Il Tempo Perduto: Quando l’AI Accelera la Vita Umana
L’intelligenza artificiale tempo sta rivoluzionando completamente i ritmi della nostra vita quotidiana, e parliamone seriamente di ‘sta cosa, perché mi sta a cuore. L’altro giorno ero in fila alla posta – sì, esiste ancora la posta, figurati – e davanti a me c’era una signora sulla sessantina che fissava il muro. Punto. Non lo smartphone, non un volantino, il muro…. E io, vergognandomi un po’, ho realizzato che era da almeno dieci anni che non vedevo qualcuno semplicemente… aspettare… Senza riempire…. Ecco, da lì è partita questa riflessione che voglio buttare giù. Cioè, diciamocelo: l’intelligenza artificiale ci ha – a dire il vero – fregati senza che ce ne accorgessimo. Punto.
Non con un colpo di scena tipo Terminator, eh, ma con qualcosa di molto più subdolo: la velocità. Mah, sembra una cosa positiva, no? Tutto più veloce, tutto subito, ChatGPT che ti scrive la mail in tre secondi L’intelligenza artificiale tempo ha accelerato ogni processo comunicativo. mentre tu prima ci mettevi venti minuti. Però, ecco, c’è un però grosso come una casa. Hartmut Rosa, quel sociologo tedesco bravissimo, in Accelerazione e alienazione, scritto nel 2013 per Einaudi a Torino, – a voler essere onesti – lo aveva spiegato benissimo: l’accelerazione tecnologica promette, ovvero il processo di continuo aumento della velocità dei processi tecnologici, di farci risparmiare tempo nel rapporto tra intelligenza artificiale-tempo e produttività umana, ma in realtà genera nuove pressioni temporali…. È un circolo vizioso, praticamente. Più veloce vai, più cose ti tocca fare.
E alla fine? Strano, no? Alla fine non hai più tempo per niente. Strano, no? Senti, ti racconto un’altra cosa. Un mio amico grafico, mi diceva l’altra sera, prima – tipo quindici anni fa – in fin dei conti – – quando un cliente gli chiedeva un logo, avevano almeno una settimana per pensarci. Ora? Boh, ventiquattro ore se va bene. Perché tanto "c’è l’AI che ti aiuta". E qui casca l’asino: l’AI non ti aiuta, ti sostituisce il tempo del pensiero. Nicholas Carr in The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains, pubblicato nel 2010 per W.W. Norton & Company a New York, già nel 2010 – pensa un po’ – aveva capito e scritto – ed è un bel problema – che la tecnologia digitale ci stava letteralmente riprogrammando il cervello, riducendo la nostra capacità di concentrazione profonda. Incredibile. Ma andiamo avanti. E quello era prima di ChatGPT, prima di tutto. Figurati adesso…. Ora ti dirò una cosa che forse ti farà storcere il naso: – in fin – almeno credo – dei conti – secondo me la cosa più grave che stiamo perdendo è la noia. Sì, hai capito bene, la noia. Quella roba che da bambini ci faceva impazzire (con le dovute cautele) ma che era fertile come un campo a primavera. Mia nonna diceva sempre "lascialo annoiare, che impara a inventarsi qualcosa". Veniamo al dunque. E qui casca l’asino. E aveva ragione lei, altro che pedagogisti moderni. L’attesa, quel disagio sociale del non-fare, era un fondamento educativo. Era lì che si sviluppavano cognizioni alternative, metodi diversi di socializzazione, la capacità di stare con se stessi senza scappare verso lo schermo più vicino. E qui, guarda, devo per forza tirare in ballo Proust. Lo so, lo so, è un classico, ma Marcel Proust in Alla ricerca del tempo perduto, scritto tra il 1913 e il 1927 e ripubblicato da BUR a Milano, aveva capito tutto un secolo fa. La famosa madeleine inzuppata nel tè – che poi, vabbè, tutti la citano e nessuno l’ha letta, ammettiamolo – non funzionerebbe oggi. Perché? Perché? Perché Proust, per avere quell’epifania, doveva stare fermo, in silenzio, ad assaporare. Chi lo sa. Se uno ora prende un biscotto mentre scrolla Instagram, la madeleine resta un biscotto. Fine della storia.
Lui distingueva proprio tra tempo meccanico e tempo della memoria profonda, e già allora criticava i suoi personaggi aristocratici che riempivano ogni silenzio di chiacchiere mondane, incapaci di sostare nel vuoto fertile dell’esperienza. Ti ricorda qualcuno? A proposito di questo – ah, devo dirtelo – c’è anche Jonathan Crary, che in 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep, scritto nel – almeno credo – 2013 per Verso a Londra, va giù pesante: il capitalismo tardivo, e ora aggiungiamoci l’AI, cioè la fase attuale del sistema economico caratterizzata da iperconnessione e produttività estrema,, ha trasformato il sonno e l’attesa in "inefficienze" da eliminare. Capisci che roba? Persino dormire è diventato un problema produttivo. Ecco il nodo. E allora? Ma dai! E qui arriva la parte algoritmica che mi fa più paura. Cathy O’Neil, matematica di Harvard, in Weapons of Math Destruction, pubblicato nel 2016 per Crown a New York, mostra come gli algoritmi non solo accelerino le decisioni L’intelligenza artificiale opera a ritmi incompatibili con la riflessione umana, ma le svuotino in pieno del tempo della deliberazione. Il caso di Sarah Wysocki, quell’insegnante di Washington licenziata nel 2011 da un algoritmo nonostante valutazioni eccellenti dai colleghi, mi ha lasciato di sasso quando l’ho letto. Il sistema IMPACT decideva in millisecondi quello – inutile (chissà) negarlo – che una commissione umana avrebbe ponderato per settimane. Velocità contro saggezza, e indovina chi vince? Fatto sta. Sempre la velocità. Sempre. Già. Ma sai che pure Henry Kissinger – sì, proprio quel Kissinger – insieme a Eric Schmidt e Daniel Huttenlocher, in The Age of AI: And Our Human Future, scritto nel 2021 per Little, Brown and Company a New York, ha avvertito che l’AI opera a velocità incompatibili con i ritmi naturali della riflessione umana? Quando uno come Kissinger lo dice, vuol dire che la cosa è seria – mi pare -, non è il solito allarmismo da bar. Vabbè, fermi tutti, prendiamo fiato. Perché c’è anche un altro aspetto, quello della performance continua. Maura Gancitano e Andrea Colamedici, quei due filosofi pop bravissimi di Tlon, nel loro La società della performance. Come uscire dalla caverna, scritto nel 2018 per HarperCollins a Milano, l’hanno azzeccata in pieno: siamo passati dalla società dello spettacolo dello spettacolo di Debord a una in cui ognuno è un brand da promuovere h24. E pensa che Byung-Chul Han diceva che un utente su dieci tocca lo smartphone cinquemila volte al giorno…. Cinquemila! Ecco.
E così sia. Ma quando trovi il tempo per pensare, scusa? Anche Arlie Russell Hochschild, nel suo The Time Bind, pubblicato nel 1997 per Metropolitan Books a New York – e parliamo (o forse no?) del ’97, eh, preistoria digitale – aveva visto questa inversione paradossale: il lavoro diventa rifugio emotivo e la casa fonte di stress. Oggi, con la domotica e l’AI domestica, siamo letteralmente sopraffatti da strumenti che fanno cose al posto nostro al punto che non distinguiamo più le emozioni. Una mia vcina, che vive sola, ha Alexa che le ricorda di chiamare i nipoti. Ecco. Punto. Allora, che si fa? Boh, non lo so, non ho la ricetta. Incredibile. Però Carl Honoré in Elogio della lentezza, scritto nel 2005 per Rizzoli a Milano, propone un movimento Slow che almeno ci prova, a riconquistare i ritmi naturali contrastando l’effetto dell’intelligenza artificiale tempo sui nostri bioritmi…. E Cal Newport in Digital Minimalism: Choosing a Focused Life in a Noisy World, pubblicato – a voler essere onesti – nel 2019 per Portfolio/Penguin a New York, dà strategie concrete per riprendersi il proprio tempo. Veniamo al dunque. Pure Andy Crouch in The Tech-Wise Family, scritto nel 2017 per – a dire il vero – Baker Books a Grand Rapids, suggerisce roba pratica per le famiglie. Se vuoi approfondire, guarda che su treccani.it ci sono voci interessanti sulla filosofia del tempo, e su accademiadellacrusca.it ho trovato analisi sul cambiamento del lessico legato all’attesa – la parola "aspettare" sta praticamente sparendo dal linguaggio quotidiano dei più giovani. Su repubblica.it c’è stata una bella inchiesta qualche mese fa sull’iperconnessione, e anche corriere.it ha fatto pezzi seri. Per la parte tecnica, hai.stanford.edu (lo Stanford HAI) e – a dire (tra parentesi) il vero – ainowinstitute.org che pubblicano ricerche pesanti sull’impatto dell’AI sui ritmi umani. E poi technologyreview.com del MIT, che è una garanzia. Su focus.it ogni tanto fanno divulgazione decente sul tema neuroscienze e attenzione…. Insomma – e qui chiudo, perché altrimenti vado avanti fino a domani – la verità è che stiamo barattando profondità per velocità. Qui casca l’asino. E il problema non è l’AI in sé, eh, sia chiaro: il problema siamo noi che ci stiamo dimenticando come si fa ad aspettare, a sostare, a stare in silenzio. Quella signora alla posta, quella che fissava il muro? Non c’è verso. Ecco, secondo me lei aveva capito qualcosa che noi abbiamo dimenticato. Forse dovremmo tutti, ogni tanto, fissare un muro. Senza chiedere all’AI cosa significhi. E quello era prima di ChatGPT, prima di tutto. Figurati adesso. Ora ti dirò una cosa che forse ti farà storcere il naso: – in fin – forse – dei conti – secondo me la cosa più grave che stiamo perdendo è la noia. Sì, hai capito bene, la noia. Chi può dirlo? Quella roba che da bambini ci faceva impazzire ma che, – a voler essere onesti – ora che ci penso, era fertile come un campo a primavera…. Mia nonna diceva sempre "lascialo annoiare, che impara a inventarsi qualcosa". Qui casca l’asino. E aveva ragione lei, altro che pedagogisti moderni. L’attesa, quel disagio sociale del non-fare, era un fondamento educativo. Punto. Era lì che si sviluppavano cognizioni alternative, metodi diversi di socializzazione, la (con le dovute cautele) capacità di stare con se stessi senza scappare verso lo schermo più vicino. Fatto sta. E qui, guarda, devo per forza tirare in ballo Proust. Lo so, lo so, è un classico, ma Marcel Proust in Alla ricerca del tempo perduto, scritto tra il 1913 e il 1927 e ripubblicato da BUR a Milano, aveva capito tutto un secolo fa. La famosa madeleine inzuppata nel tè – che poi, vabbè, tutti la citano e nessuno l’ha letta, ammettiamolo – non funzionerebbe oggi. Chi può dirlo? Perché? Perché Proust, per avere quell’epifania, doveva stare fermo, in silenzio, ad assaporare. Se uno ora prende un biscotto mentre – e non è poco – scrolla Instagram, la madeleine resta un biscotto…. Fine della storia. Forse. Lui distingueva proprio tra tempo meccanico e tempo della memoria profonda, e già allora criticava i suoi personaggi aristocratici che riempivano ogni silenzio di chiacchiere mondane, incapaci di sostare nel vuoto fertile dell’esperienza.
Ti ricorda qualcuno? A proposito di questo – ah, devo dirtelo – c’è anche Jonathan Crary, che in 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep, scritto nel (tra parentesi) 2013 per Verso a Londra, va giù pesante: il capitalismo tardivo, e ora aggiungiamoci l’AI, ha trasformato il sonno e l’attesa in "inefficienze" da eliminare. Capisci che roba? Persino dormire è diventato un problema produttivo. Ecco il nodo. Strano, no? Ma dai! E qui arriva la parte algoritmica che mi fa più paura. Cathy O’Neil, matematica di Harvard, in Weapons of Math Destruction, pubblicato nel 2016 per Crown a New York, mostra come gli algoritmi non solo accelerino le decisioni L’intelligenza artificiale tempo opera a ritmi incompatibili con la riflessione umana, ma le svuotino in pieno del tempo della deliberazione. Il caso di Sarah Wysocki, quell’insegnante di Washington licenziata nel 2011 da un algoritmo nonostante valutazioni eccellenti dai colleghi, mi ha lasciato di sasso quando l’ho letto. Il sistema IMPACT decideva in millisecondi quello – inutile negarlo – che una commissione umana avrebbe ponderato per settimane. Velocità contro saggezza, e indovina chi vince? Fatto sta. Veniamo al dunque. Sempre la velocità. Sempre. Ma sai che pure Henry Kissinger – sì, proprio quel Kissinger – insieme a Eric Schmidt e Daniel Huttenlocher, in The Age of AI: And Our Human Future, scritto nel 2021 per Little, Brown and Company a New York, ha avvertito che l’AI opera a velocità incompatibili con i ritmi naturali della riflessione umana? Quando uno come Kissinger lo dice, vuol dire che la cosa è seria – mi pare -, non è il solito allarmismo da bar. Vabbè, fermi tutti, prendiamo fiato. Perché c’è anche un altro aspetto, quello della performance continua. Maura Gancitano e Andrea Colamedici, quei due filosofi pop bravissimi di Tlon, nel loro La società della performance. Come uscire dalla caverna, scritto nel 2018 per HarperCollins a Milano, l’hanno azzeccata in pieno: siamo passati dalla società dello spettacolo dove l’intelligenza artificiale tempo detta i ritmi della performance continua di Debord a una in cui ognuno è un brand da promuovere h24. E pensa che Byung-Chul Han diceva che un utente su dieci tocca lo smartphone cinquemila volte al giorno. Niente da fare. Cinquemila! E così sia. Ma quando trovi il tempo per pensare, scusa? Anche Arlie Russell Hochschild, nel suo The Time Bind, pubblicato nel 1997 per Metropolitan Books a New York – e parliamo del ’97, eh, preistoria digitale – aveva visto questa inversione paradossale: il lavoro diventa rifugio emotivo e la casa fonte di stress. Oggi, con la domotica e l’AI domestica, siamo letteralmente sopraffatti da strumenti che fanno cose al posto nostro al punto che non distinguiamo più le emozioni. Mia zia ha Alexa che le ricorda di chiamare i nipoti. Ecco. Punto. E così sia. Allora, che si fa? Boh, non lo so, non ho la ricetta. Però Carl Honoré in Elogio della lentezza, scritto nel 2005 per Rizzoli a Milano, propone un movimento Slow che almeno ci prova, a riconquistare i ritmi naturali. E Cal Newport in Digital Minimalism: Choosing a Focused Life in a Noisy World, pubblicato nel 2019 per Portfolio/Penguin a New York, dà strategie concrete per riprendersi il proprio tempo. Veniamo al dunque. Pure Andy Crouch in The Tech-Wise Family, scritto nel 2017 per Baker Books a Grand Rapids, suggerisce roba pratica per le famiglie. Se vuoi approfondire, guarda che su treccani.it ci sono voci interessanti sulla filosofia del tempo, e su accademiadellacrusca.it ho trovato analisi sul cambiamento del lessico legato all’attesa – la parola "aspettare" sta praticamente sparendo dal linguaggio quotidiano dei più giovani. Su repubblica.it c’è stata una bella inchiesta qualche mese fa sull’iperconnessione, e anche corriere.it ha fatto pezzi seri. Il punto è questo. Per la parte tecnica, hai.stanford.edu (lo Stanford HAI) e – a dire – a voler essere onesti – il vero – ainowinstitute.org che pubblicano ricerche pesanti sull’impatto dell’AI sui ritmi umani. E poi technologyreview.com del MIT, che è una garanzia. Su focus.it ogni tanto fanno divulgazione decente sul tema neuroscienze e attenzione. Insomma – e qui chiudo, perché altrimenti vado avanti fino a – in fin dei conti – domani – la verità è che stiamo barattando profondità per velocità. E il problema non è l’AI in sé, eh, sia chiaro: il problema siamo noi – a dire il vero – che ci stiamo dimenticando come si fa ad aspettare, a sostare, a stare in silenzio. Quella signora alla posta, quella che fissava il muro? Non c’è verso. Ecco, secondo me lei aveva capito qualcosa che noi abbiamo dimenticato. Forse dovremmo tutti, ogni tanto, fissare un muro. Senza chiedere all’AI cosa significhi. Incredibile…






