Uomini, Briganti E Sogni Di Libertà
08/04/2026, 13:38
Uomini, Briganti e sogni di libertà
Allora, Fra’ Diavolo. Uno di quei personaggi che… no, aspetta, prima devo dire una cosa: questo tizio è uno di quelli che la storia ufficiale non sa mai bene dove mettere. Eroe? Brigante? Patriota? Criminale? Dipende da chi glielo chiedi, e questa ambiguità è esattamente il motivo per cui è ancora così affascinante. Michele Pezza nasce a Itri nel 1771, un paese arroccato sui monti Aurunci tra Lazio e Campania, in quella zona che ancora oggi odora di macchia mediterranea e di confini sfumati. Già. Le origini sono umilissime — famiglia di contadini, nessuna prospettiva apparente, il tipo di background che di solito sparisce tra le pieghe della storia senza lasciare traccia. E invece no. Pezza diventa Fra’ Diavolo, e il soprannome stesso dice tutto: c’è dentro il sacro e il profano, la devozione popolare meridionale e una capacità di fare il diavolo in quattro che i francesi avrebbero imparato a conoscere molto bene. Alfredo Saccoccio, in quel libro prezioso che è Fra Diavolo. Vita ed imprese del Colonnello Michele Pezza, scritto nel 2011 per D’Arco, ricostruisce questa biografia con una cura quasi affettuosa per i dettagli. E si vede che l’autore ha un rapporto personale con questa storia, con questo territorio. Perché Fra’ Diavolo non è una figura astratta: è carne, (chissà) polvere da sparo, sentieri di montagna conosciuti palmo a palmo. E il contesto? Madonna mia. Siamo dentro uno di quei casini storici dove tutto va a puttane. Già. La Rivoluzione Francese ha già fatto saltare per aria mezza Europa, Napoleone si sta rifacendo la cartina del continente come gli pare — e il Sud Italia? Un campo di battaglia. Borbone contro giacobini, popolo contro intellettuali. Fatto sta che Benedetto Croce — uno che di questa roba ne sapeva a pacchi — ci ha speso anni sopra. Il suo libro sulla Rivoluzione Napoletana del ’99, quello della Laterza, è un lavoro che ancora oggi nessuno è riuscito a battere. Per dettagli e per come ci vede dentro. Il 1799 è l’anno della Repubblica Partenopea (la repubblica giacobina proclamata a Napoli nel 1799), quella breve e tragica esperienza repubblicana che dura cinque mesi — cinque mesi! — prima di essere spazzata via dalla restaurazione borbonica. Valentino Sani, in 1799 Napoli la rivoluzione, edito da Laterza in formato EPUB, inquadra bene il paradosso cruciale di quegli eventi: una rivoluzione fatta dall’élite intellettuale napoletana che non riesce a portare con sé il popolo, anzi. Il popolo, in buona parte, sta dall’altra parte. E così sia. Sta con Fra’ Diavolo. Ecco il punto che mi fa sempre fermare a pensare: quando parliamo di brigantaggio antifrancese, tendiamo a vederlo come puro reazionarismo, come difesa cieca del vecchio ordine. Boh, non lo so se è proprio così semplice. Anna Maria Rao e Pasquale Villani, in Napoli 1799-1815. Dalla repubblica alla monarchia amministrativa, mostrano come le dinamiche sociali di quel periodo fossero molto più complesse di una semplice contrapposizione tra progresso e reazione. C’era una frattura profonda tra chi aveva da perdere e chi non aveva nulla da guadagnare dalla nuova Repubblica, tra chi abitava i salotti di Napoli e chi coltivava la terra nelle province. Fra’ Diavolo abita questa frattura. Combatte per i Borbone, sì, ma combatte anche per qualcosa di più viscerale: un senso di appartenenza territoriale, una fedeltà alla propria gente, una diffidenza atavica verso chi arriva da fuori — i francesi — a portare la libertà con le baionette. Forse. Mah. Secondo me c’è qualcosa di genuinamente popolare in questa resistenza, anche (o forse no?) quando diventa feroce, anche quando assume i contorni della guerriglia più sanguinosa. E la guerriglia, in Fra’ Diavolo, è una vera e propria arte. Conosce ogni anfratto dei monti tra Lazio – ed è un bel problema – e Campania: sa quando attaccare e quando sparire. Sa come mobilitare le popolazioni locali, come costruire reti di informatori, come rendere il territorio ostile all’occupante. Il generale Girardon, ufficiale francese che partecipò alle campagne napoletane, lasciò manoscritti pubblicati poi con il titolo «Le patriotisme et le courage», editi da Vivarium, in cui si misura con la frustrazione di dover affrontare un nemico invisibile, sfuggente, che non combatte come un esercito regolare perché non ne ha i mezzi ma ha dalla sua parte qualcosa di altrettanto potente: la conoscenza del luogo e il supporto della gente. La Calabria, intanto, brucia. Benedetto Croce, in Giacobini e Sanfedisti in Calabria nel 1799, sempre Laterza, descrive uno scontro che ha qualcosa di apocalittico: da una parte i giacobini locali (i sostenitori delle idee rivoluzionarie francesi), intellettuali e professionisti convinti della necessità di modernizzare il Mezzogiorno; dall’altra le masse sanfediste (i sostenitori della Santa Fede, movimento controrivoluzionario), guidate dal cardinale Ruffo nella sua risalita trionfale dalla Calabria verso Napoli. Tutt’altro. Fra’ Diavolo si inserisce in questo scenario più a nord, ma il clima è lo stesso: violenza, vendette, la sensazione che si stia decidendo qualcosa di definitivo. Michele Pezza in quegli anni diventa colonnello dell’esercito borbonico — una promozione straordinaria per uno di umilissime origini, che dice molto sulla capacità dei Borbone di usare il talento militare quando ne avevano bisogno. Ma il percorso non è lineare, no. C’è un momento, tra il 1799 e il 1806, in cui Fra’ Diavolo è quasi una figura di leggenda, temuto dai francesi, celebrato dal popolo del Sud. Poi Napoleone consolida il controllo sul regno, Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat siedono sul trono di Napoli, e la situazione cambia. Piero Bargellini, in Fra Diavolo, scritto nel 1975 per Rusconi a Milano, cerca di restituire anche la dimensione umana di questo personaggio, oltre quella militare. E c’è qualcosa di commovente nell’uomo che si nasconde, che continua a combattere una guerra già perduta, che non si arrende anche quando sarebbe ragionevole farlo. Cioè, intendo dire: a un certo punto è chiaro che i francesi hanno vinto, che la resistenza non porterà a niente di concreto, eppure lui continua. La fine arriva nel 1806. Catturato, tradito — come spesso accade in queste storie —, processato e impiccato a Napoli. E invece no. Aveva trentacinque anni. Non è proprio un’età in cui si pensa di morire, anche nel Settecento. Ecco. Punto. Ma la storia di Fra’ Diavolo non finisce con lui. Anzi, in un certo senso comincia dopo la morte. La sua figura diventa materia di romanticizzazione quasi immediata. Già nell’Ottocento circola l’opera comica Fra Diavolo di Auber, che trasforma il brigante in un personaggio da palcoscenico, avventuroso e romantico. Su internet puoi trovare tracce di come (chissà) questa mitizzazione si sia sviluppata nei decenni successivi. Il punto è questo. Puoi anche consultare la voce dedicata su Treccani, che offre un profilo biografico preciso e ben documentato su Michele Pezza. Marina Azzinnari, nel suo La Repubblica napoletana del Novantanove. Memoria e mito, analizza proprio questo processo di costruzione della memoria intorno agli eventi del 1799 — da entrambe le parti, sia quella giacobina che quella sanfedista. È una riflessione interessante su come la storia venga raccontata e ri-raccontata in funzione del presente. Per chi vuole approfondire il contesto storico europeo più ampio, Britannica offre una panoramica dettagliata sulle campagne napoleoniche e sul loro impatto sul Mezzogiorno. Salvatore Lupo, in L’unificazione italiana…. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, pubblicato per Donzelli, inquadra questa stagione nel contesto più lungo che porta all’Unità — e qui la figura del brigante meridionale assume un significato ulteriore, quasi profetico di quella guerra civile strisciante che avrebbe insanguinato il Sud dopo il 1860. Non è un caso se i borbonici del Risorgimento usavano spesso il nome di Fra’ Diavolo come simbolo di resistenza. Il British Museum conserva materiali iconografici e stampe d’epoca che documentano la rappresentazione visiva di questo periodo turbolento. Curioso. Alla fine, cosa resta? Un uomo che ha saputo fare una cosa straordinaria: esistere del tutto nel suo tempo, senza incertezze, senza mezze misure. Un brigante che è diventato colonnello. Un analfabeta — o quasi — che ha battuto in astuzia generali addestrati nelle migliori accademie militari d’Europa. Una figura popolare che è diventata leggenda, poi opera lirica, poi personaggio cinematografico, poi… boh. Simbolo di che cosa, esattamente? Di resistenza all’invasore straniero? Del conservatorismo meridionale? Del coraggio individuale contro l’istituzione? E invece no. Forse di tutte queste cose insieme. E forse è proprio questa ambiguità che lo rende ancora così vivo, – ed è un bel problema – così presente, così impossibile da archiviare definitivamente tra le pagine della storia.






