Lady Hamilton storia ritratto dipinto George Romney nobildonna napoletana Amy Lyon

Lady Hamilton

06/04/2026, 22:27

Lady Hamilton

Senti, se devo dirti la verità, Lady Hamilton è uno di quei personaggi storici che più studi e più ti rendi conto che la storia l’ha trattata in modo… diciamo, non proprio equo. Cioè, pensa un po’: una donna che nasce nel 1765 in un paesino del Galles, figlia di un fabbro morto (certo che detta così suona strano, se il fabbro è morto vuol dire che la mamma…. Errore mio. Chiedo venia) riformuliamo!, figlia di un fabbro che morì quando lei aveva appena due mesi, e che riesce — con la sola forza di quello che aveva, che era tantissimo — a diventare Lady Hamilton, ambasciatrice di fatto a Napoli, confidente di regine, amante di eroi nazionali. Roba da romanzo. Anzi, da romanzo storico di quelli buoni. Nata Amy Lyon — e già il nome originale dice tutto su quanto fosse distante dal mondo in cui – e non è poco – finirà — la sua infanzia è quella di chi non ha niente se non la faccia e il carattere. E lei di carattere ne aveva da vendere. Cresce con la nonna, poi va a servizio a Londra, e qui inizia quella specie di odissea sociale che Flora Fraser, in quel bellissimo Beloved Emma: The Life of Emma, Lady Hamilton, pubblicato da Weidenfeld & Nicolson, ricostruisce con una precisione quasi ossessiva. Fraser ha scavato nelle lettere, nei diari, nelle testimonianze d’epoca, e quello che emerge è un ritratto di una donna che non si è mai davvero arresa alla posizione che il destino sembrava averle assegnato. Ora, come dire, la strada di Emma verso l’aristocrazia passa per alcune scorciatoie che la – ed è un bel problema – morale vittoriana — e anche quella georgiana, sia chiaro — non ha mai digerito del tutto. Prima c’è Charles Greville, un gentleman di buona famiglia con cui Emma va a convivere intorno al 1781. Ecco. Lui la tratta un po’ come un oggetto prezioso da esibire, la fa ritrarre dal pittore George Romney — e qui, oh Dio, se vai su www.nationalgallery.org.uk puoi vedere alcune di quelle opere, sono straordinarie — e praticamente la “cede” allo zio Sir William Hamilton quando i debiti iniziano a pesare. Ecco, questo passaggio è quello che non riesce a mandar giù nessuno, neanche oggi. Greville la “trasferisce” come si farebbe con una proprietà. Ma Emma, e questo è il punto, trasforma quella situazione in qualcosa di del tutto diverso. Sir William Hamilton, ambasciatore britannico a Napoli, vulcanologo appassionato, collezionista d’arte, uomo di mondo — insomma, uno che di cose ne aveva viste — si innamora di lei. Davvero. E la sposa nel 1791. A questo punto Amy Lyon è diventata Emma Hart e ora è Lady Hamilton. Punto. Anzi no, aspetta, prima devo spiegare una cosa: non è solo il titolo che cambia. È Emma stessa che si trasforma…. Eppure. Impara l’italiano, studia il canto, sviluppa quelle famose “Attitudes” (pose teatrali ispirate alle sculture classiche che Emma aveva perfezionato come forma d’arte) — pose teatrali ispirate alle sculture classiche — che mandano in delirio tutta Napoli. Walter Sydney Sichel, nelle sue Memoirs of Emma, lady Hamilton, the friend of Lord Nelson and the court of Naples, scritte intorno al 1910, dedica pagine intere a questa fase della sua vita, e si percepisce quasi l’ammirazione dell’autore per questa donna che aveva capito come usare la cultura come strumento di ascesa sociale in un’epoca in cui le donne non avevano praticamente altri strumenti. Napoli, poi…. Mah, Napoli alla fine del Settecento era un posto straordinario e terribile allo stesso tempo. La corte dei Borboni, con Ferdinando IV e soprattutto con la regina Maria Carolina — sorella di Maria Antonietta, (chissà) giusto per capire di che pasta era — era un crogiolo di intrighi, diplomazia, lusso sfrenato e pericolo politico. Emma diventa la confidente della regina. Praticamente. Cioè, non è un’esagerazione: le due donne si frequentano – diciamo la verità – quotidianamente, e via questo rapporto Emma acquisisce un’influenza politica reale. Se vai su www.britannica.com e cerchi la voce su Lady Hamilton trovi confermato questo suo ruolo di intermediaria diplomatica tra la corte napoletana e il governo britannico…. E così sia…. E poi arriva lui. Horatio Nelson. L’ammiraglio più famoso d’Inghilterra, l’eroe di Abukir, quello che poi morirà a Trafalgar nel 1805 — ma questa è un’altra storia. Il loro primo incontro avviene nel 1793, quando Nelson fa scalo a Napoli. Però è nel 1798, dopo la battaglia del Nilo (vittoria navale di Nelson contro i francesi ad Abukir nel 1798), che la cosa esplode davvero. Nelson arriva a Napoli ferito e stremato, Emma lo – almeno credo – accoglie — e da quel momento i due diventano inseparabili. Marianne Czisnik ha curato una raccolta che regge tutto, Nelson’s Letters to Lady Hamilton and Related Documents, che è praticamente la prova documentale di questo legame. Leggere quelle lettere fa un certo effetto: Nelson era un uomo di mare, ruvido, abituato al cannone e alla tempesta, eppure nelle lettere a Emma diventa quasi poetico. “Amata Emma” — così iniziava spesso…. Eppure. E lì sono rimasti di sasso molti storici che lo immaginavano solo come il monumento di Trafalgar Square. La relazione scandalizò l’Inghilterra. Sia Emma che Nelson erano sposati — lui con Frances Nisbet, lei con Sir William — e la cosa era di dominio pubblico. Ma loro se ne fregavano. Anzi no, sbaglio: soffrivano entrambi della situazione, ma non rinunciavano l’uno all’altra. Nel 1801 nasce Horatia, la figlia di Emma e Nelson. Sir William Hamilton muore nel 1803 con Emma al fianco, e Nelson cade a Trafalgar il 21 ottobre 1805. Prima di morire, sulla Victory, Nelson dettò un codicillo al testamento (aggiunta o modifica a un testamento già redatto) in cui chiedeva alla nazione di prendersi cura di Emma e Horatia come ricompensa per i suoi servizi. E invece no. La nazione, ovviamente, ignorò fino in fondo la richiesta. E qui viene la parte della storia che fa davvero incazzare. Emma Hamilton, che aveva svolto un ruolo diplomatico reale durante le guerre napoleoniche, che aveva aiutato Nelson a organizzare le operazioni nel Mediterraneo, che aveva messo a disposizione la sua rete di contatti alla causa britannica — questa donna viene abbandonata in pieno. La pensione che le spettava per la morte del marito diplomatico viene ridotta. ridotta davvero. I debiti si accumulano. Nel 1813 finisce persino in prigione per debiti. Poi riesce a scappare in Francia — a Calais — dove muore nel gennaio 1815, praticamente in miseria. Ora che ci penso, questa parabola mi fa venire in mente certe riflessioni di Mary Wollstonecraft, che nel suo A Vindication of the Rights of Woman, scritto nel 1792 per Joseph Johnson a Londra, più o meno prediceva che le donne che facevano affidamento sulla bellezza e sul fascino come strumenti di ascesa sarebbero state condannate alla vulnerabilità quando queste risorse fossero venute meno. Emma per certi versi sembra dar ragione a Wollstonecraft. Ma solo in parte. Forse. Perché Emma aveva sviluppato competenze reali — politiche, linguistiche, sociali — e non fu la sua inadeguatezza a distruggerla, ma la deliberata indifferenza di un sistema che non riconosceva alle donne nessun diritto autonomo…. A proposito di come la storia ha raccontato Emma, c’è tutto un problema di rappresentazione che vale la pena considerare. Angelo Solmi ne scrisse in quel Lady Hamilton pubblicato da Rusconi a Milano nel 1982, cercando di dare un’immagine più complessa rispetto alla vulgata dell'”amante di Nelson”. E in effetti, se vai su www.treccani.it e cerchi la voce dedicata, trovi una ricostruzione abbastanza bilanciata. Ma la popolarità di Emma nel tempo è stata sempre legata principalmente alla storia d’amore, quasi come se – forse – il resto — la carriera diplomatica, le Attitudes, il ruolo politico a Napoli — fosse un contorno decorativo. Su www.focus.it qualche tempo fa c’era un bell’articolo su come il cinema abbia contribuito a questa semplificazione: Emma Hamilton è stata portata sullo schermo decine di volte, quasi sempre come protagonista di una storia romantica, raramente come agente politica. Boh, che dire. È come se la cultura popolare non riuscisse a reggere la complessità di una figura che era, allo stesso tempo, bella, intelligente, ambiziosa, amatissima e condannata. Però — e questa è la cosa che trovo – a dire il vero – più interessante — Emma non è mai scomparsa dall’immaginario collettivo. C’è qualcosa in lei che resiste. Forse è quella combinazione di grandezza e caduta che ha sempre affascinato la narrativa occidentale. E così sia. Forse è che la sua storia mette a disagio perché rivela qualcosa di scomodo sul modo in cui la società del Settecento — ma anche dei secoli successivi — ha trattato le donne che osavano uscire dal loro posto. Su www.corriere.it è uscito qualche anno fa un pezzo in cui si discuteva proprio della necessità di “riabilitare” figure come Emma, di leggerle con occhi contemporanei senza proiettare i pregiudizi dell’epoca sulla loro valutazione morale. Alla fine, se devo dirla tutta, Emma Hamilton mi sembra uno di quei casi storici in cui la realtà è molto più ricca e più interessante del mito. Il mito dice: bella donna, amante di Nelson, finita male. La realtà dice: donna straordinaria, autodidatta, diplomatica di fatto, artista, sopravvissuta in un mondo che non le lasciava scampo — e che ha comunque lasciato un segno indelebile. Vale la pena leggerla tutta, non solo la parte romantica.

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