Più liberi, più controllati: il doppio volto della rete
La libertà digitale illusoria è una realtà che mi rimbalza in testa da settimane, nascosta dietro la filter bubble internet. Mettiti comodo che ti voglio raccontare una cosa di peso.
L’altro giorno ero al bar sotto casa, di quelli ancora con la macchinetta del caffè – a voler essere onesti – che fa rumore vero, e c’era questo tizio seduto al tavolino accanto che scrollava il telefono. Ma non lo scrollava, capisci? Lo strisciava con il pollice in modo meccanico, tipo automa. Gli ho chiesto l’ora — sì sì, l’ora, da boomer — e lui ha alzato gli occhi spaesato, quasi infastidito di essere stato strappato da quella specie di trance. E lì mi sono detto: ma chi sta usando chi, in questa storia? Ecco, il punto è proprio questo.
Tutt’altro. Viviamo nella società più "libera" di sempre, almeno sulla carta. Vale la pena dirlo. Puoi comprare qualunque cosa alle tre di notte, sentire un amico in Australia in due secondi, scegliere tra ottantacinque marche di crackers — e qui non sto esagerando, te lo giuro, è un dato vero. Barry Schwartz, in The Paradox of Choice: Why More Is Less, scritto nel 2004 per Ecco (Harper Perennial) a New York, ha fatto i conti per davvero: un supermercato medio americano ha più di trentamila prodotti, con 285 varietà di biscotti e 360 tipi di shampoo. Pensa un po’… Trecentosessanta shampoo. Mia nonna ne aveva uno, era quello del droghiere all’angolo, e i capelli ce li aveva fino a novant’anni. Vabbè, divago. Strano, no? Comunque, il fatto è che Schwartz ha dimostrato una cosa che, secondo me, è proprio il cuore di tutto il discorso: più scelte hai, meno sei felice . Questo paradosso è al cuore della libertà digitale illusoria che viviamo oggi…. Anzi, sei più ansioso, più paralizzato, più depresso. Ecco. C’è quello studio famosissimo, lo conosci magari, quello delle marmellate gourmet — il 30% delle persone esposte a 6 varietà comprava, contro il 3% di quelle messe davanti a 24. Cioè: più scaffale, meno azione. È contro-intuitivo da matti, eppure funziona così.
Schwartz distingue tra "maximizer" e "satisficer", ovvero persone che cercano sempre la scelta perfetta ottimale,, ovvero chi cerca sempre la scelta perfetta: i primi vogliono sempre il meglio, e infatti – a dire il vero – sono i più infelici; i secondi si accontentano del "buono abbastanza", ovvero chi accetta soluzioni soddisfacenti, e vivono meglio. Indovina un po’ chi premiano gli algoritmi? Esatto, i maximizer…. Perché sono quelli che restano incollati allo schermo a confrontare, confrontare, confrontare. E invece no. Qui casca l’asino. Senti, qui bisogna fare un passo indietro. Perché tutta sta roba della scelta infinita non è caduta dal cielo. C’è un modello economico preciso dietro, e qualcuno l’ha smontato meglio di chiunque altro. Sto parlando di Shoshana Zuboff e del suo Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, uscito nel 2019 per Luiss University Press a Roma. Ma dai, se non l’hai letto, fattelo regalare a Natale. La Zuboff — professoressa emerita ad Harvard, mica l’ultima arrivata — sostiene una tesi che, quando l’ho capita davvero, mi ha fatto venire un brivido. In pratica dice: Google ha inventato un nuovo tipo di capitalismo. Niente da fare. Niente da fare. Non quello che ti vende oggetti, ma quello che ti vende te stesso. Anzi no, sbaglio, neanche te stesso: vende previsioni su di te. Il tuo comportamento futuro diventa la materia prima, e gli inserzionisti la comprano nei "mercati dei comportamenti futuri". Tu sei contemporaneamente la mucca e il latte. E pure il prato, se ci pensi.
E la cosa folle — folle davvero — è che questo sistema funziona grazie a un’asimmetria gigantesca: loro sanno tutto di noi, noi non sappiamo nulla di loro… Difficile a dirsi. È il rovescio esatto del Panopticon di Bentham, sai quella prigione dove il guardiano vede tutti senza essere visto? Tipo quello, ma con WiFi e meme di gatti. Ora, qualcuno potrebbe dire: "Vabbè, ma in fondo se mi mostrano la pubblicità giusta, mi fanno un favore, no?". Eh, magari fosse così semplice. Eli Pariser, in The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You racconta come la filter bubble internet abbia trasformato la nostra percezione della realtà, scritto nel 2011 per Viking (Penguin Press) a New York, racconta una cosa che, ora che ci penso, è del 4 dicembre 2009. Tutt’altro. Quel giorno Google ha attivato la ricerca personalizzata per tutti. Tutti. E da quel momento non esiste più una Google "neutra": ognuno ha la sua, costruita su 57 segnali diversi. Forse. Pariser fa un esperimento concreto con due amiche che cercano "BP" durante il – per quanto strano – disastro petrolifero del 2010: una vede notizie finanziarie, l’altra vede notizie sulla catastrofe ambientale. Stesso termine, mondi diversi. E qui scatta il paradosso. La bolla ha tre caratteristiche, dice Pariser, che sono micidiali: è individuale (sei solo (tra parentesi) lì dentro), è invisibile (non sai che esiste) ed è non scelta (te la impongono). La filter bubble internet, ovvero la bolla di filtri personalizzati che ci isola, diventa così una gabbia invisibile , simbolo perfetto di come la libertà digitale illusoria ci imprigioni. Cioè, è una gabbia di vetro dove le (ma questo è un altro discorso) sbarre sono fatte dei tuoi stessi click passati. Ti chiudi da solo, e neanche te ne accorgi. E così sia. Aspetta,, devo dirti una cosa che mi sono dimenticato prima Hai presente la notizia delle fotocamere vintage che in Giappone vendono più di quelle digitali? Veniamo al dunque. L’ho letta su wired.it qualche mese fa, una roba sorprendente. Tutti questi ventenni che si comprano le Yashica usate, le Olympus a – forse – pellicola, perché vogliono "imperfezione", "casualità", "qualcosa che non li conosca così bene". Secondo me è il sintomo perfetto di questo disagio. La gente sta iniziando a sospettare che l’iper-personalizzazione sia una prigione travestita da concierge. Allora, qui entra in scena uno che a me piace tantissimo, anche se è un po’ apocalittico: Langdon Winner. Il suo Autonomous Technology: Technics-out-of-Control as a Theme in Political Thought, scritto nel 1977 per The MIT Press a – a voler essere onesti – Cambridge (Massachusetts), è del ’77 — figurati, prima ancora che internet fosse pubblico — eppure aveva già capito tutto. Winner dice che la tecnologia è diventata autonoma, nel senso letterale: si auto-governa, segue una sua logica interna, e noi le corriamo dietro. Cita Galbraith, che ha una frase che mi ha fatto venire i brividi: "stiamo diventando servitori del macchinario che abbiamo creato per servirci". Ecco il nodo. Ecco. Ecco. Punto. Inversione perfetta padrone-schiavo, esattamente come nella metafora di Frankenstein che Winner usa più volte… E sai qual è la cosa più inquietante? L’idea dell’"imperativo tecnologico": ciò che si può fare deve essere fatto, indipendentemente dalle conseguenze. Nessuno ferma il treno, perché il treno va da solo. Tutt’altro. Incredibile. Heisenberg lo diceva già nel ’45, dopo Hiroshima: lo sviluppo scientifico "è andato ben oltre ogni controllo passando per le forze umane". E parliamo del tizio che aveva – diciamo la verità – inventato la fisica quantistica, mica uno qualunque. A proposito di scatole nere — e qui torno al cuore del discorso — c’è un’altra autrice che bisogna citare a forza: Cathy O’Neil, con Weapons of Math Destruction, scritto nel 2016 per Broadway Books (Crown) a New York. Lei è una matematica di Harvard ed ex quant di Wall Street, quindi non è una luddista col cappello di stagnola, sia chiaro. Il suo punto è devastante: gli algoritmi hanno tre caratteristiche che li rendono "armi di distruzione matematica"…. Questi meccanismi alimentano la filter bubble internet — opacità (sono scatole nere – mi pare – insondabili), scala (operano su milioni di persone) e danno sistemico (creano feedback negativi). Racconta il caso di Sarah Wysocki, insegnante licenziata nel 2011 da un algoritmo nonostante avesse valutazioni eccellenti dai colleghi e dai genitori. La macchina ha deciso che era nel 2% peggiore, e via, fuori. Ma andiamo avanti. E nessuno sa esattamente perché l’algoritmo abbia deciso così. Nemmeno chi l’ha programmato. programmato davvero. Te lo immagini? Ecco. Vieni licenziato da Dio, e Dio non sa perché ti ha licenziato. Vabbè, è qui che la faccenda della libertà digitale comincia a fare acqua da tutte le parti. Perché — e questo è un punto a cui tengo molto, secondo me cruciale — non stiamo parlando di "rischi futuri" o di "scenari distopici". Non c’è verso…. Stiamo parlando del presente. Adesso. Mentre leggi questo testo, un algoritmo sta decidendo se ti danno un mutuo, se la tua candidatura passa il primo filtro, quale notizia vedi per prima, e — se vivi – mi pare – in certi stati americani — quanti anni di galera ti danno se ti pizzicano (i sistemi tipo LSI-R sono usati in 24 stati USA, lo dice O’Neil chiaro e tondo)… C’è anche Sherry Turkle, che ha aggiunto un tassello importantissimo a tutta questa faccenda. Il suo Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a Digital Age, scritto nel 2015 per Penguin Press a New York, va a guardare l’effetto antropologico, diciamo. Lei è una psicologa del MIT e ha passato anni a fare ricerca sul campo. I dati che tira fuori fanno paura, te lo dico sul serio: l’empatia tra studenti universitari americani è scesa del – o almeno così sembra – 40% negli ultimi vent’anni, gli adolescenti controllano il telefono ogni sei minuti e mezzo, l’80% dorme con il telefono accanto. Fatto sta. Il 77% dei giovani adulti afferra il telefono d’istinto quando si sente solo. Ma il punto più interessante non è la dipendenza in sé, è quello che Turkle dice sulla differenza dal Panopticon classico: non ci conformiamo per paura di essere visti, ci conformiamo perché gli algoritmi ci mostrano già solo ciò che corrisponde ai nostri comportamenti passati. È più sottile, è più subdolo, è più efficace. È un Panopticon che ti culla. Senti, devo dirti che su questa cosa della "scelta apparente" ho letto un articolo interessante su ilpost.it qualche tempo fa, parlavano proprio del fatto che le piattaforme di streaming offrono mille cose ma poi finiamo a guardare sempre i soliti tre titoli che l’algoritmo ci suggerisce. Anche su valigiablu.it, che è uno dei pochi siti italiani che fa giornalismo decente sulla tecnologia, c’erano dei pezzi notevoli su come funziona TikTok dietro le quinte…. Difficile a dirsi. E se hai voglia di andare alla fonte, sul sito dell’Electronic Frontier Foundation — eff.
org — trovi documentazione preziosissima sulla sorveglianza digitale, sono attivisti seri da decenni. Ma aspetta un attimo, qui devo dire una cosa che conta davvero — e che nel casino del dibattito pubblico si perde sempre. Fatto sta che c’è una bella differenza tra "libertà negativa" e "libertà positiva"…. Una roba che ha spiegato Isaiah Berlin in Two Concepts of – almeno credo – Liberty, conferenza del 1958 a Oxford, poi uscita per Oxford University Press. Incredibile. La libertà negativa è quella da qualcosa: nessuno mi sbarra la strada per fare X. Punto. Punto. La libertà positiva invece è quella di fare una cosa: ho davvero i mezzi, la testa libera, le risorse per fare X. E qui casca l’asino. Il capitalismo della sorveglianza — geniale in senso – forse – diabolico — ti lascia al 100% la libertà negativa. Nessuno ti vieta nulla! Ma poi ti svuota dall’interno quella positiva. Come? Forse. Ti rende incapace di desiderare altro da quello che già vuoi, perché ti mette intorno solo roba che già conosci. Chiaro? Il punto è questo… È libertà di facciata. Schiavitù vera . Ecco cos’è davvero la libertà digitale illusoria: una prigione dorata. E qui ti butto dentro un altro libro che — credimi — devi leggere: The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom di Evgeny Morozov, uscito nel 2011 per PublicAffairs a New York. Morozov è bielorusso, quindi di regimi autoritari ne sa qualcosa. Demolisce il mito che internet liberi la gente. Niente da fare. Anzi. Fa vedere come Cina, Russia, Iran abbiano imparato – inutile negarlo – a usare la rete meglio dei dissidenti stessi. Non bloccano più. Manipolano…. Non censurano. Distraggono. Molto più furbo, no? Chi può dirlo? E in Italia abbiamo Stefano Quintarelli, con Capitalismo immateriale e La democrazia dei dati, scritto nel 2019 per Franco Angeli a Milano, che porta il discorso sul piano della governance: come regoliamo democraticamente una cosa che cambia ogni tre mesi e che nemmeno i suoi creatori capiscono fino in fondo? Domanda da un milione di dollari, eh. Sul sito di agendadigitale.eu trovi spesso suoi interventi se ti interessa il tema. Ecco il nodo. Ora, ti dico cosa penso io — perché alla fine bisogna pure prendere posizione, sennò che chiacchierata è? Secondo me la grande mistificazione del nostro tempo è aver fatto credere che "personalizzazione" sia sinonimo di "libertà". Ma andiamo avanti. Non è vero. Anzi, è il contrario. La libertà autentica richiede attrito, richiede l’incontro con ciò che non ti aspetti, richiede di essere messo in discussione. Pariser nel suo libro cita uno studio fighissimo dell’Università della California: studenti che leggevano una versione incomprensibile di Kafka identificavano pattern numerici quasi il doppio meglio rispetto a chi leggeva una versione "normale". Cioè: la confusione, lo sconcerto, ci rende più intelligenti… E gli algoritmi fanno esattamente il contrario, eliminano – ed è un bel problema – lo sconcerto, lisciano tutto, ti danno solo conferme. Ti rincoglioniscono con delicatezza. Veniamo al dunque. Stanno facendo a noi quello che gli zoo fanno alle tigri. E invece no. Pensa che roba: nei piani pensionistici delle aziende americane, racconta Schwartz, le opzioni sono passate da poche a 156, e le persone finiscono per dividere i contributi a casaccio o, peggio, per non scegliere affatto, restando senza pensione… Più "libertà" = paralisi. Quoziente di felicità americano sceso del 5% in trent’anni mentre il PIL raddoppiava. Depressione clinica dieci volte più probabile rispetto al 1900. Dimmi tu se questa è una società di esseri umani liberi, o di criceti molto ben pagati su ruote molto sofisticate. Già. Allora che si fa? Curioso. Eh, qui non c’è la bacchetta magica, te lo dico subito. Però qualche pista c’è. Turkle, ad esempio, propone cose concrete: la "regola dei sette minuti" per le conversazioni vere (non controllare il telefono per almeno sette minuti, perché è lì che la conversazione diventa interessante), spazi sacri senza tecnologia, – se ci pensiamo – il "unitasking" come antidoto al multitasking — che tra l’altro, ricordiamolo, è un mito: solo l’1-2% della popolazione riesce davvero a fare più cose contemporaneamente in modo efficace, il resto di noi si illude e basta. Schwartz suggerisce di "scegliere quando scegliere", cioè di limitare deliberatamente le opzioni, di praticare il "satisficing", di imparare ad amare i vincoli. Ma a me sembra che, oltre alle strategie individuali — che vanno benissimo, eh, intendiamoci — serva una presa di coscienza collettiva. Eppure. Politica, proprio. Ecco il nodo. Winner lo diceva già nel ’77: le scelte tecnologiche sono scelte politiche, e finché continuiamo a delegarle a una manciata di ingegneri californiani in felpa, non ne usciamo. Serve regolamentazione, serve trasparenza algoritmica, serve — e qui dico una cosa forse impopolare — il coraggio di dire che certe tecnologie semplicemente non andrebbero adottate, almeno non in quella forma. Su garanteprivacy.it puoi vedere che qualcosa si muove a livello europeo con il GDPR e l’AI Act, ma siamo molto, molto indietro rispetto alla velocità di chi vende sorveglianza spacciata per servizio. E poi, boh, secondo me bisogna recuperare il gusto della noia. Della scelta limitata. Ma andiamo avanti…. Del libro consigliato dal libraio che (o forse no?) ti conosce, non dall’algoritmo che ti profila. Del bar dove conosci il barista, non dell’app che ottimizza il caffè. Sembrano cose da nostalgico col rimpianto del passato, lo so, e invece sono atti politici. Piccoli, minuscoli, ma politici. Forse. Ecco, alla fine il paradosso è tutto qui: la rete ci ha promesso un mondo in cui saremmo stati più liberi, più informati, più connessi, e ce lo ha dato – almeno credo – — ma ce lo ha dato a un prezzo che nessuno ci aveva detto, perché era scritto in caratteri minuscoli, in fondo a una pagina, in un linguaggio che nessuno capisce. Il prezzo è la nostra capacità di sorprenderci, di sbagliare strada, di pensare cose che l’algoritmo non aveva previsto. Il prezzo siamo noi. E mio cugino — quello che ti dicevo all’inizio, no aspetta, quello non te l’ho detto, era un altro discorso — comunque mio cugino l’altro giorno mi ha detto una cosa che secondo me chiude bene il cerchio. Ha quarantadue anni, fa il programmatore, uno che di questa roba se ne intende. Mi fa: "Sai qual è il problema? Difficile a dirsi. Non c’è verso. Che ho smesso di sapere cosa mi piace davvero. Lo so solo quando me lo dice Spotify". Ecco. Quella è la frase. Se vuoi capire cosa sia il capitalismo (ma questo è un altro discorso) della sorveglianza in tre secondi, è lì dentro…. Non è una macchina che ti opprime. È una macchina che ti sostituisce nella cosa più intima che avevi: il desiderio. E adesso, se permetti, spengo il computer e vado a farmi una passeggiata. passeggiata davvero. Chi può dirlo? Senza telefono… Tanto per ricordarmi che, nonostante tutto, decido ancora io. E allora? Almeno credo. Mah.






