Bartleby lo scrivano analisi: illustrazione di un copista davanti a un muro di mattoni, Wall Street 1853
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L’eroe che non vuole esistere

Bartleby lo scrivano analisi: tutto comincia a Wall Street, 1853, in uno studio legale al primo piano — finestre che danno su un muro di mattoni neri di fuliggine — e un avvocato che vuole stare tranquillo, clienti ricchi, niente grane. Il nuovo copista si chiama Bartleby. Pallido. Ordinato. Nei primi giorni lavora come una macchina, testa bassa, zero distrazioni. Poi arriva un lunedì qualunque — uno dei tanti, niente (o forse no?) di speciale — e l’avvocato gli chiede di controllare un documento. Quattro parole. Fatto sta che quelle quattro parole la letteratura le rimugina da più – e non è poco – di cent’anni e mezzo e non ha ancora finito: «Preferirei di no»…. Ma andiamo avanti. Il racconto di Herman Melville, per chi volesse rileggerlo, si trova nell’edizione curata da Massimo Bacigalupo, — testo centrale per qualsiasi Bartleby lo scrivano analisi — in Bartleby lo scrivano e altri – in fin dei conti – racconti americani, 1992, Mondadori; chi mastica l’inglese tenga vicino anche Bartleby the scrivener, 2022, Intra, perché il segreto sta tutto nella grammatica dell’originale. «I would prefer not to», ripetuto più volte nel corso della storia. Non «non voglio», non «non posso»; un condizionale di cortesia che sospende l’azione senza negarla, con – forse – quel «not to» finale che resta appeso al nulla, perché non rimanda a niente di preciso. La frase, a rigore, è incompleta. Preferirei di no… di no cosa? Sul dire che si compie sottraendosi ho già ragionato in «Dio scrive nel vuoto. Tu ci leggi un verso» (https://giuseppeantoniosauro.com/teologia-negativa-letteratura-vuoto-sintattico/); qui il vuoto sintattico non lo apre la teologia, lo apre un impiegato. impiegato davvero. Vale la pena dirlo. Gianni Celati ha trovato la chiave della faccenda: e la sua lettura resta un punto fermo nella Bartleby lo scrivano analisi critica: Bartleby si comporta come se non ci fosse niente da discutere. Ed è questo che manda in crisi l’avvocato, il quale saprebbe gestire benissimo un ribelle, un lavativo, un rivendicatore; sa contrattare, minacciare, licenziare. Davanti a una preferenza espressa con gentilezza, invece, i suoi – o almeno così sembra – atti linguistici, l’ordine, la richiesta, la lusinga, girano a vuoto. Gilles Deleuze giudicava la formula «devastante» proprio per questo; annulla insieme il preferibile e il non preferito, e scava una distanza che nessuna trattativa può colmare. Un ribelle conserva un ruolo sociale, sta dentro il gioco e lo conferma mentre lo combatte; Bartleby si sottrae a qualsiasi posizione, e per questo fa paura. Deleuze arrivò a chiamarlo «non il malato, bensì il medico di un’America (chissà) malata, il Medicine-Man, il nuovo Cristo o il fratello di noi tutti». Giorgio Agamben ci ha costruito sopra un saggio intero, – a dire il vero – «Bartleby o della contingenza», in Agamben, Giorgio; Deleuze, Gilles, «Bartleby. La formula della creazione», Quodlibet, Macerata 1993, pp. 43-85, riportando la questione ad Aristotele e alla dynamis, ovvero la potenza aristotelica intesa come capacità di fare e insieme di non fare,. Già. Ogni potenza, ragionava il greco, è insieme potenza di fare e potenza di non fare; il citaredo resta citaredo anche quando non suona, anzi proprio perché può non suonare. Bartleby incarnerebbe questa seconda metà che la modernità ha amputato, la potenza di non; un’esistenza che resta nella contingenza pura, che avrebbe potuto non essere e si porta addosso questa possibilità senza mai scioglierla. Agamben elabora il concetto di «irreparabile» in La comunità che viene (1990): — ciò che è consegnato alla propria maniera di essere senza possibilità di redenzione né di condanna definitiva — ciò che è così com’è, consegnato senza rimedio alla sua maniera di essere, senza redenzione possibile e insieme senza condanna definitiva. Non è un fannullone, è un uomo che tiene aperta la porta del possibile rifiutandosi di attraversarla. Chi, come me, campa da decenni tra protocolli, fascicoli e determine, sente questa storia sulla pelle. Bartleby fa il copista; il suo mestiere consiste nel riprodurre l’identico, all’infinito, in un’epoca senza fotocopiatrici. Quando smette di copiare, il mondo a cui dice – almeno credo – no è quello della replica, delle carte che generano carte. Quante volte, davanti all’ennesima circolare, la formula affiora alle labbra? Poi la ricacciamo giù, e protocolliamo. Difficile a dirsi. La genealogia letteraria, del resto, è più affollata di quanto sembri. C’è l’Oblomov di Gončarov, che del rifiuto fa un sistema e dal divano non scende mai; c’è l’Ivan Il’ič di Tolstoj, che smette di vivere molto prima di morire; c’è Gregor Samsa, che una mattina si sveglia scarafaggio perché continuare a vivere nell’omologazione burocratica gli è diventato, alla lettera, impossibile…. E c’è perfino l’Agente Smith di Matrix, che vuole uscire dal programma. Melville ha aperto una linea che la cultura popolare ha assorbito senza saperlo; fatto sta che ogni volta che un personaggio dice no all’esistenza che gli hanno assegnato, in filigrana c’è lo scrivano pallido di Wall Street. Poi c’è lo strato che mi interessa di più, quello psicologico…. Jung, in L’uomo e i suoi simboli, scrive: «Il mito dell’eroe è la dimostrazione più elaborata di questa tesi. Esso non è la storia di un individuo eccezionale: è la mappa universale dello sviluppo dell’ego». Curioso. Nascita, prove, sacrificio, ritorno; l’eroe serve alla coscienza per differenziarsi e crescere. Bartleby quella mappa la rifiuta per inter

o. Niente viaggio, niente prove, niente ritorno; resta immobile dietro il paravento, come lo descrive Melville, e non mangia quasi nulla. In termini junghiani lo leggerei come l’Ombra collettiva della civiltà del fare; ciò che il mondo produttivista ha rimosso torna in questa figura immobile, e il sistema la proietta fuori di sé, la dichiara malata, pur di non riconoscerla come parte propria. Adam Phillips lo ha letto come figura anoressica, capace di riplasmare l’ambiente intorno al proprio sintomo; Balsamo, in un saggio pubblicato su spiweb.it, ha richiamato la dimensione melanconica che le letture politiche dimenticano volentieri, perché Bartleby non può agire diversamente, obbedisce a forze che non conosce e che lo conducono alla catastrofe. I miei nonni calabresi giuravano che “cu è surdu, orbu e taci, campa cent’anni ‘mpaci“; chi si ritira vive in pace. Bartleby si ritira e muore. Tutt’altro. Il suo silenzio è un’altra roba. Scambiarlo per quella saggezza contadina del farsi i fatti propri — quella del proverbio, del taci-e-campa — sarebbe un abbaglio bell’e buono. Ma veniamo a oggi. Nel 2023 Micromega ha tirato fuori un pezzo, «Grandi dimissioni, lavoro, tempo libero: il paradosso di Bartleby», e ci ha attaccato lo scrivano al dibattito sul burnout, sulle dimissioni di massa, su tutto quel casino. Il collegamento ha un senso, certo. Ma — e qui sta il punto — va preso con le pinze. Nei discorsi sulle dimissioni silenziose, sul lavorare meno, sulla settimana corta, il racconto di Melville non lo nomina quasi nessuno, eppure è lì sotto; Agamben ci ha scritto un saggio, Deleuze un’analisi, Žižek lo ha usato come leva politica, e intanto il testo filosofico più frequentato del nostro tempo resta un racconto del 1853 di cui pochi ammettono il debito. Strano no? Incredibile. Solo che Bartleby non fa il precursore del sindacalismo, e nemmeno del lavoro agile; è il profeta di chi ha smesso di credere che l’azione redima. La crisi che incarna, prima che sociologica, è una crisi di senso; per questo Franco Berardi ha potuto radicalizzarne il gesto in diserzione, proponendola come abbandono radicale e fuga dal sistema capitalistico e dalla sua logica produttivistica, unica risposta etica possibile di fronte al collasso sistemico, e Paolo Virno ha parlato di esodo, un affrancamento da ruoli e gerarchie che si compie nelle mentalità e nell’ethos, non nello spazio; l’ho sentito ricostruire bene in una trasmissione della RSI dedicata al racconto. Henri Laborit, in Elogio della fuga, difendeva la fuga come risposta biologica al blocco dell’azione gratificante, quella che permette di scoprire rive sconosciute. Il no sta dentro il mandato, come il tarlo dentro il legno. Le lenti per guardarlo, del resto, non mancano. C’è chi lo legge con Kierkegaard, come una forma estrema di esistenza autentica che rifiuta ogni imposizione esterna e ne accetta le conseguenze fino in fondo; chi con Sartre, come un essere-per-sé che trova nell’inazione l’unica risposta possibile alla ricerca di senso; chi con Marx, come l’esito estremo dell’alienazione, il lavoratore divenuto estraneo a se stesso che approda alla perdita totale di motivazione. Tutte letture plausibili, nessuna sufficiente; il racconto le regge e le (ma questo è un altro discorso) respinge una per una, e ogni interpretazione, alla fine, rimbalza sul paravento. L’avvocato, dal canto suo, ci prova. Qui casca l’asino. Offre denaro, offre perfino ospitalità in casa propria; oscilla tra pietà e autoconservazione, si racconta buon cristiano mentre trasloca lo studio pur di non vederlo più…. Melville non gli dà ragione, e nemmeno torto; lo lascia lì, prudente e borghese, a razionalizzare un enigma che non spiegherà mai. Il punto, secondo me, è questo: una società che riconosce l’umanità soltanto dentro le norme della produttività non si limita a ignorare i suoi Bartleby, li produce, e poi si stupisce di trovarseli davanti, pallidi, dietro un paravento. Sostenere la scelta dello scrivano vorrebbe dire avallarne la morte; correggerla vorrebbe dire tradirne la rivolta. Una risposta pulita non esiste, e chi ve la vende semplifica. Catherine Malabou, in Anarchia e istituzione, 2023, parla di un rifiuto dell’ordine normativo che non – per quanto strano – offre alternative esplicite; è esattamente il punto in cui il pensiero, davanti allo scrivano, balbetta. Il finale è tra i più duri dell’Ottocento. Ogni Bartleby lo scrivano analisi che si rispetti non può ignorarlo. Bartleby occupa lo studio anche dopo il trasloco dell’avvocato; i nuovi inquilini lo fanno arrestare per vagabondaggio e viene condotto alle Tombs, il carcere di New York, dove rifiuta anche il cibo, finché lo trovano rannicchiato ai piedi di un muro, con gli occhi aperti. Niente da fare. Sulla scrittura che nasce dietro le sbarre ho ragionato in «Scrivere in catene: la – almeno credo – prigione come officina letteraria» (https://giuseppeantoniosauro.com/letteratura-carceraria-italiana-prigione-officina/); Bartleby, in cella, non scrive nulla, coerente fino in fondo. L’ultima notizia la consegna l’avvocato, quasi controvoglia; pare che lo scrivano avesse lavorato, prima, all’Ufficio delle – o almeno così sembra – Lettere Smarrite di Washington, a smistare e bruciare corrispondenza destinata a gente ormai morta o dispersa. Anelli spediti a dita che non li (chissà) infileranno mai, parole di perdono arrivate troppo tardi. Un uomo che per anni ha bruciato messaggi senza destinatario, e che un giorno ha smesso di scegliere.

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