La religione come il fuoco: riflessioni sparse su un equilibrio difficile
La religione come il fuoco: riflessioni sparse su un equilibrio difficile
Ma guarda, stavo leggendo l’altro giorno un po’ di articoli sulla religione e mi sono fatto delle riflessioni che… boh, non so se condividerete, però secondo me c’è qualcosa che non quadra nel dibattito di questi tempi. Partiamo da una cosa che mi ha colpito su mosaico-cem.it, dove si parlava della Parashat Sheminì (porzione settimanale della Torah nell’ebraismo) e di questa metafora bellissima: la religione è come il fuoco. Riscalda, ma se sbagli qualcosa può anche bruciare. Ecco, questo mi ha fatto pensare a quanto sia delicato l’equilibrio che viviamo oggi in Italia, tipo quando L’Opinione delle Libertà scriveva degli equivoci su moschee e Islam nel nostro paese. Cioè, praticamente stiamo vivendo un momento storico in cui da una parte c’è chi dice “basta religione, siamo moderni ormai”, dall’altra chi urla “difendiamo le nostre tradizioni cristiane”, e nel mezzo ci sono milioni di persone che… mah, non sanno più che pesci pigliare. E intanto, come riportava L’Amico del Popolo, ci ritroviamo in una situazione dove “non c’è più religione” — ma – a dire il vero – non nel senso che speravano i laicisti, piuttosto nel senso che si è perso il senso profondo del sacro. Ora, io non sono uno di quelli che rimpiange i bei tempi andati quando tutti andavano a messa, figurati. Però mi chiedo: ma davvero pensavamo che liberarci della religione sarebbe stato così semplice? Che bastasse dire “ok, ora siamo tutti razionali e scientifici” per risolvere i problemi dell’umanità? Fatto sta…. Perché guarda, se vai su Treccani e cerchi “secolarizzazione” (processo di separazione tra sfera religiosa e civile), vedrai che il processo è molto più complesso di quello che sembrava negli anni Sessanta. Non è che togli la religione e automaticamente arriva l’Illuminismo per tutti. Anzi, spesso quello che succede è che si creano altri tipi di fanatismi, altre ortodossie. Tipo, ora abbiamo il fanatismo del mercato, quello dell’ideologia politica, quello del benessere fisico…
E poi c’è questa cosa interessante che leggevo su Riforma.it riguardo a Mairead McGuinness e la promozione della libertà di religione o di credo. Ecco, questo mi sembra un approccio più maturo: non è questione di essere pro o contro la religione in generale, ma di capire come garantire a tutti la libertà di credere o non credere. Ma sai che mi ha fatto riflettere ancora di più? Un pezzo che ho visto su CATT.ch dove si parlava di insegnare religione “in dialogo con le altre materie”. Oddio, finalmente qualcuno che la pensa in modo non tribale! Perché il problema vero non è la religione in sé, è quando diventa una gabbia mentale che ti impedisce di ragionare. Si dice spesso che la fede dovrebbe portare a porsi delle domande, piuttosto che offrire tutte le risposte. Questo è il punto fondamentale, e sono convinto che sia vero. Il problema nasce quando la religione viene presentata come un insieme di certezze assolute, un pacchetto preconfezionato. In quel caso, come suggerisce la metafora del fuoco, può davvero bruciare. Tipo, prendiamo la questione delle moschee in Italia. Io capisco le preoccupazioni di chi dice “ma come, noi stiamo perdendo la nostra identità cristiana e loro costruiscono moschee?”. Però, ecco… bisogna essere onesti: quanti di quelli che si lamentano vanno sul serio in chiesa? Quanti conoscono davvero il Vangelo? Perché se il Cristianesimo fosse davvero così centrale nella loro vita, non avrebbero paura del confronto. E così sia. E qui mi viene in mente una cosa che scriveva José Ortega y Gasset in La ribellione delle masse, pubblicato nel 1930 da Revista de Occidente a Madrid. Parlava di come l’uomo-massa tende a rifugiarsi in identità superficiali quando si sente minacciato dalla complessità del mondo moderno. Ecco, mi sa che stiamo vedendo esattamente questo: gente che non ha mai aperto una Bibbia ma si sente depositaria della “civiltà cristiana”. Dall’altra parte, però, c’è anche un certo laicismo militante che francamente mi irrita. Quelli che pensano che eliminando ogni simbolo (o forse no?) religioso dallo spazio pubblico risolveremo tutti i problemi. Ma dai! Come se l’essere umano non avesse bisogno di senso, di (o forse no?) trascendenza, di qualcosa che vada oltre il consumismo e la carriera. L’altro giorno stavo curiosando su Britannica e leggevo della differenza tra secolarizzazione e secolarismo. La prima è un processo storico naturale, il secondo è un’ideologia (movimento che promuove attivamente l’esclusione della religione dalla vita pubblica). Difficile a dirsi. E secondo me il problema è quando confondiamo le due cose. La secolarizzazione può anche essere positiva — tipo, è giusto che la scienza sia autonoma dalla teologia, che lo stato sia laico, eccetera. Ma il secolarismo come ideologia anti-religiosa… boh, mi sembra altrettanto dogmatico di quello che critica. Pensa un po’, pure sull’Osservatore Romano — che non è esattamente una fonte laica, eh — ho letto un articolo intitolato “Perché non possiamo non essere cristiani” che in realtà faceva un discorso abbastanza sofisticato. Non diceva “dovete tutti credere in Dio”, ma piuttosto che la cultura occidentale è stata plasmata dal Cristianesimo e che negare questa eredità è come voler cancellare la storia. E qui secondo me c’è un punto di peso. Io posso anche essere ateo, agnostico, buddhista, quello che vuoi, ma non posso far finta che Dante, Michelangelo, Bach non abbiano fatto parte della mia formazione culturale. E tutti questi erano profondamente religiosi. Cioè, vogliamo buttare via tutto questo perché “la religione è l’oppio dei popoli”? Tutt’altro. Ma poi, diciamocelo: anche Marx, quando scriveva quella famosa frase in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel nel 1843, non stava dicendo che la religione è solo una fregatura. Diceva che è anche “il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore”. Cioè, riconosceva che risponde a un bisogno umano reale. E allora, come se ne esce? Secondo me, la chiave sta proprio in quell’approccio che citava CATT.ch: il dialogo. Non la guerra di religione tra credenti e non credenti, ma la capacità di confrontarsi senza voler convertire l’altro per forza. Tipo, a me piace molto l’approccio di un filosofo come Charles Taylor, che in L’età secolare — pubblicato nel 2007 da Harvard University Press a Cambridge — spiega come siamo passati da una società dove credere in Dio era ovvio a una dove è solo una delle opzioni possibili. E questo non è obbligatoriamente un male! Ma andiamo avanti. Anzi, forse una fede scelta è più autentica di una fede ereditata per tradizione. Ma il casino nasce quando questa roba diventa relativismo totale…. Cioè, ok che ognuno scelga. Ma mica possiamo dire che tutte le scelte sono uguali. Ci sono religioni che spingono per la pace – a dire il vero – — e altre che giustificano botte da orbi. Interpretazioni che ti aprono la testa. E altre che te la sigillano con il cemento. E qui torniamo al fuoco di prima. La religione può scaldare — senso, comunità, speranza. Ma andiamo avanti. Ma può anche bruciare quando diventa fanatismo, intolleranza, chiusura del cervello. Il trucco? Imparare a usarla bene, come fai con qualsiasi arnese che ha potenza. Guarda, vai su Accademia della Crusca e cerca “religione”. Viene dal latino religare, che significa “legare insieme”. Ecco, forse dovremmo recuperare questa cosa originaria: religione come qualcosa che ci lega. Non come qualcosa che ci spacca in due. Perché alla fine — cristiano, musulmano, ebreo, buddhista, ateo — viviamo tutti sullo stesso pianeta. Ecco. E abbiamo più o meno gli stessi casini: come dare senso alla vita, come affrontare la sofferenza, come costruire società che funzionano, come non distruggere questo posto che ci ospita. E forse — invece di litigare su chi ha ragione — dovremmo iniziare a lavorare insieme su queste sfide che ci accomunano. No? Magari scopriremmo che le nostre differenze sono meno importanti di quello che pensavamo. O magari no, ma almeno ci proveremmo. Comunque, una cosa è sicura: far finta che la religione non esista o che sparirà da sola non funziona. È troppo radicata nell’esperienza umana. Meglio imparare a conviverci in modo intelligente, un aspetto legato proprio a religione società moderna.






