Quando la Giustizia si Mescola alla Politica: Un Groviglio che Nemmeno Salomone Saprebbe Come Sciogliere
C’è una scena che mi torna in mente ogni volta che si parla di separazione dei poteri. È una sera d’estate a Lecce, sto camminando con mia sorella lungo le strade del centro, e dalla televisione di un bar arriva la voce concitata di un cronista che racconta l’ennesima sentenza contro un politico in vista. Lei si ferma, mi guarda e mi fa: "Ma alla fine, Giuseppe, chi decide chi può governarci?". Domanda da niente, eh? Eppure è esattamente lì che si gioca tutto. Perché quando la giustizia si mescola alla politica viene fuori un groviglio che, nemmeno Salomone saprebbe come sciogliere.
Partiamo dal principio, anzi dal Principe… (battutaccia !!!). Montesquieu, nel De l’esprit des lois del 1748, aveva immaginato una macchina perfetta: tre poteri che si bilanciano, si controllano, si limitano a vicenda. Legislativo, esecutivo, giudiziario. Una geometria quasi pitagorica — e da crotonese permettimi questa civetteria — dove ogni angolo regge l’altro. Solo che Montesquieu non aveva fatto i conti con la modernità, con i media, con i sondaggi, con i social. Con la velocità, soprattutto. Oggi una sentenza passa su X prima ancora che venga depositata in cancelleria. E il giudice, volente o nolente, è diventato un attore politico. punto.
Ora, prendi il caso Le Pen. La procura di Parigi chiede cinque anni di carcere e l’ineleggibilità per la leader del Rassemblement National, accusata di aver usato i fondi del Parlamento europeo per pagare assistenti che in realtà lavoravano per il partito. Io non simpatizzo per lei, lo dico subito. Ma la domanda resta: una cosa è processare per corruzione, un’altra è farlo a ridosso delle presidenziali sapendo che quella persona è la principale rivale di Macron. Le coincidenze in politica sono rare come gli unicorni, dicevano i vecchi. Su questo punto specifico ho scritto un pezzo apposta — Quando i Giudici Decidono Chi Può Governare — perché qui non è in ballo Le Pen, è in ballo il principio.
E qui entra in gioco un libro che a me ha fatto venire i brividi: *How Democracies Die* di Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, scritto nel 2018 per Crown Publishing a New York (in italiano Come muoiono le democrazie, Laterza, Bari). La tesi, in sostanza, è che le democrazie oggi non muoiono più con i colpi di stato e i carri armati. Muoiono lentamente, dall’interno, attraverso l’erosione delle norme non scritte. E uno degli strumenti privilegiati di questa erosione è proprio la "weaponization" della giustizia: trasformare i tribunali in armi contro l’avversario politico. profetico, direi.
Pensa all’Italia. Da Tangentopoli in poi il rapporto tra magistratura e politica è stato più turbolento di un matrimonio da telenovela. Mani Pulite ha spazzato via la Prima Repubblica nel giro di mesi, e ancora oggi gli storici si dividono: operazione di igiene democratica o supplenza giudiziaria che ha scardinato la rappresentanza? Paul Ginsborg, nel suo L’Italia del tempo presente uscito nel 1998 per Einaudi a Torino, ne parla con una lucidità che ti consiglio di andare a recuperare. E poi c’è Sabino Cassese, che in *Dentro la Corte* (Il Mulino, Bologna, 2015) racconta dall’interno cosa significhi davvero la giurisdizione costituzionale in un sistema politico fragile come il nostro.
Vabbè, ma non è solo roba italiana. Negli Stati Uniti i processi a Trump hanno scatenato dibattiti feroci sulla strumentalizzazione politica del sistema giudiziario. E lì, ricordiamocelo, i procuratori distrettuali vengono eletti. cioè: sono già politici, di fatto. Ron Chernow, in *Alexander Hamilton* (Penguin Press, New York, 2004), ricostruisce come i padri fondatori avessero discusso fino allo sfinimento proprio questo: come tenere la magistratura fuori dalla mischia partigiana. Non ci sono riusciti del tutto, evidentemente.
E poi la Polonia. Il governo di destra ha tentato di riformare la Corte Suprema nominando giudici "amici", e Bruxelles ha reagito come un genitore arrabbiato attivando l’articolo 7 per violazione dello stato di diritto. risultato: un braccio di ferro che dura ancora. Qui il punto, secondo me, è questo: chi stabilisce qual è il "vero" stato di diritto? L’Unione Europea? E con quale legittimità democratica, dato che nessuno ha eletto la Commissione per fare il guardiano costituzionale di ventisette paesi? Domanda scomoda, lo so. Ma se non te la fai tu, te la farà qualcun altro.
Sull’altro versante c’è la Germania, dove la Corte Costituzionale di Karlsruhe gode di un rispetto quasi religioso. La percezione dell’indipendenza del sistema giudiziario in Germania resta comunque più alta della media europea, secondo i dati Eurobarometro sulla giustizia. Coincidenza? non credo. C’entra la cultura istituzionale, c’entra il fatto che i giudici tedeschi parlano poco e scrivono sentenze chirurgiche. Da noi invece il magistrato che non rilascia interviste è specie protetta. strano, no?
Qui ti volevo segnalare un testo che mi ha aperto gli occhi: Tom Ginsburg, *Judicial Review in New Democracies*, scritto nel 2003 per Cambridge University Press a Cambridge. Ginsburg dimostra, dati alla mano, che le corti costituzionali nascono spesso come "assicurazione politica" delle forze al tramonto: chi sta perdendo il potere si garantisce che, una volta all’opposizione, ci sarà qualcuno a frenare i vincitori. geniale e cinico insieme. E forse spiega molto di quello che vediamo oggi.
Ma il problema vero è un altro, e qui chiamo in causa Pierre Rosanvallon e il suo *La contre-démocratie*, pubblicato nel 2006 da Seuil a Parigi (tradotto da Castelvecchi, Roma). Rosanvallon sostiene che accanto alla democrazia elettorale è cresciuta una "contro-democrazia" fatta di poteri di sorveglianza, di veto, di giudizio — e tra questi i tribunali. Non è un male in sé, anzi: è la risposta fisiologica alla sfiducia nei partiti. Solo che se il pendolo oscilla troppo, la rappresentanza popolare si svuota e resta solo il controllo. una democrazia di soli watchdog, senza pastori. Bauman, in *La società individualizzata* uscito nel 2002 per Il Mulino a Bologna, descriveva qualcosa di simile: la liquefazione delle istituzioni intermedie e l’emergere di sostituti funzionali, spesso peggiori dell’originale.
E qui ti rimando un attimo a un altro pezzo del blog, Politica e cultura: un dialogo necessario, perché senza una cultura politica diffusa nessuna separazione dei poteri tiene. Le istituzioni non sono macchine, sono abitudini collettive. Se la gente smette di crederci, crollano. Te lo dice uno che ha letto Gramsci, i *Quaderni del carcere* (Einaudi, Torino, 1975): l’egemonia non si fa con i codici, si fa con le coscienze.
A proposito di coscienze. Charles Taylor, nel suo L’età secolare del 2007 (in italiano per Feltrinelli, Milano, 2009), spiega come la modernità abbia svuotato gli orizzonti di senso condivisi, lasciando solo procedure. E una democrazia ridotta a procedura è una democrazia che, quando le procedure entrano in conflitto — separazione dei poteri docet — non sa più a cosa appellarsi. Non c’è un "bene comune" riconosciuto, c’è solo la lotta tecnica per il controllo delle leve. Da qui il giudice che fa il politico, il politico che attacca il giudice, il cittadino che non capisce più nulla e si rifugia nel cinismo o nel populismo. spesso entrambi.
C’è poi una dimensione che nessuno vuole vedere: quella mediatica. Neil Postman in *Divertirsi da morire* (Longanesi, Milano, 1986) lo aveva detto chiaro: quando la politica diventa spettacolo, ogni potere si piega alla logica televisiva. E oggi alla logica algoritmica — ma di questo ho già scritto in Capitalismo della Sorveglianza, non mi ripeto. Il giudice che vuole far carriera politica sa che una conferenza stampa vale dieci sentenze. E il politico che vuole sopravvivere sa che un tweet vale dieci leggi. Ulrich Beck, in *La società del rischio* (Carocci, Roma, 2000), aveva intuito tutto questo parlando di "subpolitica": il potere reale che si sposta fuori dai luoghi formali della politica. I tribunali ne sono diventati una delle sedi privilegiate.
E allora che facciamo? boh. Se vai su treccani.it trovi voci ottime su "separazione dei poteri" che ti aiutano a inquadrare la cornice giuridica; su accademiadellacrusca.it ci sono riflessioni interessanti sul linguaggio delle sentenze, che è poi il modo in cui il diritto si fa politica senza dirlo; su questionegiustizia.it i magistrati stessi dibattono — e ti consiglio di leggerli, anche quando non sei d’accordo, perché ti fanno capire come ragionano. Per la cronaca quotidiana repubblica.it e ilfoglio.it tengono due prospettive opposte e leggerle entrambe è un esercizio di igiene mentale. Su corriere.it Sabino Cassese pubblica regolarmente editoriali che valgono il prezzo dell’abbonamento, e il sito dell’Eurispes, eurispes.eu, ha dati interessanti sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni — spoiler: bassissima.
La verità, te la dico come la vedo, è che siamo davanti a un paradosso irrisolvibile. Abbiamo bisogno di giudici indipendenti che controllino il potere politico, altrimenti addio checks and balances. Ma quando questi giudici prendono decisioni che ribaltano le elezioni, chi li controlla? Il popolo non li elegge. Eppure le loro sentenze pesano come voti. Chi ha la coscienza pulita non teme, dicevano gli antichi e saggi abitanti di Kroton. solo che oggi non sappiamo più di chi è la coscienza pulita. forse di nessuno. forse di tutti. E forse mia sorella, quella sera su una qualunque strada di Lecce, aveva fatto la domanda giusta a cui nessuno sa rispondere: alla fine, chi decide chi può governarci?






