceno e di sublime insieme. Croce ne fece — lo ricorda John A. Davis in Naples and Napoleon, pubblicato per Oxford University Press nel 2006 — “mito fondativo dell’arretratezza meridionale”. Ma a me, da meridionale che ha letto Croce con rispetto e diffidenza, sembra una semplificazione. Il 1799 non è arretratezza: è il prezzo che il Sud paga per pensare il futuro dell’Europa prima dell’Europa. Vorrei aggiungere — ma qui mi tocca confessare un’inclinazione personale — che la lettura filo-borbonica del 1799, quella che oggi torna di moda, mi convince fino a un certo punto. Sì, i lazzari difesero la loro città dai “francesi”. Sì, la rivoluzione era importata. Già. Ma chi la fece era napoletano fino al midollo: Pagano, Pimentel, Cirillo, Cuoco. Erano figli della stessa terra che aveva prodotto Vico, Genovesi, Filangieri…. La frattura non era tra “popolo” ed “élite straniera”: era interna al Sud stesso, tra due modi diversi di essere meridionali. Uno fedele al re, l’altro fedele a un’utopia che veniva da Stilo via Castel Sant’Elmo. Il meccanismo che attraversa la modernità Allora torniamo al punto. Cosa ha inaugurato davvero Campanella? Un dispositivo. Lo chiamo così, alla Foucault — quello di Sorvegliare e punire, pubblicato in italiano da – diciamo la verità – Einaudi a Torino nel 1976 — perché è un meccanismo che produce effetti per secoli. Il dispositivo è questo: quando una rivoluzione politica fallisce, non (ma questo è un altro discorso) muore — si converte in narrazione, in immaginario, in modello. Fatto sta. E questo modello viene poi pescato da generazioni successive che lo reinterpretano e lo riattivano in contesti nuovi. Per Campanella, prima della fine del mondo si realizzerà una «renovazione del secolo», un «felice Stato ecumenico» preludio della Gerusalemme celeste. L’utopia campanelliana non è evasione ma militanza: profezia e astrologia indicano la destinazione necessaria, ma l’uomo deve agire attivamente per accelerarla. Militanza, non evasione. Questa è la chiave. E vale per il 1799 napoletano, vale per i moti carbonari del 1820-21 — la Carboneria, diffusasi nel Mezzogiorno durante il regno di Murat (1808-1815), – o almeno così sembra – trasformò l’utopia rivoluzionaria in progetto cospirativo che alimentò i moti costituzionali del 1820-21 — vale per il 1848, persino per certe declinazioni del Risorgimento meridionale. C’è un libro di Furio Diaz, Filosofia e politica nel Settecento francese, pubblicato per Einaudi a Torino nel 1962, che ricostruisce come le utopie del Seicento diventarono programmi politici del Settecento. Lo stesso percorso, fatto al contrario partendo dal Sud, lo trovi in Franco Venturi, Settecento riformatore, Einaudi, Torino, 1969-1990 — opera monumentale che dovrebbero rileggere tutti quelli che parlano di “arretratezza” del Mezzogiorno senza sapere di cosa stanno parlando. Le bibliografie specialistiche sul tema confermano quanto quel cantiere resti ancora aperto. Difficile a dirsi. Cosa resta, oggi A questo punto la domanda diventa: questo meccanismo — rivoluzione fallita sublimata in utopia — funziona ancora? O abbiamo perso la capacità stessa di sublimare le sconfitte? Diego Fusaro denuncia l'”apocalisse con spettatore“, dove il cinema apocalittico addomestica il pensiero della fine mantenendo intatto il sistema mercatistico…. Nell'”epoca delle passioni tristi” (Benasayag-Schmit), rassegnazione e disincanto rendono il presente intrascendibile. Boh, su Fusaro avrei mille distinguo da – forse – fare, ma su questo punto specifico ha ragione. Miguel Benasayag e Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, tradotto per Feltrinelli a Milano nel 2004, è uno di quei libri che dovresti regalare a un nipote ventenne. Mi mette tristezza pensare che la generazione di mio figlio — che pure possiede una – per quanto strano – mente brillante e insofferente — abbia molte meno utopie disponibili di quelle che avevamo noi. Forse perché viviamo in un’epoca in cui ogni sconfitta viene immediatamente neutralizzata dall’algoritmo, dall’industria culturale, dalla logica del like. Le rivoluzioni non falliscono più “alla grande”: si dissolvono nel flusso. Punto. E senza fallimento grande non c’è grande sublimazione. La Città del Sole nasceva da un patibolo evitato per – se ci pensiamo – miracolo; oggi i nostri sogni nascono da un thread su X. Ho provato a ragionarci anche su un altro pezzo del blog, “L’influenza della filosofia sull’arte contemporanea” (https://giuseppeantoniosauro.com/linfluenza-della-filosofia-sullarte-contemporanea-2/), se ti va di andare a vedere. Campanella, alla fine, ce lo dice in un sonetto che vale tutti i trattati: “Io sto come Prometeo nel Caucaso legato, perché facea questo uffizio“. Il rivoluzionario sconfitto che continua a rubare il fuoco anche dalla cella. È un’immagine che lascia un nodo in gola. Veniamo al dunque. Spunta il sole pure dentro un pagliaro, si diceva dalle mie parti. La speranza arriva anche nei luoghi umili. Campanella ne era convinto. Pimentel pure. E hanno pagato. Noi, oggi, paghiamo qualcos’altro: l’incapacità di sognare l’impossibile. Niente da fare. Chissà se è una sconfitta peggiore.

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