‘La Certosa di Parma’ di Stendhal (1839) Quando l’ho letto questo libro mi sono reso conto di cosa voleva dire “realismo” nella letteratura! Stendhal ha preso la battaglia di Waterloo e l’ha raccontata dal punto di vista di Fabrizio del Dongo, un giovane aristocratico italiano che non capisce un cazzo di quello che sta succedendo intorno a lui.
È geniale perché invece di fare la solita descrizione eroica della battaglia – tipo quelle dei quadri di epoca – ti fa vedere il casino totale, la confusione, la paura. Fabrizio non sa nemmeno se ha partecipato davvero alla battaglia o no! È una prospettiva completamente nuova per l’epoca, molto più moderna e psicologica.
Stendhal aveva vissuto le guerre napoleoniche in prima persona, sapeva com’erano fatte davvero. Non come le raccontavano i romantici che vedevano tutto rosa e fiori. La guerra è brutta, confusa, sporca. E lui questo l’aveva capito benissimo.
Il romanzo poi si sposta in Italia, tra Parma e Milano, e diventa una specie di analisi del potere politico e dell’amore. Ma sempre con questo stile asciutto, ironico, senza fronzoli. Mi ricorda un po’ i film di guerra moderni, tipo quelli di Kubrick, che ti fanno vedere l’assurdità di tutto.
Anzi, in realtà penso che La Certosa di Parma sia stato avanti di almeno cinquant’anni sui suoi tempi. Quella tecnica narrativa, quel modo di entrare nella psicologia dei personaggi… roba che poi hanno ripreso Joyce e Proust. Stendhal era un genio incompreso, secondo me. Un libro che ti fa ripensare a tutto quello che credevi di sapere sulla storia e sulla guerra.

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