Repubblica Napoletana 1799 - Mappa storica del Regno di Napoli durante la rivoluzione partenopea

Il 1799 Nel Regno Di Napoli E Uno Di Quegli Anni Che Sembrano Usciti Da Un Ro

Il 1799 nel Regno di Napoli è uno di quegli anni che sembrano usciti – a dire il vero – da un romanzo

Siediti che questa storia è una di quelle che ti restano appiccicate addosso. Il 1799 nel Regno di Napoli è uno di quegli anni che sembrano usciti da un romanzo – e non a caso Enzo Striano ci ha scritto proprio un romanzo, Il resto di niente, pubblicato da Mondadori nel 1986, che se non hai letto dovresti recuperare subito. Ma partiamo dall’inizio, che altrimenti non si capisce niente. Tutto nasce – o meglio, tutto precipita – nel decennio precedente. Il 1789, la presa della Bastiglia, la Rivoluzione francese: sembrano eventi lontani, ma arrivarono a Napoli come un’onda lunga che aveva impiegato anni a formarsi.

Il Regno di Napoli di Ferdinando IV era una cosa strana, se ci pensi: da un lato una corte brillante, il San Carlo, i cantieri di Ercolano e Pompei (che Harold Acton racconta benissimo in I Borboni di (chissà) Napoli, un’opera alla base se vuoi capire il lungo arco di quella dinastia), dall’altro una società ancora ingessata nel feudalesimo, con masse contadine analfabete e una piccola élite intellettuale che aveva letto Rousseau, Voltaire, Montesquieu, e fremeva di impazienza. Ferdinando IV – diciamolo con franchezza – ed è un bel problema – – non era esattamente un intelletto sopraffino. Cresciuto sotto la tutela del ministro Tanucci, aveva passato il tempo più volentieri a cacciare e pescare che a governare. Sua moglie Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d’Austria e sorella di Maria Antonietta, era tutt’altra pasta: ambiziosa, reazionaria, con una capacità notevole di orientare le scelte del marito. Quando arrivò la notizia della ghigliottina di sua sorella nel 1793, Maria Carolina diventò una delle voci più intransigenti in Europa contro la Rivoluzione. Chi lo sa. Una cosa personale, non solo politica.

Nel frattempo, Napoleone stava cambiando la carta geografica dell’Europa a velocità vertiginosa. La campagna d’Italia del 1796-97 aveva abbattuto stati che sembravano eterni, aveva portato i tricolori rivoluzionari fino a Roma. E Napoli? Firmò un armistizio nel 1796, ma la pace era fragile come vetro. Il governo borbonico oscillava tra la paura dei francesi e il terrore di quello che i francesi portavano con sé: le idee. Perché il problema vero non erano i cannoni. Erano le idee. A Napoli c’era una classe intellettuale – avvocati, medici, giuristi, professori – che aveva abbracciato gli ideali illuministi con una passione quasi mistica…. Mario Pagano, filosofo e giurista, sognava una costituzione moderna. Strano, no? Eleonora Pimentel Fonseca, intellettuale di origine portoghese naturalizzata napoletana, scriveva e agitava con un coraggio che lasciava stupefatti anche gli avversari. Vincenzo Russo, Domenico Cirillo: nomi che oggi fanno bella figura nei manuali, ma che allora erano persone in carne e ossa che rischiavano la testa per le loro convinzioni. La situazione precipitò nell’autunno del 1798. Il governo borbonico, incoraggiato dagli inglesi e dalla vittoria di Nelson ad Abukir (agosto 1798, la flotta francese distrutta in Egitto), decise di attaccare per primo. Errore madornale. L’esercito napoletano, comandato dal generale austriaco Mack – uno di quei generali che sembrano competenti finché non arriva il momento di combattere – invase lo Stato pontificio, occupò momentaneamente Roma. Poi arrivò il contrattacco francese del generale Championnet, e fu una disfatta totale. L’esercito napoletano si dissolse come sale nell’acqua. Ecco. Il 21 dicembre 1798 Ferdinando IV, Maria Carolina, la corte, i gioielli della corona, tutto caricato frettolosamente sulle navi inglesi di Nelson, direzione Palermo. Una fuga che aveva qualcosa di indecoroso, lo ammetto. E invece no. Il re che abbandonava il suo popolo. I documenti dell’epoca – e il generale Girardon ce ne hanno lasciato una testimonianza preziosa: nei suoi manoscritti, pubblicati da Vivarium nel 2000 col titolo Le patriotisme et le courage – raccontano il caos di quei giorni: nobili che cercavano di portare via tutto, gente comune che guardava sbalordita, i lazzari che già cominciavano a riempire le strade (il popolo minuto napoletano, spesso disoccupato).

Il 23 gennaio 1799 i francesi entrano a Napoli. Il 22 gennaio – no aspetta, le date si sovrappongono sempre in questa storia – il 22 gennaio viene proclamata la Repubblica Napoletana, o Partenopea come la chiamano quasi tutti. Cinque mesi di vita. Cinque mesi in cui un gruppo di idealisti tentò di trasformare Napoli in una repubblica moderna. Ma sai che il problema vero di quella repubblica? Era nata nell’equivoco. Era figlia di una conquista militare straniera, non di una rivoluzione popolare. I giacobini napoletani erano sincerissimi nelle loro convinzioni (i seguaci degli ideali rivoluzionari francesi), ma erano più o meno soli. Tutt’altro. Il popolo – quello dei vicoli, quello dei pescatori, quello dei contadini delle province – non li capiva, non li conosceva, e spesso li odiava. C’era una frattura sociale enorme tra quell’élite illuminata che parlava di diritti dell’uomo e le masse che non sapevano leggere ma sapevano benissimo che qualcuno aveva toccato le loro chiese, aveva deriso i loro santi, aveva imposto tasse nuove. Benedetto Croce – e qui cito uno che la sapeva lunga, nella sua La rivoluzione napoletana del 1799 pubblicata da Laterza nel 1912 – ha analizzato questa contraddizione con una lucidità che ancora oggi fa impressione. La Repubblica Partenopea era, secondo lui, il frutto di una – forse – minoranza illuminata che aveva sottovalutato la realtà sociale del Mezzogiorno. Un giudizio duro, forse eccessivo, ma non del tutto sbagliato. Vincenzo Cuoco, che quella rivoluzione la visse dall’interno prima di finire in esilio, scrisse un Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 che è praticamente un’autocritica lucidissima: la rivoluzione era stata “passiva”, imposta dall’esterno, senza radici nel popolo. Se vuoi capire questa storia, Cuoco è il primo che devi leggere – un contemporaneo che aveva il coraggio di vedere i propri errori. È in questo vuoto – questa frattura tra élite e popolo – che si inserisce l’avventura del Cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria. E qui, lo dico subito, siamo davanti a uno dei personaggi più affascinanti e più controversi del periodo. Nato a San Lucido nel 1744, Ruffo era tutto quello che non ti aspetteresti da un capo militare: (o forse no?) sessantaquattro anni, abito cardinalizio, una storia ecclesiastica impeccabile (Tesoriere generale dello Stato pontificio sotto Pio VI, cardinale dal 1791). Ecco. Ma i Ruffo di Calabria non erano nobili da salotto…. Erano gente di terra, di feudi, di montagne aspre. E Fabrizio, nonostante gli anni romani, non aveva dimenticato da dove veniva. Ferdinando IV, da Palermo, aveva bisogno (chissà) di qualcuno che riconquistasse il regno. I generali erano morti o fuggiti. La nobiltà aveva più o meno capitolato. E allora, in un momento che mescolava genialità e disperazione, il re affidò la riconquista a un cardinale con carta bianca. L’8 febbraio 1799 – o il 7, le fonti oscillano e i cronisti dell’epoca erano impegnati a farsi i selfie – Ruffo sbarca sulla spiaggia di Pezzo, vicino Reggio Calabria, con appena otto uomini. Chi lo sa. Otto. Una barchetta, una croce, una pistola nascosta sotto la tonaca. Da questa scena che ha qualcosa di teatrale nasce l’Armata della Santa Fede, l’esercito dei Sanfedisti (l’esercito controrivoluzionario realista guidato dal cardinale Ruffo). La tattica di Ruffo era elementare nella sua genialità. Prometteva tutto quello che la gente voleva sentirsi promettere: abolizione delle tasse francesi, ritorno dei santi nelle chiese, bottino di guerra per chi si univa alla causa, e perdono generale per crimini passati. Quest’ultimo punto è grosso: stava offrendo una carta bianca alla violenza, e lo sapeva. Ma sapeva anche che senza quella promessa non avrebbe radunato nessuno. E la gente arrivò. Già. Contadini, briganti, disertori, piccola nobiltà locale, clero. Personaggi come Michele Pezza detto “Fra Diavolo”, il più celebre dei capi briganti, che operava nel Lazio e in Campania con una spregiudicatezza che il folklore ha trasformato in leggenda. Gerardo Curcio detto “Sciarpa”, in Basilicata e Puglia, un uomo che conosceva ogni sentiero delle montagne lucane come le sue tasche. Gaetano Mammone in Abruzzo, il cui nome fa ancora venire i brividi nelle cronache dell’epoca – un uomo capace di ferocie che anche i suoi alleati faticavano a digerire. La prima vittoria a Seminara, il 17 febbraio, dimostrò che i francesi – troppo – diciamo la verità – pochi per controllare un territorio così vasto e ostile – non potevano fermare questa valanga. In marzo tutta la Calabria meridionale era in mano realista. In aprile la Basilicata. La Puglia seguì a ruota, con le città che si arrendevano prima ancora che l’esercito arrivasse. Curioso. I giacobini locali fuggirono, si nascosero, qualcuno fu linciato…. Anna Maria Rao, nel suo studio: Folle contro rivoluzionarie, ha analizzato con grande profondità questa dinamica: l’Armata della Santa Fede non era semplicemente uno strumento del potere borbonico. Era anche l’espressione di tensioni sociali autentiche, di un rancore contadino accumulato da decenni che trovava finalmente un canale. Ruffo lo capì, e lo sfruttò. Rosario Villari, che se non conosci vai su treccani.it e trovi una voce su di lui, ha parlato di “forma originale di mobilitazione popolare controrivoluzionaria” – una definizione che rende bene la complessità della cosa. Ora che ci penso, bisogna anche dire che questa avanzata non fu una passeggiata. Più l’armata cresceva – arriverà a numeri impressionanti, quarantamila uomini secondo alcune stime – più diventava difficile da controllare. I saccheggi, le vendette private, gli eccessi: Ruffo cercava di contenere, ma era come tentare di tenere il mare con le mani. Il cardinale guerriero, come lo chiamo io, aveva scatenato forze che andavano ben oltre i suoi obiettivi originali. Non so se Ruffo si rendesse conto di cosa stava alimentando…. Ma andiamo avanti. Forse sì, e aveva semplicemente deciso che il fine giustificava i mezzi. Forse era genuinamente convinto che una volta restaurato il regno tutto si sarebbe normalizzato. Gli uomini complessi raramente agiscono per motivi semplici. Il 13 giugno 1799 le avanguardie sanfediste avvistano Napoli. Dentro le mura si asserragliano i superstiti della Repubblica: circa tremila uomini, tra guardie civiche, volontari repubblicani e qualche soldato francese rimasto. Le truppe del generale Macdonald erano partite verso nord, lasciando i patrioti al loro destino. Ruffo, con la sua armata accampata alle porte, si trovò davanti a un dilemma: assediare le fortezze o negoziare? Scelse di negoziare. Il 19 giugno, nella chiesa del Carmine, si riunirono i rappresentanti delle parti – una scena che ha qualcosa di surreale, con un cardinale, degli ufficiali inglesi e russi, e i rappresentanti di una repubblica morente che trattavano il proprio destino. Difficile a dirsi. Gli accordi prevedevano una resa onorevole: i difensori potevano uscire con gli onori militari, i napoletani potevano scegliere tra l’esilio e il perdono reale. Il 23 giugno la capitolazione fu firmata. E lì sono rimasto di sasso la prima volta che ho ricostruito questa – almeno credo – storia, perché quello che successe dopo è una di quelle pagine che fanno male. Il 24 giugno arriva Nelson nel golfo di Napoli. L’eroe di Abukir, influenzato – così dicono le fonti dell’epoca – dall’odio (ma questo è un altro discorso) viscerale di Lady Hamilton per i repubblicani napoletani, non riconobbe gli accordi. I patti firmati da Ruffo erano carta straccia. I repubblicani che si erano arresi fidando nelle garanzie del cardinale furono arrestati, processati, condannati. Eleonora Pimentel Fonseca, l’editrice del Monitore Napoletano, fu impiccata il 20 agosto 1799. Ecco. Mario Pagano finì sul patibolo. Domenico Cirillo, medico e naturalista di fama europea, la stessa fine. Centinaia di intellettuali, avvocati, nobili liberali: una generazione decapitata, letteralmente. Ruffo difese strenuamente gli accordi, ma aveva già perso. Il conflitto con Nelson e soprattutto con Maria Carolina – – almeno credo – che voleva vendetta, non moderazione – lo marginalizzò in fretta. Nel 1800 tornò alla vita ecclesiastica, portando con sé qualcosa che non si riesce a definire bene: senso di colpa? Disillusione? O semplicemente la consapevolezza di aver fatto tutto quello che era in suo potere? Pensa un po’ all’eredità di questa storia. La storiografia ottocentesca, quella risorgimentale, dipinse Ruffo come il simbolo della reazione oscurantista. Croce parlò di lui con durezza. E invece no. Ma nel Novecento la lettura si è fatta più sfumata: un uomo complesso, che aveva cercato di limitare le violenze in un contesto dove la violenza era la regola. Marina Azzinnari, nel suo La Repubblica napoletana del Novantanove. Memoria e mito, ha analizzato proprio come questa vicenda sia diventata nel tempo un simbolo politico più che una realtà storica – ogni generazione ci ha proiettato sopra le proprie battaglie. Antonino De Francesco in 1799: Una storia d’Italia ha poi allargato la prospettiva, mostrando come quello che successe a Napoli non fosse un episodio isolato ma parte di una crisi europea: ovunque le idee rivoluzionarie arrivavano, trovavano reazioni popolari che i rivoluzionari stessi non avevano previsto. Vale la pena anche dare un’occhiata a ciò che ha scritto su questo John Davis in Naples and Napoleon, un saggio in inglese ma tra i più equilibrati sul periodo. La questione meridionale, che avrebbe tormentato l’Italia unita e che Pino Aprile ha riletto con occhi polemici ne Il nuovo Terroni (Piemme, 2011) come queste fratture siano arrivate fino a noi e affonda le radici anche in quella primavera del 1799. Il divario tra élite illuminate e masse popolari, la diffidenza verso le novità che – ed è un bel problema – arrivano dall’esterno, l’identificazione tra fede e identità: tutto emerge già allora con una chiarezza dolorosa. Vai a leggere su focus.it o britannica.com qualcosa sulla Repubblica Partenopea se vuoi i dati di contorno, ma per la carne su questa storia ti dico: inizia con Cuoco per il punto di vista interno, poi Benedetto Croce nella sua raccolta Giacobini e Sanfedisti in Calabria nel 1799 (sempre Laterza, 1912) per capire come questa guerra civile si declinò nel mio – nel nostro – territorio. Ma andiamo avanti. Per il romanzo che ti mette dentro gli occhi di chi quella storia la visse, niente batte Striano. Alla fine – e questa è la domanda che non riesce a smettere di girarmi in testa – quando il popolo si solleva contro chi detiene il potere culturale, stiamo assistendo a una rivendicazione autentica o a una manipolazione? Ruffo lo sapeva, questa distinzione? O forse, più forse, aveva capito che in certi momenti storici quella distinzione non esiste.

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